LECCE “VETRINA”: una città per turisti e sani, dove la burocrazia viaggia ancora a dorso di cammello
di Melcore Valerio_______C’è stato un tempo in cui Lecce apparteneva ai leccesi. Chi ha superato una certa età ricorda perfettamente una piazza Sant’Oronzo pulsante, vissuta appieno di giorno e di notte. Generazioni di giovani hanno trascorso la propria giovinezza seduti sui gradini del Sedile, sulle balaustre dell’Anfiteatro o di fronte allo storico caffè Alvino, a discutere, incontrarsi, semplicemente a vivere lo spazio pubblico. Oggi quella piazza, e con essa l’intero centro storico, sembra aver smarrito la sua anima identitaria, trasformata in una gigantesca scenografia ad uso e consumo esclusivo di “turisti camminatori” e di chi ha molto tempo da perdere.
Il paradossò della pedonalizzazione è quello di creare barriere invisibili per i più fragili. Sia chiaro, l’idea di liberare il cuore antico della città dalle auto e dallo smog è, in linea di principio, un segno di civiltà. Il problema sorge quando l’ideologia della “città green” si scontra con la realtà sociale e con una totale mancanza di pianificazione. Chiudendo indiscriminatamente gli accessi, l’amministrazione ha di fatto eretto un muro invisibile attorno al centro storico, precludendone l’ingresso alle categorie più fragili.
Per gli anziani,
per chi ha problemi di deambulazione o patologie invalidanti, il centro è diventato una fortezza inaccessibile. Se si decide che il cuore della città debba essere svuotato dalle auto, il primo dovere morale e civico di chi governa dovrebbe essere quello di garantire alle fasce deboli la possibilità di accedere ai servizi. Non si pretende che queste persone visitino il centro per diletto, ma quantomeno si dovrebbe garantire loro il diritto sacrosanto di raggiungere gli uffici comunali.
Ora parliamo dell’assurdo caso dell’Ufficio Tecnico fermo alla preistoria digitale. Ed è qui che il paradosso diventa intollerabile. Perché se da un lato si impone ai cittadini di muoversi esclusivamente a piedi, dall’altro la macchina amministrativa comunale costringe ancora a spostamenti fisici del tutto anacronistici.
È possibile che gli amministratori e i loro consulenti non si rendano conto dello stato in cui versano i propri servizi? Prendiamo per esempio proprio l’Ufficio Tecnico, un luogo dove la tecnologia sembra non essere mai arrivata.
Nel bel mezzo di un’epoca in cui nel resto del mondo si concludono transazioni finanziarie milionarie e si stipulano contratti complessi via web, tra persone distanti migliaia di chilometri che non si sono mai viste in faccia, a Lecce per ottenere un semplice Certificato di Destinazione Urbanistica (CDU) bisogna ancora armarsi di pazienza, recarsi fisicamente sul posto e ritirarlo di persona.
Qualcuno dovrebbe spiegare a chi siede a Palazzo Carafa che fuori da quelle mura esistono strumenti straordinari chiamati internet, rete, mail e PEC. Strumenti concepiti proprio per snellire la burocrazia, azzerare le distanze e, soprattutto, evitare inutili calvari a cittadini, professionisti e anziani.
Costringere una persona, magari con gravi difficoltà motorie, a compiere un viaggio estenuante nel centro pedonalizzato solo per ritirare un foglio di carta che potrebbe essere inviato con un semplice “clic” è la dimostrazione plastica di un fallimento gestionale. Mentre il mondo corre verso il futuro, la macchina burocratica di Lecce è rimasta ferma al cammello nel deserto. Ed è un deserto di efficienza e di empatia che i cittadini non meritano più di tollerare.
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