INDOVINA CHI VIENE A CENA? / COSA FARO’ DA GRANDE

| 8 Agosto 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini ________________

Durante la cena della scorsa settimana il professor Ciracì e io abbiamo riflettuto su quanto la tecnologia stia cambiando il modo in cui ci definiamo attraverso ciò che facciamo. Eppure esiste una domanda scomoda. Che cosa accade quando il lavoro manca?

Non quando manca la voglia di lavorare.
Non quando manca la preparazione.
Non quando manca l’impegno.

Quando manca semplicemente l’occasione.

Che cosa accade quando una persona desidera lavorare, si forma, studia, aggiorna le proprie competenze, si rimette continuamente in discussione e, nonostante tutto, continua a non trovare il proprio posto?

Spesso la disoccupazione viene raccontata attraverso i numeri, le statistiche, le percentuali. Molto più raramente si racconta ciò che accade dentro una persona quando, pur continuando a studiare, aggiornarsi e cercare, inizia lentamente a dubitare di sé.

All’inizio si aggiorna il curriculum. Poi si segue un corso. Si invia un’altra candidatura. Si prova una strada diversa. Poi un’altra ancora. Finché, quasi senza accorgersene, la domanda smette di essere: “Quale lavoro posso fare?” E diventa: “Sono ancora abbastanza?”

Abbastanza preparata.

Abbastanza aggiornata.

Abbastanza giovane.

Abbastanza richiesta.

Abbastanza utile.

È una domanda silenziosa, che raramente viene pronunciata ad alta voce.

Eppure accompagna molte persone che continuano a cercare un’opportunità senza smettere di credere nel valore del lavoro e, soprattutto, nel proprio.

Questa sera la mia ospite conosce bene quella domanda. Gabriella Conte. Cosa serve per sentirsi “all’altezza”? Se lo chiedete al curriculum di Gabriella, la risposta sembra semplice. Una maturità in arte applicata, ventiquattr’anni di gestione, contabilità e progettazione tecnica. Poi due lauree a pieni voti all’Università del Salento. Infine 18 mesi trascorsi a digitalizzare e catalogare la memoria tra l’Archivio Diocesano e quello di Stato.

Gabriella è un ponte perfetto tra il rigore del foglio di calcolo e la delicatezza della catalogazione bibliotecaria. Ma la sua storia stasera ci parla anche d’altro: di come sia possibile avere le tasche piene di lodi, competenze informatiche, esperienza sul campo e passioni autentiche, e trovarsi ancora a fare i conti con quella voce sottile che si chiede se tutto questo basti, in una società che sembra non sapersi mai accontentare.

Prima che arrivi apparecchio la tavola sulla terrazza. Un runner color crema attraversa il tavolo in legno, come una linea morbida che ordina senza coprire. Al centro, tre portacandele in vetro semplice rendono la luce intima e accogliente.

I sottopiatti in rafia naturale riportano alla materia grezza, a un’idea di semplicità non costruita.

Sopra, piatti in porcellana beige, decorati con motivi floreali che richiamano i fiori secchi, come se la natura fosse rimasta sospesa nel tempo. I bicchieri, color miele e attraversati da leggere venature a rilievo, trattengono la luce e la restituiscono con discrezione. Le posate in acciaio con finitura bronzata chiudono l’insieme, con una nota calda e sobria.

Faccio un passo indietro per guardare la tavola nel suo insieme.

Non c’è nulla di ostentato, solo una luce morbida e oggetti che sembrano aver trovato da soli la loro posizione.

Il campanello interrompe il silenzio della casa.

Il mio ospite è arrivato. Prima di dirigermi verso di lei, metto in sottofondo la musica che accompagnerà la cena. Note celtiche, solo strumentali. Hanno qualcosa di antico e insieme essenziale: non chiedono attenzione, ma lasciano spazio. Non guidano le parole, le sostengono.

Vado ad aprire e accompagno Gabriella verso la terrazza.

Ci sediamo e lasciamo che la cena cominci con naturalezza. Arriva in tavola l’antipasto: cestini di parmigiano che accolgono la mortadella e il pistacchio come se fossero sempre stati destinati a incontrarsi. Parliamo del più e del meno, di cose leggere. Poi, senza forzature, arriva la prima domanda.

Quando le risposte non arrivano, qual è il momento esatto in cui smetti di valutare le tue competenze e inizi, quasi senza accorgertene, a processare te stesso? Quando la domanda passa da “cosa so fare?” a “io sono abbastanza?”

Non saprei dire quando ho incominciato esattamente a farlo. I miei “avrei dovuto” hanno avuto inizio molti anni fa, quando, invece di cullarmi nell’illusione di una stabilità lavorativa che credevo solida, avrei dovuto guardare più lontano. Avevo un contratto a tempo indeterminato in uno studio privato e mi sembrava una sicurezza. In realtà quella stabilità era solo apparente: lo studio avrebbe potuto chiudere da un momento all’altro, come poi è accaduto. Avrei dovuto cercare un lavoro stabile altrove, anche a costo di lasciare i miei affetti familiari. O forse ancora prima, quando, al momento di iscrivermi alle superiori, mio padre mi confidò di non aver potuto frequentare il liceo classico e mi disse che gli sarebbe piaciuto che lo facessi io.

Per me non sono mai abbastanza. Ho sbagliato da principio e, da allora, ho sempre cercato di recuperare. Ho lavorato per venticinque anni, imparando un mestiere che ho amato e che mi ha accompagnata finché il titolare, ormai anziano, ha deciso di chiudere lo studio di progettazione. Quando gli impegni me lo hanno permesso, ho ripreso gli studi che avevo dovuto interrompere da ragazza per prendermi cura di mia madre. Portarli a termine è stata una delle soddisfazioni più grandi della mia vita.

Ancora oggi continuo ad allargare i miei orizzonti, nonostante qualcuno, al Centro per l’impiego, mi abbia detto che sono “troppo formata”. Io, invece, rimango convinta che ci sia sempre qualcosa da imparare. Forse è proprio questo il mio limite, o forse la mia forza: credere di non essere mai abbastanza”.

Comprendo perfettamente la sensazione di Gabriella. È lo stesso pensiero che, a volte, accompagna anche me. Forse è il destino di chi sceglie di dedicare la propria vita alla cultura in un Paese che custodisce un immenso patrimonio artistico e letterario, ma fatica ancora a riconoscere il valore di chi studia, racconta e tramanda quel patrimonio. Mentre questi pensieri continuano ad accompagnarmi, porto in tavola il primo piatto: una crema di fave bianche che profuma di tradizione, attraversata dall’amaro delle cicorielle e dalle scaglie croccanti di peperone crusco, che spezzano l’equilibrio del piatto e subito dopo lo ricompongono.

Ti è mai capitato di sederti a un colloquio o accettare un incarico sapendo di essere immensamente più competente dell’opportunità che avevi davanti? Come si gestisce l’umiliazione di dover rimpicciolire se stessi per poter entrare nello spazio che ti viene concesso?

Sì, mi è capitato. Non andavo bene per vendere depuratori d’acqua e non andavo bene per gestire le chiamate in un call center, anche se avevo superato i colloqui. Il problema, ovviamente, era l’età, anche se nessuno lo diceva apertamente. Eppure io quel lavoro lo avrei accettato. Avrei accettato anche quello da cameriera ai piani, che mi è stato negato perché non parlavo un inglese fluente.

Certo che è umiliante dover accettare un lavoro svilente, per nulla gratificante, ma che resta l’unico mezzo per tirare avanti, e neppure in modo dignitoso. Il paradosso è che a me non è consentito nemmeno quello: sono troppo lenta per le pulizie e, come dico scherzando, non parlo l’inglese “con i muri”.

Se c’è stata un’umiliazione che mi ha ferita più di tutte, però, è stata un’altra. Almeno, raggiunti i sessant’anni, non sono più obbligata a frequentare corsi di formazione professionale dove insegnavano a redigere e compilare fatture che, quando lavoravo, si inviavano già in formato elettronico. Lo chiamavano upskilling; io l’ho vissuto come una retrocessione. Quella, sì, è stata una vera umiliazione”.

Si parla di cambiamenti, di percorsi che non restano mai lineari. E anche qui la domanda arriva come una naturale conseguenza.

Può capitare, nel corso della vita lavorativa, di doversi reinventare più volte. A tal punto da non distinguere più con chiarezza ciò che si è salvato di sé e ciò che, inevitabilmente, si è lasciato indietro. Le parole di Gabriella mi risuonano dentro. Anch’io conosco quella sensazione di trovarsi, a seconda delle circostanze, troppo qualificata per alcuni lavori e non abbastanza per altri. E allora mi chiedo quale spazio resti per chi continua ad avere voglia di lavorare, ma sembra aver superato l’età in cui il mondo del lavoro è disposto a scommettere su di lui.

Pensando alle opportunità mancate porto in tavola il secondo piatto, ma con una lentezza diversa. Il lacerto alla genovese è una carne cede al tempo senza opporsi. Anche il discorso si allunga, prende fiato, si misura con qualcosa di più profondo: la durata.

Spesso non è il “no” in sé a ferire, ma la modalità. C’è una frase specifica, un colloquio o persino un silenzio prolungato che, più di altri, ha agito come un tarlo, facendoti dubitare della tua reale consistenza?

È vero, non è il “no” a ferire, ma il modo in cui viene comunicato. In un tempo in cui la maleducazione sembra diventata la norma, è proprio la modalità a fare la differenza. Quella frase buttata lì: “Il colloquio è superato, ti faremo sapere”, pronunciata senza il minimo coinvolgimento umano. Oppure, peggio ancora, il silenzio. Una freddezza che lascia la sensazione di essere soltanto un nome su un elenco e non una persona. No, non hanno fatto vacillare la fiducia nelle mie capacità. Hanno incrinato, semmai, la fiducia in un sistema che troppo spesso non riconosce il merito. Io so quanto valgo. Il problema è che, oggi, il valore non sempre viene cercato. Sembra si preferisca un lavoratore che esegue, accetta qualsiasi condizione e non pone domande. Lavora e basta. Per pochi soldi, per molte ore. “Accontentarsi” pare essere diventato il mantra del momento”.

A questo punto la cena si ferma. È il momento del sorbetto. Non un passaggio, ma una sospensione. Le parole si fanno più leggere, quasi rarefatte. Non c’è bisogno di aggiungere nulla. È il momento in cui tutto si deposita senza essere spiegato. Solo allora si riparte. Infatti il dolce arriva con una storia che non ha bisogno di presentazioni: la torta Caprese. Una leggenda racconta che nacque da un errore. Un pasticciere dimenticò la farina nell’impasto. Un’assenza che, in teoria, avrebbe dovuto compromettere tutto. E invece no. Da ciò che mancava nacque una forma nuova. E così, quasi naturalmente, l’ultima domanda non parla più di ciò che si perde, ma di ciò che si trasforma.

La nostra società ci insegna che noi siamo il nostro lavoro. Se quel riconoscimento manca per mesi, o per anni, cosa succede alla tua architettura interiore? Quando si spegne la qualifica sociale, che cosa resta di te a farti da specchio?

Noi “eravamo” il nostro lavoro. Era ciò che facevamo con passione, ciò che ci rendeva orgogliosi quando ricevevamo un complimento e soddisfatti quando portavamo a termine un progetto. Per questo è difficile accettare di essere messi da parte quando non si è più considerati abbastanza giovani per lavorare, ma nemmeno abbastanza anziani per andare in pensione. Ci si ritrova con tanto tempo libero, ma con poche possibilità di viverlo davvero, perché anche il tempo, senza le risorse economiche necessarie, perde parte della sua libertà. In quei momenti ci si domanda se tutti gli anni trascorsi a studiare e a formarsi siano serviti a qualcosa. Nel mio caso, la risposta è sì: sono serviti a me, a me soltanto. Alla mia crescita, alla mia curiosità, alla soddisfazione personale. Forse il mondo del lavoro non ha saputo riconoscere quel percorso, ma io continuo a considerarlo una parte importante di ciò che sono”.

«A me, a me soltanto.» Sono poche parole, ma racchiudono una domanda che va oltre la storia di Gabriella. Quanto vale ciò che impariamo, se il mondo non riesce a riconoscerlo? Forse il valore di una vita non coincide con il ruolo che ricopriamo o con il lavoro che svolgiamo. Rimane in ciò che abbiamo costruito dentro di noi: nelle conoscenze acquisite, nella curiosità che continua a spingerci avanti e nella capacità di non smettere di crescere, anche quando il riconoscimento tarda ad arrivare.

La serata giunge al suo termine senza che ci sia un vero momento in cui ci si accorge che è finita.

Non esiste un passaggio netto. C’è solo un progressivo rallentare delle parole, dei gesti, del tempo che si dilata tra una risposta e l’altra.

Le domande hanno attraversato la tavola trovando ogni volta una risposta, ma anche una pausa, un silenzio, uno sguardo. Perché, a volte, sono proprio i silenzi a raccontare ciò che le parole non riescono a dire.

Rimane qualcosa di difficile da trattenere con una definizione.

Non è una conclusione.

È piuttosto un piccolo sedimento di pensieri, un’eco che continua ad accompagnare ciascuno anche quando la cena è ormai terminata.

I piatti sono vuoti, le candele consumano lentamente la loro luce, la musica continua ancora per qualche istante, mentre le conversazioni si fanno sempre più rade.

Poi arrivano i saluti.

La serata si chiude con la stessa naturalezza con cui è iniziata. Restano i piatti ormai vuoti, le candele che consumano lentamente la loro luce e la consapevolezza che, ancora una volta, una tavola ha saputo trasformarsi in un luogo d’incontro.

Le parole di Gabriella, così concrete e sincere, hanno incontrato le mie domande, dando vita a un dialogo che mi ha arricchita e, spero, abbia lasciato qualcosa anche in chi vi ha preso parte.

Perché, in fondo, è questo il senso di una cena narrativa: non trovare risposte definitive, ma tornare a casa con uno sguardo un po’ più ampio di quello con cui ci si era seduti a tavola.

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( 14 – continua )

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Category: Costume e società, Cultura

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