I VECCHI LIBRI NON MUOIONO MAI / IL CAPOLAVORO DI GIULIO CESARE CROCE

di Raffaele Polo ________________
Siamo nella seconda metà del 1500 e nasce quello che sarà un vero e proprio ‘spirito libero’, dedicando tutta la sua vita a cantare e inventare storie, accompagnandosi con un violino.
Non erano tempi facili, ma Giulio Cesare Croce scrisse tanto, tantissimo, autoproducendo le sue stampe e lasciandoci un capolavoro validissimo a tutt’oggi, quel Bertoldo e Bertoldino che fu poi integrato da Adriano Banchieri con la Novella di Cacasenno, figliolo del semplice Bertoldino nel 1620.
Ma è lui, Bertoldo, l’eroe di questo libro che ha un fascino particolare per il linguaggio e per la svolgimento alla corte di Alboino a Verona dove si svolge l’eterna disputa tra nobiltà arrogante e arguzia contadinesca. Il tutto, tratto da antiche e tradizionali leggende della bassa padana, che hanno formato il tessuto di quella cultura esaltata poi da Dario Fo.
Per chi non conosca Bertodo, basti l’immaginario epitaffio che fu composto sulla sua sepoltura:
In questa tomba tenebrosa e oscura,
giace un villan di sì deforme aspetto,
che più d’orso che d’uomo avea figura,
ma di tant’alto e nobile intelletto,
che stupir fece il Mondo e la Natura.
Mentr’ egli visse, fu Bertoldo detto,
fu grato al Re, morì con aspri duoli
per non poter mangiare rape e fagiuoli.
Proprio come il suo autore che, nonostante due mogli e 14 figli, morì in povertà.
Ma vive come unico esempio della cultura contadina, divenuto anche protagonista di un riuscito film del 1984 con tanti grandi attori: Ugo Tognazzi, Lello Arena, Maurizio Nichetto, Alberto Sordi…
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( 15 – continua )


























