INDOVINA CHI VIENE A CENA? / “Conoscere per riconoscere”

| 15 Agosto 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini ________________ 

Ci sono parole che sembrano innocue e invece raccontano un’intera cultura. Riferirsi a un uomo con il suo titolo “ingegnere” o “avvocato” e una donna, con lo stesso percorso professionale, semplicemente “signora” può apparire un dettaglio. Eppure il linguaggio quotidiano fatica ancora, in molti contesti, a riconoscere alle donne lo stesso titolo professionale che attribuisce con naturalezza agli uomini. Ma il linguaggio non è mai soltanto linguaggio. Esso, infatti, attribuisce autorevolezza, riconosce competenze, definisce il posto e racconta il modo in cui una società guarda alle persone e distribuisce il prestigio.

Lo stesso vale per il mondo del lavoro. Diventare primaria, occupare posizioni elevate o semplicemente farsi strada in specializzazioni storicamente blindate come la chirurgia, per una donna, è ancora una corsa a ostacoli. Eppure, se provi a chiamare questo sistema con il suo nome – patriarcato – c’è sempre qualcuno che scuote la testa, sorride con sufficienza e ti dice: «Ma no, esagerata, il patriarcato non esiste più, è una roba del secolo scorso!»

È curioso osservare come chi non ha mai dovuto lottare per vedere riconosciuto il proprio ruolo professionale tenda, talvolta, a considerare superate le discriminazioni che altre persone continuano invece a sperimentare.

C’è chi ritiene che si tratti solo di una questione di tempo e di scelte individuali; altri vi leggono il riflesso di una cultura che, pur cambiando, conserva ancora stereotipi difficili da superare.

Per chi legge la violenza sulle donne anche attraverso la lente del patriarcato, quest’ultimo non rappresenta una teoria astratta, ma un insieme di modelli culturali che influenzano ruoli, aspettative e rapporti di potere. È un percorso che spesso inizia molto prima dei lividi, con parole, atteggiamenti, ruoli imposti e relazioni sbilanciate. E purtroppo, quando questa pretesa di controllo e questa disparità arrivano all’estremo, smettono di essere un problema di linguaggio e possono diventare un’emergenza fisica, una ferita, una violenza.

Infatti, quando si parla di violenza sulle donne, il dibattito si intreccia spesso con quello sul patriarcato. Per molti studiosi e operatori del settore, la violenza di genere non è soltanto il risultato di comportamenti individuali, ma si inserisce anche in un contesto culturale in cui stereotipi, disuguaglianze e dinamiche di potere possono contribuire a renderla possibile o a ostacolarne il riconoscimento.

È da questa prospettiva che prende avvio la conversazione con Laura Curti, infermiera del Centro Assistenza Urgenza di Ferrara. A volte basta una frase, pronunciata quasi di sfuggita, per far nascere un’intervista. Non ricordo le parole esatte che pronunciò la sera in cui la incontrai, ma ne ricordo il senso. Mi ha parlato di quanto, ancora oggi, per una donna sia difficile affermarsi in alcune specializzazioni mediche e ha attribuito questa difficoltà a una cultura patriarcale che non è del tutto scomparsa. È stato in quel momento che le ho chiesto il numero di telefono.

Presentare Laura significa raccontare una storia fatta di ascolto, di attese e di scelte precise, dove la cura dell’altro non è mai stato un semplice mestiere, ma una direzione di vita. Infermiera dal 1995, la mia ospite ha attraversato tutte le sfumature della prima linea della sanità: dai primi passi in una struttura protetta a Bondeno e nella terapia intensiva del Sant’Anna, fino all’intimità silenziosa dei reparti di ostetricia e ginecologia a Comacchio. Ma è nel 1998 che il suo percorso incrocia l’adrenalina e la complessità del Pronto Soccorso generale, dove impara l’arte del triage, quella capacità quasi invisibile, ma vitale, di guardare negli occhi chi arriva e capire subito, oltre le parole, l’entità del dolore. Per quasi vent’anni, dal 2007 al 2025, quella stessa prontezza l’ha portata a bordo delle ambulanze e nella centrale dell’Emergenza Territoriale 118, un osservatorio unico sulle fragilità umane, dove le case della gente si aprono senza filtri nel momento del bisogno. Dal 2025, Laura porta tutta questa straordinaria esperienza sul territorio emiliano, operando nel cuore del CAU, un avamposto di assistenza immediata dove le storie continuano a incrociarsi ogni giorno.

Eppure, dietro i turni, le sirene e i camici, c’è un secondo binario che la definisce: quello della tutela dei più vulnerabili. Nel corso degli anni, Laura ha scelto di specializzarsi, diventando Facilitatrice per la presa in carico di donne e minori vittime di violenza e conseguendo un Master specifico nel 2024. Una competenza preziosa che trasmette alle nuove generazioni come docente all’Università di Ferrara e come relatrice in numerosi convegni.

Quando stasera Laura si siederà a tavola, non porterà solo la sua professionalità, ma lo sguardo di chi ha scelto di non voltarsi dall’altra parte di fronte al dolore più silenzioso.

La delicatezza dell’argomento mi ha portato a riflettere a lungo su come allestire la mia terrazza, un luogo intimo ma aperto a tutti, che ha assistito al passaggio di persone eterogenee dalle quali ho sempre imparato qualcosa e che hanno riempito la mia vita.

La struttura in legno che protegge la mia terrazza dal sole durante il giorno diventa, al calare della sera, una cornice naturale. Le tende color avorio, raccolte ai lati, si muovono leggere al ritmo della brezza estiva, lasciando che lo sguardo si perda nel cielo che lentamente cambia colore.

La luce del tramonto accompagna i primi istanti della cena. Poi, quasi lentamente, lascia spazio al chiarore caldo delle candele, che si riflette sui piatti di vetro e sui bicchieri, creando piccoli giochi di luce. Ogni dettaglio invita alla calma, all’ascolto, alla condivisione.

Una tovaglia in cotone color avorio accoglie piatti di vetro trasparente. La loro leggerezza sembra invitare a guardare oltre la superficie, proprio come accade a chi, per professione, ha imparato a riconoscere le ferite che non lasciano lividi.

I tovaglioli color lilla richiamano l’impegno contro la violenza sulle donne, senza essere appariscenti. Le posate in metallo brunito raccontano la forza silenziosa di chi ogni giorno affronta il dolore con competenza e umanità, mentre i bicchieri di vetro, dalla base solida e lavorata, parlano di trasparenza, equilibrio e sostegno.

Al centro della tavola, il glicine è il protagonista. I suoi fiori delicati evocano la rinascita, la speranza e la capacità di rifiorire anche dopo gli inverni più lunghi. Qualche rametto di eucalipto completa il centrotavola, diffondendo una sensazione di freschezza e richiamando, con semplicità, il mondo della cura.

Ad attendere la mia ospite c’è un piccolo fiore in cuoio, materiale resistente e capace di attraversare il tempo senza perdere la propria essenza. Legato con un filo di lino naturale a un piccolo cartoncino, anch’esso avorio, a forma di cartellino da erbario, ho fatto stampare una frase che accompagna la serata: «Ci sono ferite che il pronto soccorso vede subito e altre che imparano a riconoscere solo gli occhi di chi sa ascoltare.»

È il filo conduttore della cena. Perché la cura non consiste soltanto nel medicare una ferita, ma anche nel saper ascoltare un silenzio, cogliere un dettaglio, riconoscere una richiesta d’aiuto che spesso non trova le parole per essere pronunciata.

Ad accompagnare la conversazione saranno le melodie al pianoforte di Yiruma. Le sue composizioni, delicate e mai invadenti, creeranno un’atmosfera raccolta, lasciando che siano le parole, i racconti e le emozioni a occupare il posto d’onore a tavola.

Il solito passo indietro per osservare l’insieme. È un piccolo rito che non salto mai. Solo allora il citofono annuncia l’arrivo della mia ospite.

L’accolgo con un sorriso. È il mio modo di dire “benvenuta” prima ancora delle parole.

Laura mi ha raccontato che è venuta già altre volte a Lecce in vacanza e se n’è innamorata, ma ovviamente non l’ha vissuta come una del luogo, per questo prima di sederci a tavola, le mostro il campanile del Duomo dalla prospettiva privilegiata della mia terrazza. È uno dei piccoli angoli di Lecce che i turisti raramente riescono a scoprire.

Mentre porto a tavola l’antipasto, un’insalata di valeriana e rucola con arancia e gherigli di noci, per rappresentare le tante storie diverse che incontra, le porgo la mia prima domanda.

Durante il nostro primo incontro hai accennato al patriarcato come a un elemento che continua a influenzare il percorso delle donne, anche in ambito professionale. Dal tuo punto di vista, esiste un legame tra questa cultura e la violenza? In che modo?

Certamente. La cultura patriarcale rappresenta una delle radici della violenza contro le donne, perché alimenta ancora oggi rapporti di potere e disuguaglianze che si riflettono in molti ambiti della vita, compreso quello lavorativo e universitario. Non è un caso che proprio quest’anno, all’interno dell’Università di Ferrara, sia stato inaugurato, per la prima volta, uno sportello antiviolenza, fortemente voluto dalla rettrice in collaborazione con il Centro Donna Giustizia. È un segnale importante, che riconosce come la violenza possa assumere forme diverse e manifestarsi anche nei luoghi della formazione e del lavoro. I dati confermano che la strada verso una reale parità è ancora lunga: in Italia solo il 6% delle donne medico riesce a ricoprire incarichi dirigenziali. In alcune discipline, come la chirurgia e le specialità chirurgiche, la presenza femminile ai vertici è ancora più rara: le donne primarie sono pochissime”.

Le sue parole lasciano emergere un dato che invita a riflettere: la violenza non è soltanto quella che lascia lividi sul corpo, ma anche quella che limita opportunità, carriere e libertà. Il cambiamento, però, passa dalla consapevolezza e dalla capacità delle istituzioni di riconoscere il problema e affrontarlo. È con questo pensiero che, dopo aver tolto i piatti dell’antipasto, servo il primo. Risotto allo zafferano, il giallo richiama la luce e la rinascita.

Il personale del 118 entra nelle case nel momento in cui tutto è ancora autentico. Ci sono segnali, anche non fisici, che ti fanno intuire quando dietro un trauma potrebbe nascondersi una situazione di violenza?

Molto più spesso di quanto si possa immaginare. È più facile riconoscere una violenza quando ci sono segni evidenti, come ematomi o lesioni, ma nella maggior parte dei casi le richieste di aiuto arrivano in modo indiretto. Il 118 viene chiamato per sintomi apparentemente comuni – capogiri, stati d’ansia, malori o altri disturbi – che talvolta nascondono una situazione di violenza. Spesso la vittima prova vergogna oppure si trova ancora in presenza del maltrattante e non può raccontare ciò che sta vivendo. Per questo è fondamentale saper osservare ciò che va oltre i sintomi. Un collega, tengo a sottolineare che si tratta di un uomo, e io abbiamo elaborato prima una procedura operativa specifica per il personale del 118 e successivamente un percorso di formazione rivolto agli operatori. La violenza è sempre esistita, ma senza gli strumenti giusti non siamo stati capaci di riconoscerla sempre e subito. Oggi, grazie a una formazione mirata, possiamo cogliere quei segnali che prima rischiavano di passare inosservati”.

Le parole di Laura raccontano una professionista preparata, ma soprattutto una persona che ha scelto di guardare oltre l’emergenza. Nel suo modo di parlare non c’è mai enfasi, solo la convinzione che riconoscere un segnale possa cambiare il destino di qualcuno. È una forma di cura che nasce dall’attenzione e dall’ascolto, prima ancora che dalla competenza.

Mentre rifletto su questo, arriva il secondo piatto: un filetto di branzino in crosta di patate. È una preparazione essenziale, delicata, priva di inutili eccessi. In qualche modo mi ricorda Laura: concreta, discreta, capace di trasmettere quanto il suo lavoro e il volontariato siano parte integrante della sua identità. Ascoltandola, mi sorprendo a pensare quanto sarebbe prezioso poter contare su figure come la sua anche nel mio territorio.

Spesso la paura o la vergogna frenano le donne dal denunciare o dal dire la verità sull’origine di un trauma. In che modo i protocolli sanitari attuali aiutano a tutelare e accompagnare la donna anche quando non è ancora pronta a formalizzare una denuncia?

Il percorso che abbiamo sviluppato a Ferrara nasce proprio dall’esigenza di proteggere la donna fin dai primi segnali di violenza, ancora prima che la situazione degeneri. Il nostro intervento comincia già nell’abitazione della persona, con il personale del 118, e prosegue grazie a una rete di servizi che lavorano in modo coordinato.

Abbiamo predisposto due schede. La prima è il normale verbale del 118, che viene consegnato alla paziente e riporta esclusivamente quanto da lei dichiarato. Se la violenza emerge solo come una confidenza e non come una denuncia esplicita, non viene riportata nel verbale, per evitare che, tornando a casa, l’eventuale maltrattante possa venirne a conoscenza.

La seconda scheda, invece, viene compilata solo al termine dell’intervento, quando l’ambulanza è rientrata in sede. È un documento riservato, che serve a registrare i casi sospetti o accertati e a consentire, quando necessario, l’attivazione della rete di protezione.

Al termine dell’intervento chiediamo sempre alla donna se desidera proseguire il percorso in ospedale, dove sono previsti protocolli specifici. Se non ci sono lesioni che richiedano il ricovero o se la persona non se la sente di andare in ospedale, le viene comunque fornito immediatamente il contatto del Centro Antiviolenza più vicino. È un passaggio fondamentale, perché permette di avviare un percorso di aiuto anche senza una denuncia formale, nel pieno rispetto dei tempi e delle scelte della vittima”.

È il momento del sorbetto. La pausa che, a tavola, invita a rallentare il ritmo e a fare spazio ai pensieri. È il tempo dei bilanci, delle domande che ognuno rivolge prima di tutto a se stesso: abbiamo fatto abbastanza? Avremmo potuto accorgerci prima? Cosa possiamo fare, concretamente, perché nessuna donna resti sola? La brezza della sera rende il sorbetto ancora più fresco e, per un istante, sembra alleggerire anche il peso delle riflessioni.

La guardo negli occhi. Sono scuri, intensi e profondi. Sembrano custodire una sensibilità che va oltre il ruolo professionale. Non le chiedo da dove nasca. Alcune motivazioni appartengono alla sfera più intima di una persona e meritano di restare lì. Mi basta pensare che proprio quella sensibilità rende il suo modo di prendersi cura degli altri così autentico.

Si avvicina la fine della cena. Con rammarico perché il tempo è trascorso velocemente, porto in tavola il dolce. Una cheesecake ai frutti rossi. Questi ricordano la forza e la vita, ma in un contesto positivo.

Tu incontri la violenza quando ormai è esplosa. Se potessi intervenire molto prima, da dove inizieresti? Dalla scuola, dalle famiglie, dalla formazione degli operatori o da un cambiamento culturale più ampio?

Partirei sicuramente dalla formazione. C’è una slide che utilizzo in ogni corso e che riassume perfettamente il mio pensiero: “conoscere per riconoscere”. Solo se impariamo a conoscere la violenza possiamo imparare anche a riconoscerla. Questo vale per tutti: per un vicino di casa, un’amica, un collega, ma anche per i professionisti. Naturalmente la formazione deve essere calibrata in base all’età e al contesto, ma dovrebbe iniziare il prima possibile.

Durante il master ho seguito una lezione tenuta da un’insegnante che spiegava come si possa lavorare già nella scuola dell’infanzia, utilizzando strumenti adeguati ai bambini. Anche scegliere libri privi di stereotipi di genere è un modo per educare al rispetto. Pensiamo a quanti messaggi trasmettiamo senza accorgercene: dal fiocco rosa o azzurro alla nascita, fino ai giocattoli considerati “da maschio” o “da femmina”. Se una bambina sogna di fare la chimica o la calciatrice, deve sentirsi libera di immaginare quel futuro. È da piccoli che si costruisce una cultura diversa.

Esistono studi internazionali, come il Global Gender Gap Report, che ogni anno analizzano il livello di parità di genere nei diversi Paesi. Ma, al di là delle classifiche e delle leggi, resta una convinzione maturata nella mia esperienza: nessuna norma, da sola, può cambiare una mentalità. Il vero cambiamento nasce dalla cultura e la cultura si costruisce attraverso la formazione, coinvolgendo bambini, ragazzi, adulti e professionisti.

È quello che stiamo cercando di fare anche con i nostri corsi, rivolti non solo agli operatori sanitari, ma anche alle scuole. E sono proprio i bambini delle elementari ad averci sorpreso di più: ascoltano, fanno domande, assorbono tutto come spugne. È da lì che bisogna partire”.

Laura non alza mai la voce. Racconta il proprio lavoro con la calma di chi conosce il peso delle parole. Non cerca effetti speciali, né si concede il ruolo dell’eroina. E forse è proprio questa sobrietà a rendere ancora più forte ogni risposta. Perché, mentre l’ascolto, mi rendo conto che il coraggio non sempre fa rumore. A volte ha il volto di chi sceglie, ogni giorno, di esserci.

Quando la mia ospite si congeda, le candele sono ormai quasi consumate. Sul tavolo restano qualche petalo di glicine, i bicchieri vuoti e molte riflessioni. Porto lentamente i piatti in cucina, quasi con il timore di interrompere il silenzio che si è creato. Le ferite non sempre lasciano segni visibili. Alcune si nascondono dietro uno sguardo abbassato, una parola trattenuta, un malessere che sembra avere tutt’altra origine. Questa sera ho capito che imparare a riconoscerle non è un compito riservato agli operatori sanitari o alle forze dell’ordine: è una responsabilità che riguarda ciascuno di noi.

Spengo l’ultima candela. La terrazza torna silenziosa, ma so che conserverà il ricordo di una conversazione destinata a restare. E mi piace pensare che ogni riflessione condivisa, ogni stereotipo messo in discussione, ogni persona che impara a riconoscere un segnale possa essere un piccolo passo verso quel cambiamento culturale di cui Laura ha parlato per tutta la sera.

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( 15 – continua )

Category: Costume e società, Cultura

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