INDOVINA CHI VIENE A CENA? / IL LIBRO DI FAMIGLIA

di Emanuela Boccassini ______________
Quando si parla di imprenditoria femminile, non si può ignorare il contesto dentro cui prende forma. I numeri, se ascoltati davvero, raccontano scelte quotidiane, rinunce, ripartenze.
Per molto tempo il lavoro delle donne è rimasto invisibile, confinato nelle case o nelle attività rurali. Anche quando entrava nell’economia, lo faceva senza pieno riconoscimento.
Poi, lentamente, qualcosa è cambiato.
Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento iniziano a emergere figure che rompono questo confine: donne che non si limitano a partecipare, ma trasformano ciò che fanno in impresa, ricerca, innovazione. È un processo lento, che passa attraverso il lavoro tessile, le prime attività autonome e una consapevolezza nuova del proprio ruolo.
Il vero spartiacque arriva negli anni Settanta, quando l’economia cambia struttura e le donne entrano sempre più nel mondo dei servizi e dell’impresa. Da lì in poi il percorso si amplia: dagli anni Duemila l’imprenditoria femminile si consolida e si diversifica, fino a diventare oggi una presenza stabile del sistema economico italiano.
Eppure restano differenze, fragilità, territori più forti e altri più esposti.
Ed è dentro questa trasformazione che la mia cena prende forma.
Attraverso ogni elemento della tavola voglio raccontare ciò che si nasconde dietro l’imprenditoria femminile: la fatica quotidiana, le resistenze, gli impegni e i sacrifici di donne che si muovono in un contesto ancora segnato, in molti casi, da ostacoli espliciti o invisibili.
Come centrotavola ho scelto una composizione di alyssum marittimo bianco. A prima vista è un fiore discreto, quasi minimale. Eppure nella sua apparente delicatezza si rivela la sua forza. Cresce in piccoli grappoli, come se ogni parte cercasse la vicinanza dell’altra, dando vita a una rete naturale fatta di connessioni leggere ma costanti. Ha un profumo appena accennato, una presenza non invadente. Si adatta ai contesti senza perdere la propria identità e per questo diventa una metafora potente: il modo in cui molte donne costruiscono, tengono insieme, resistono, facendo funzionare ciò che le circonda.
La tavola è vestita di rosso. Una scelta netta, quasi dichiarativa. Il rosso parla di energia, di coraggio, di decisione. È il colore del comando, ma anche della determinazione quotidiana, quella che non sempre si vede, ma che regge le strutture più solide. Su questa base intensa, tutto il resto trova un suo contrappunto naturale.
I piatti sono in porcellana bianca, ma non lisci. La loro superficie è attraversata da venature concentriche in rilievo, come onde che si allargano o come i cerchi che la vita disegna nel legno. Mi piace pensare che raccontino visivamente ciò che accade dentro un’impresa: un’idea iniziale, un nucleo forte, che poco alla volta si espande, crea movimento, genera valore e lascia tracce nel contesto in cui nasce. Il piatto superiore, con la sua ampiezza e la sua profondità, accoglie il cibo lasciando spazio a queste linee, trasformandolo in una cornice del lavoro e della sua evoluzione.
I bicchieri completano la scena con un gioco più contemporaneo. Hanno una linea bombata, senza stelo, essenziale e insieme sofisticata. La superficie è attraversata da una sfumatura metallica che parte dal bordo e scende lentamente, passando dall’argento al platino scuro, fino a dissolversi nella trasparenza del vetro. È un oggetto che vive di contrasti: riflesso e invisibilità, presenza e sottrazione. Come se volesse ricordare che anche la visibilità, a volte, è una scelta calibrata.
La tavola, nel suo insieme, vuole suggerire un equilibrio possibile tra forza e discrezione, tra struttura e leggerezza, tra ciò che si mostra e ciò che lavora silenziosamente dietro le quinte.
E proprio in questo equilibrio la tavola assume il suo significato.
Un significato che si fa tattile nelle posate di metallo brunito, opache e concrete come gli attrezzi di un mestiere che non cerca il bagliore del palcoscenico, ma la solidità dell’opera. Lungo il muretto della terrazza ho posizionato a distanza costante, piccole lampade creando Lungo il muretto della terrazza ho posizionato, a distanza costante, delle piccole lampade, creando un’atmosfera intima e raccolta. La loro luce morbida sfiora le venature dei piatti e i profili dei bicchieri, mentre intorno alla tavola prende forma uno spazio di confidenza e di racconti condivisi, capace di custodire e, allo stesso tempo, far emergere le storie degli ospiti.
In sottofondo, le trame della chitarra di Yasmin Williams intrecciano una melodia limpida e costante. Un ritmo fluido che avanza senza parole, trasformandosi in un tappeto sonoro delicato, capace di accogliere e accompagnare il racconto e lo sguardo sul mondo della mia ospite.
Poifaccio il mio solito passo indietro, per assicurarmi che l’insieme mandi il messaggio che avevo immaginato per la serata: un incontro tra storie di vita e di impegno, dove la complessità di essere donne, costrette a moltiplicarsi, a sovrapporre i giorni e i ruoli, non sia un limite, ma la trama stessa del racconto, affinché non debbano rinunciare a nessuna parte di sé. Donne che portano sulle spalle la fatica invisibile di cucire insieme la propria realizzazione professionale, la presenza nella società e la devozione alla famiglia, trasformando questa costante frammentazione in un bilanciamento potente.
Il citofono interrompe il pensiero con la sua puntualità semplice.

È arrivata la mia ospite Grazia Manni. Editrice salentina alla guida della storica casa editrice Manni, fondata a Lecce nel 1984 dai suoi genitori, porta avanti da oltre quarant’anni con la sorella Agnese, un catalogo di altissimo profilo letterario e civile. La sua storia professionale è l’esempio di come la passione per la parola possa farsi impresa indipendente, radicata sul territorio e riconosciuta a livello nazionale.
Quando si parla di imprenditoria, spesso si pensa ai numeri e ai grandi poli industriali; ma esiste un’imprenditoria che misura il proprio successo nell’impatto culturale e nella capacità di dare voce a un territorio. Grazia incarna perfettamente questa visione: con coraggio, straordinaria lungimiranza e una determinazione tutta al femminile, ha guidato e consolidato una casa editrice indipendente, trasformandola in un punto di riferimento culturale non solo per il Salento e la Puglia, ma per l’intera editoria nazionale. La sua è la storia di un’impresa coraggiosa, capace di unire una solida visione strategica a una profonda responsabilità etica. Una leadership che non ha bisogno di imporsi, ma che sostiene, accoglie e costruisce legami duraturi.
E io resto un istante immobile, prima di aprire, con la sensazione netta che alcune presenze non entrino mai davvero da sole, portino con sé tutto ciò che le ha precedute.
La tavola è un linguaggio silenzioso. Ogni piatto non arriva per riempire uno spazio, ma per dire qualcosa che le parole, da sole, non basterebbero a raccontare.
Per iniziare, ho scelto un antipasto che parla di differenze. Insalata di radicchio, elementi freschi e croccanti, mandorle tostate. Sapori che non cercano di uniformarsi, ma che convivono mantenendo ciascuno la propria identità. Il radicchio porta una nota più decisa, quasi identitaria; il resto alleggerisce, apre, introduce. Le mandorle aggiungono una solidità discreta, come ciò che sostiene senza essere immediatamente visibile. È un piatto che non chiede uniformità, ma equilibrio tra elementi diversi. E, credo, anche fare impresa significa questo: imparare a tenere insieme aspetti differenti della propria vita senza lasciare che uno cancelli gli altri.
Fare l’editore indipendente significa decidere ogni giorno quali parole meritano di essere stampate e quali no. Se guardi indietro all’inizio della tua storia con la Manni Editori, c’è stato un libro preciso, un autore o una scelta rischiosa in cui hai sentito per la prima volta che pubblicare non era soltanto un mestiere, ma l’assunzione di una responsabilità culturale verso questo territorio?
Più che un libro preciso, un autore o una scelta, diciamo che la responsabilità culturale nella nostra casa editrice viene soprattutto dalle scelte di libri che raccontano le diversità. A parte la letteratura, quindi la poesia, la prosa, la saggistica, c’è un filone di libri di impegno sociale che è molto presente fin dall’inizio nella casa editrice, perché siamo convinti che dar voce, tra virgolette, alle “minoranze”, o comunque alle specificità culturali, fisiche e psicologiche, abbia un senso importante, sia per chi vive quelle specificità sia per chi non le conosce.
Mi riferisco, per esempio, a libri sul mondo della Resistenza e quindi sui partigiani, sugli ebrei, sulla comunità LGBTQIA+, sulle neurodivergenze, sui percorsi di affido, sulla tossicodipendenza, sul carcere, sugli stereotipi di genere, eccetera.
Quindi, più che scelte rischiose, penso che siano argomenti rischiosi, perché non è facile, in una casa editrice indipendente, avere un occhio al mercato e, allo stesso tempo, mantenere fede alle scelte editoriali in cui crediamo. Noi siamo convinti che realmente un libro possa incidere, possa cambiare, dal punto di vista culturale, un atteggiamento.
In questi giorni, purtroppo, assistiamo a tante violenze contro le donne e noi siamo convinti che fare la nostra parte anche dal punto di vista culturale, affinché sempre più ragazzi e ragazze leggano e crescano abbandonando il patriarcato e gli stereotipi della donna che sta a casa, sia comunque importante.
A questo proposito, tocchi con mano quanto sia fondamentale il rapporto con i ragazzi, con le giovani generazioni, con i libri e con gli argomenti “delicati”.
Qualche tempo fa eravamo in una scuola con un libro che parlava di Trotula di Ruggiero, la prima medichessa salernitana del Trecento. Vorrei fare una premessa: quando c’è l’autore a scuola, magari vado anch’io. È chiaro che poi, ai ragazzi, cerchi sempre di fare dei discorsi ulteriori che partono dal libro, perché è un’occasione ghiotta per dire qualcosa e per farli confrontare su altre tematiche.
Parlando proprio ai ragazzi della differenza tra il mestiere dell’uomo e quello della donna e del rapporto tra loro, alla fine dell’incontro si sono avvicinate tre ragazze e mi hanno chiesto se potevo parlare con la dirigente per far organizzare un corso di educazione sessuale e affettiva in quella scuola.
Si erano rese conto, stimolate dalle domande emerse durante la nostra discussione, di averne bisogno. Avevano capito che era importante parlarne e che anche questo passa, come dicevo prima, dal discorso della prevenzione, anche rispetto ai femminicidi.
Quindi sì, si tocca con mano, per fortuna, anche qualcosa di diverso e di positivo.
Ciò che emerge dalle parole di Grazia è la spontaneità con cui racconta il proprio lavoro e il forte legame tra le sue scelte editoriali e una personale attenzione alle tematiche sociali. I libri, per lei, non sono soltanto oggetti culturali, ma possono diventare strumenti capaci di suscitare domande, far emergere consapevolezze e spingere soprattutto le giovani generazioni a riconoscere un bisogno e a chiedere un cambiamento.
Forse è proprio questa capacità di trasformare che mi porta al primo piatto. Come un libro può partire da una storia, da un incontro o da una domanda e diventare qualcosa di più, anche ingredienti semplici possono cambiare attraverso le mani di chi li lavora, assumere una forma nuova e raccontare un’idea diversa da quella da cui sono nati.
Gli gnocchi con crema di piselli frullati, menta e ricotta raccontano proprio questo passaggio: ciò che nasce semplice si modifica, si ammorbidisce, cambia consistenza e, senza perdere la propria natura, diventa qualcosa di nuovo.
Il pisello diventa base e colore, la menta introduce una freschezza che rompe l’inerzia, la ricotta tiene insieme senza appesantire. È un piatto che parla di costruzione lenta, di adattamento, di crescita che non cancella ciò che era prima. Ogni percorso imprenditoriale attraversa trasformazioni simili. Le idee iniziali raramente arrivano intatte al traguardo: si modificano, incontrano ostacoli, assorbono esperienze e nuove prospettive. E, spesso, nel cambiamento dell’impresa si riflette anche quello di chi la guida. Mentre il sapore fresco della menta pulisce il palato, lascio sul tavolo l’interrogativo più intimo.
Nel racconto dell’imprenditoria si festeggiano quasi sempre le conquiste, i traguardi e le copertine dei libri usciti bene. Ma la storia reale di un’impresa – specialmente culturale – è fatta soprattutto di quello che non si vede. Nel tuo percorso, quali sono state le rinunce invisibili che hanno pesato di più e che oggi hanno dato forma alla donna che sei?
Allora credo di essere fortunata, perché non ho fatto molte rinunce. Innanzitutto, la casa editrice con cui collaboro da sempre, e che oggi è la mia casa editrice, è nata in famiglia: da mio padre, da mia madre e poi dalle persone che si sono avvicinate a noi, mia sorella e io soprattutto. Io ho iniziato a lavorarci quando avevo appena quindici anni: scrivevo articoli per la rivista e, all’epoca, mi occupavo persino di scrivere a mano gli indirizzi, perché prima si faceva così.
È un percorso che dura da moltissimo tempo e questo ha fatto sì che anche le persone che lavorano con noi siano diventate, in qualche modo, parte della famiglia: sorelle, nipoti. Il clima che si respira è quindi molto familiare, molto amichevole, e questo sicuramente ha consentito di coniugare meglio l’essere donna, moglie e mamma con il lavoro.
Per esempio, quando è arrivata la mia prima figlia, nel 2003, aveva appena 29 giorni quando me la sono portata in casa editrice. Era in un’altra stanza, con una persona che si occupava di lei, e io ero lì, fisicamente, a lavorare. Non ho dovuto rinunciare al lavoro o alla mia carriera.
E questo vale, naturalmente, non soltanto per me, che sono proprietaria e azionista della casa editrice. Anche le altre persone, quando hanno delle difficoltà, possono portare per un periodo il bambino al lavoro, oppure lavorare in smart working. È chiaro che le rinunce, in una grande azienda o in una situazione lavorativa più complessa, possono essere maggiori. Noi abbiamo sempre cercato, invece, di andare incontro alle esigenze delle persone e di provare a non rinunciare.
Anche quando sono stata chiamata a far parte della seconda Giunta Ria come assessore, non ho rinunciato alla casa editrice: cercavo di conciliare una cosa con l’altra. Oppure quando, per nove anni, sono stata direttore amministrativo della Fondazione ICO “Tito Schipa” gestendo Lirica Sinfonica del Politeama Greco: riuscivo a coniugare i due impegni, magari passando un’ora al giorno in casa editrice e poi andando al Museo Castromediano per firmare i pagamenti degli orchestrali.
Diciamo che mi è stato consentito di fare quello che volevo, cercando di tenere insieme le diverse opportunità. Mia sorella, per esempio, oggi vive a Milano e lavora completamente in smart working. Abbiamo scelto di consentirle di lavorare da lì perché non volevamo che rinunciasse a quell’opportunità, che era importante non solo per lei, ma anche per la casa editrice: stare al centro del panorama editoriale italiano, forse anche europeo. Lei vive a Milano da sette o otto anni e, nel frattempo, anche la nostra sede si è spostata in Lombardia.
Quindi, ecco, non mi sento di aver fatto particolari rinunce. Se oggi ho voglia di prendermi due giorni, di viaggiare, di andare al San Carlo o da qualche altra parte, cerco di tenere tutto insieme.
Il secondo piatto cambia ancora ritmo. Il filetto in salsa di soia ha una cottura veloce, ma prima di arrivare al fuoco ha bisogno del suo tempo: quello della marinatura, durante il quale assorbe lentamente sapori e profumi.
È un equilibrio tra tempi diversi, tra ciò che richiede pazienza e ciò che, al momento giusto, può accadere rapidamente. E nelle parole di Grazia ritorna proprio questa capacità di tenere insieme cose diverse senza dover necessariamente rinunciare a una per scegliere l’altra. Il lavoro, la famiglia, gli incarichi, i viaggi, le passioni: esperienze e impegni che, racconta, ha cercato di far convivere trovando di volta in volta un modo possibile.
Anche la marinatura lavora così: non chiede di fermare tutto, ma di concedere a ogni cosa il proprio tempo. Poi arriva il momento della cottura, breve, deciso, e ciò che sembrava ancora in attesa è pronto a trasformarsi.
Manni Editori è una realtà attorno a cui sono passati e passano tantissimi autori e intellettuali. Eppure chi guida un’azienda sa che il momento della decisione finale è spesso un atto solitario. Nel tuo percorso hai trovato più alleanze salde o più solitudini? E cosa ti ha insegnato questo stare al centro di una bottega culturale?
Anche su questo, diciamo, sono fortunata, perché dal 1984 non c’è stata praticamente nessuna decisione presa in solitaria. Abbiamo sempre condiviso tutto. Penso che questo derivi anche dall’educazione che ho ricevuto dai miei genitori: in famiglia le decisioni sono sempre state collettive. Quando, per esempio, io e mio fratello volevamo un altro fratellino, lo chiedemmo alla mamma e lei e papà ci accontentarono. Mia madre ci disse che era incinta prima ancora di dirlo a mio padre! Ecco, a casa nostra funzionava così e, in qualche modo, lo stesso principio è entrato anche nella casa editrice.
Si decide tutto insieme. È chiaro che, alla fine, c’è una persona che firma, perché esiste una rappresentanza legale e una responsabilità giuridica che deve necessariamente essere attribuita a qualcuno, ma è davvero soltanto un dettaglio obbligatorio. Le decisioni, invece, le prendiamo insieme: cosa pubblicare, quali strade intraprendere, come affrontare le diverse situazioni. È difficile persino che le comunicazioni siano intestate soltanto a uno di noi.
Penso che questo sia molto importante anche perché ognuno ha una sensibilità diversa dall’altro e competenze differenti. E proprio questa complementarità, secondo me, fa la differenza. Io, per esempio, non ho una formazione classica da editor, anche se sono giornalista da molti lustri. Mi occupo soprattutto di contabilità, commerciale, direzione generale, risorse umane e di tutti quegli aspetti che magari mancano a mia sorella, che invece ha una formazione più legata alla redazione e alla produzione e si occupa di questi ambiti insieme alle altre persone che lavorano con noi.
Poi c’è mia madre, che è la grande vecchia, in tutti i sensi, della casa editrice. Ha 81 anni e mezzo e continua a venire tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, con un orario praticamente completo. Legge tutto, risponde alle mail e continua a dirigere la rivista L’Immaginazione, con cui siamo nati e che rappresenta la nostra prima esperienza di stampa e di attività editoriale. È l’intellettuale della famiglia, una figura molto solida che continua ancora oggi a confrontarsi quotidianamente con il mondo interno e con quello esterno.
E poi c’è tutta una rete di persone: quelle che lavorano dentro la casa editrice, quelle che collaborano dall’esterno e tanti consulenti che, tra virgolette, sono diventati anche amici. Con loro ci confrontiamo molto spesso, perché una cosa che ci ha sempre insegnato mio padre è che bisogna avere gli occhi strabici: uno rivolto al territorio e l’altro al mercato.
Sono due dimensioni che devono necessariamente convivere. Se facessimo le cose soltanto per il mercato, perderemmo il rapporto con il territorio; ma se vivessimo esclusivamente di ciò che vendiamo in Puglia, probabilmente saremmo chiusi già da molti anni. Quindi dobbiamo guardare fuori, essere presenti nel panorama editoriale più ampio, ma allo stesso tempo continuare a lavorare sul territorio e contribuire a farlo crescere.
È una mediazione continua, una connessione tra queste due realtà. Per questo non possiamo prescindere dal lavoro con gli enti locali, le scuole, le associazioni e, più in generale, da tutti quei progetti culturali che ci permettono di essere presenti sul territorio e di contribuire alla sua crescita.
A questo punto la tavola si ferma.
Arriva il sorbetto al limone.
Non come intermezzo, ma come spazio necessario. Un momento in cui tutto ciò che è stato detto, anche attraverso il cibo, si deposita, si allenta, smette di correre. È il tempo in cui le cose non si aggiungono, ma si chiariscono. Il palato si ripulisce, ma anche il pensiero si dispone in modo diverso. È una pausa che non interrompe, ma permette di ascoltare meglio ciò che resta.
C’è una cosa, però, che mi ha colpito particolarmente nel modo in cui Grazia racconta la sua storia: l’umiltà. Parla della sua fortuna senza nasconderla, ma anche senza trasformarla in un merito da esibire. Racconta le possibilità che ha avuto, le occasioni che ha saputo cogliere, il lavoro, la carriera, la famiglia, i viaggi, gli incontri, senza mai dare l’impressione di voler dimostrare qualcosa.
È riuscita, almeno per come la racconta, a tenere insieme molte parti della sua vita senza rinunciare a nessuna, e ha scelto di mettere quelle possibilità anche al servizio del territorio in cui vive, attraverso il lavoro della casa editrice. Non c’è compiacimento nelle sue parole, né quella distanza che a volte si avverte in chi ha avuto più opportunità di altri. Al contrario, c’è una naturale attenzione verso le persone, verso ciò che accade intorno a lei, verso il bisogno di condividere e di confrontarsi.
Forse è proprio questo che arriva più forte. Grazia è gentile, curiosa, disponibile, interessata agli altri. E non è soltanto un’impressione legata al modo in cui si pone: lo si ritrova nelle cose che dice, nel valore che attribuisce alle relazioni, nel modo in cui parla della famiglia, dei collaboratori, dei ragazzi, del territorio. La sua storia racconta una donna che ha avuto la fortuna di poter scegliere, ma che quella fortuna non l’ha mai confusa con un privilegio da tenere per sé.
Lascio che queste riflessioni rimangano ancora un momento sul tavolo. Poi arriva il dolce. Una torta millefoglie con crema di fragole e frutta fresca. Qui la struttura diventa visibile: livelli che si sovrappongono senza annullarsi. La fragola introduce una nota viva, immediata, mentre la crema lega e ammorbidisce. La sfoglia tiene tutto insieme con una fragilità che è solo apparente. È un dolce che non chiude semplicemente la cena, ma la riprende da un altro punto di vista: quello della stratificazione, di ciò che si costruisce nel tempo e resta leggibile anche nella sua complessità. Nessuna impresa nasce da un solo gesto o da un unico talento. Si costruisce nel tempo, strato dopo strato, attraverso incontri, errori, intuizioni, sostegni ricevuti e ostacoli superati. Guardandola da vicino, ogni storia imprenditoriale rivela una complessità che raramente appare dall’esterno.
Un libro, proprio come una visione d’impresa o una comunità, si costruisce a strati: bozze, correzioni, attese e molto tempo. Nel nostro territorio e, in particolare tra donne che fanno impresa, senti che oggi prevalga la capacità di fare rete o c’è ancora il riflesso della competizione? Che cosa servirebbe, secondo te, per passare dalla forma alla sostanza della collaborazione?
Mi sono occupata molto di donne. Ho cominciato da piccola, quando mia madre mi portava alle manifestazioni dell’8 marzo con l’UDI e ho sempre respirato, in qualche modo, quell’aria. Poi, quando sono stata assessore alle Pari opportunità, oltre che alla Cultura, della Provincia di Lecce, ho ideato insieme ad altre persone dei corsi per avvicinare la politica alle donne.
Da allora mi occupo abbastanza di questo tema, perché spesso le donne sono le peggiori nemiche di se stesse. Io, però, credo che oggi le cose siano un po’ cambiate e che ci sia molta più solidarietà, molta più sorellanza, come si dice oggi. Certo, c’è ancora qualcuna che magari sente il bisogno di “indossare i pantaloni” a tutti i costi, assumendo atteggiamenti maschili o addirittura maschilisti, però complessivamente, ritengo, che venga riconosciuta alle donne una sensibilità diversa da quella maschile.
Che cosa manca? Sicuramente mancano delle normative e mancano delle infrastrutture, insomma, le solite cose che tutti conosciamo. Per arrivare a una vera parità di genere bisognerebbe dare sostanza anche agli aspetti concreti e tecnici che ancora sono assenti.
Però ci sono sempre più donne al comando di imprese, enti pubblici, uffici giudiziari. Quindi, secondo me, anche se molto lentamente, una visione diversa sta passando e sta favorendo questo cambiamento.
Resta il fatto che, purtroppo, nei posti di comando ci sono ancora molti uomini e le leggi sono spesso costruite secondo una visione molto maschile. E anche le donne che arrivano in posizioni di potere non sempre fanno abbastanza per aiutare le altre donne.
Credo, però, che sia anche una questione di tempi. Siamo in una democrazia e le persone vengono democraticamente elette: non si può fare una rivoluzione dall’oggi al domani. Bisogna però che ciascuno faccia la propria parte.
Io, nella mia prima vita professionale, mi sono occupata di antimafia e ricordo sempre quello che diceva Borsellino: per combattere la mafia, ciascuno deve fare quello che può, ciascuno deve fare la propria parte. E penso che valga anche in questo caso.
Io devo fare bene oggi il mio lavoro di editrice, ognuno deve fare bene il proprio lavoro, il proprio impegno, la propria occupazione. Anche una cassiera.
Qualunque lavoro facciamo, se lo facciamo bene, produciamo benessere: non soltanto economico, ma anche sociale.
La serata volge al termine e sulla tavola restano soltanto bicchieri semivuoti, qualche briciola e il ricordo della storia ascoltata.
Ripenso allora a una parola che abbiamo usato spesso questa sera: impresa.
Siamo abituati ad associarla ai numeri, ai bilanci, alla crescita. Eppure, ascoltando il racconto della mia ospite, appare chiaro che un’impresa nasce molto prima dei risultati.
Nasce da un’intuizione, da una scelta, da una visione. Ma soprattutto dalle persone che la abitano e dalle relazioni che riescono a costruire intorno a essa.
La storia di Grazia mi lascia proprio questo: l’idea che fare impresa non significhi soltanto creare valore economico. Significa condividere, confrontarsi, mettere insieme competenze diverse, guardare al mercato senza perdere di vista il territorio. Significa, quando è possibile, creare le condizioni perché il lavoro e la vita possano convivere, senza che una debba necessariamente cancellare l’altra.
E significa anche assumersi una responsabilità: fare bene la propria parte, qualunque essa sia. Perché ciascuno, nel proprio lavoro e nel proprio ruolo, può contribuire a produrre qualcosa che va oltre il risultato immediato: può creare cultura, relazioni, benessere e, magari, lasciare a chi viene dopo qualcosa da raccogliere e continuare.
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Category: Costume e società, Cultura


























