IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / LA SCOMPARSA DELLE FONTANE

di Anna Maria Greco _________________
«Vai alla fontana e prendi una minzana d’acqua.»
Era una di quelle frasi che, da bambina, sentivo spesso e che non avevano bisogno di spiegazioni. La fontana era lì, all’angolo della mia via, a pochi passi da casa. Bastava prendere il recipiente vuoto e andare.
La minzana apparteneva alle parole e ai gesti di ogni giorno. Un tempo era di terracotta; nei miei ricordi era ormai soprattutto di plastica, più leggera, con due robusti manici laterali che assicuravano una buona presa quando, piena d’acqua, diventava tutt’altra cosa da trasportare.
Di fontane come quella ce n’erano diverse, distribuite in vari punti del paese per permettere a quante più famiglie possibile di approvvigionarsi d’acqua. Il paese era molto meno esteso di oggi, le case finivano prima e quelle fontane riuscivano a servire intere zone dell’abitato.
Non tutte le famiglie, infatti, avevano ancora l’allaccio all’Acquedotto Pugliese. L’acqua dai rubinetti di casa usciva, ma per molti proveniva dalla cisterna. Quando cominciava a scarseggiare bisognava farla arrivare. Ricordo i camion con le grandi cisterne: chi svolgeva quel servizio prelevava l’acqua dai propri pozzi, riempiva la cisterna del camion e poi la scaricava nelle cisterne delle abitazioni. Noi quella quantità d’acqua la chiamavamo una caratizza. A seconda della grandezza della cisterna di casa poteva bastarne una oppure ne occorrevano due. Quell’acqua si pagava e si cercava, perciò, di farla durare il più possibile.
Chi aveva la fortuna di possedere un pozzo disponeva di una risorsa in più. Ricordo che un campione di quell’acqua veniva portato in laboratorio per essere analizzato e soltanto quando le analisi confermavano che fosse potabile la si beveva. Sentivo dire dai grandi anche che più il pozzo era profondo, migliore potesse essere l’acqua. Era una delle tante convinzioni che arrivavano alle mie orecchie di bambina.
L’Acquedotto Pugliese non arrivò contemporaneamente in tutte le case. Bisognava aspettare che la rete raggiungesse la propria strada, fare domanda e attendere i tempi dell’allacciamento. Nel frattempo si continuava con la cisterna, con il pozzo per chi lo aveva e con la fontana.
E poi c’erano i vicini. Chi aveva già l’acqua dell’Acquedotto in casa non si meravigliava se qualcuno bussava chiedendo la cortesia di riempire qualche recipiente. Si apriva il rubinetto, si riempivano le minzane e ci si salutava. Ho visto fare questo gesto ancora molti anni dopo la mia infanzia. Non lo chiamavamo solidarietà. Ci si aiutava e basta.
Anche a casa nostra c’era una cisterna e proprio a quella è legata un’immagine che non ho mai dimenticato. Quando fu costruita, mio padre andò fino a Porto Cesareo a comprare un’anguilla.
Io quell’anguilla l’ho vista.
Ricordo il buio della cisterna, l’acqua sotto di noi e quell’animale vivo che vi fu lasciato andare fino a scomparire alla nostra vista. Allora si attribuiva all’anguilla una sorta di funzione depurativa: si credeva che aiutasse a mantenere l’acqua più pulita, liberandola da impurità e piccoli organismi. Nei discorsi degli adulti sentivo parlare persino di batteri.
Quanto ci fosse di scientificamente vero io, naturalmente, non potevo saperlo. E non ricordo neppure che fine facesse quell’anguilla, quanto tempo rimanesse nella cisterna o se un giorno ne venisse messa un’altra. Ricordo soltanto lei che scompare nel buio.
Erano tempi in cui si faceva molto con ciò che si aveva. Esperienze, consigli e piccole soluzioni passavano da una casa all’altra, quasi naturalmente. Per bere e cucinare, però, a casa nostra si preferiva l’acqua potabile dell’Acquedotto Pugliese. E allora si andava alla fontana.
Le file le ricordo bene. Quando c’erano molti recipienti da riempire, gli adulti mandavano avanti noi bambini con le minzane vuote. «Vai intanto a prendere il posto.» E noi andavamo.
Intorno alla fontana si aspettava, ma difficilmente si rimaneva in silenzio. Le donne parlavano, si scambiavano una notizia, un consiglio, una confidenza. Qualcuna raccontava un fatto di famiglia, un’altra qualcosa accaduto nel vicinato. Di un tempo precedente alla mia nascita mi raccontavano che le donne vi portassero persino la verdura da lavare. C’era un turno per tutto e ognuno aspettava il proprio.
Poi arrivava il momento di riempire. Una minzana piena pesava. Noi bambini qualche volta la riportavamo a casa in due, uno per ciascun manico. Chi aveva una bici Carolina poteva sistemarla dietro e procedere con una mano sul manubrio e l’altra a tenerla ferma.
Gli adulti avevano imparato ben altri equilibri: due minzane appese ai lati del manubrio della bicicletta, una sistemata dietro e un’altra davanti, appoggiata sulla struttura tra i pedali. Quattro minzane in un solo viaggio. A pensarci oggi sembra quasi un’impresa. Allora era semplicemente il modo di portare a casa più acqua possibile.
D’estate, quando occorrevano scorte più abbondanti, si approfittava spesso della sera tardi. C’era meno gente, la fila si accorciava e si potevano riempire diversi recipienti. Ogni minzana presa alla fontana significava un po’ d’acqua della cisterna risparmiata. E chi abitava abbastanza vicino trovava qualche volta il modo, durante la notte, di collegare lunghi tubi di gomma alla fontana per irrigare il proprio giardino.
Perché l’acqua serviva a tutto. Serviva per bere e cucinare, per il bucato che si faceva interamente a mano, per lavarci. Ricordo una grande tinozza di metallo nella quale si faceva il bagno e l’acqua scaldata nelle grandi pentole prima di essere versata dentro. Il bagno, nei miei ricordi, era spesso l’appuntamento della settimana.
E persino quell’acqua, dopo averci lavati, poteva servire ancora: veniva recuperata per lo scarico del WC. A casa della mia bisnonna ricordo ancora la turca. Si cercava di non buttare ciò che poteva avere un secondo uso.
Quando in casa c’era un neonato, invece, l’attenzione diventava ancora maggiore. Ricordo l’acqua messa sul fuoco e lasciata bollire prima di preparare una pappa o una camomilla. Non ricordo quale acqua venisse scelta, ma quel gesto sì: per i più piccoli, prima di tutto, l’acqua si faceva bollire.
Fuori dalle case, intanto, la fontana accompagnava le giornate. Al mattino presto, prima di raggiungere la campagna, i contadini si fermavano alla fontana che incontravano lungo il percorso per riempire i recipienti e lu mile, quello di terracotta nel quale portavano l’acqua da bere. Molti raggiungevano i campi in bicicletta e, tornando, la fontana diventava nuovamente una sosta.
Lì ci si dissetava. Ci si avvicinava al getto e si beveva quell’acqua fresca. Ci si bagnava il viso, si sciacquavano le mani e qualche volta persino i piedi. Lo ricordo soprattutto quando si tornava dalla campagna o dalla vendemmia, stanchi, accaldati, con addosso ancora la polvere della giornata.
Per le strade capitava anche di vedere passare i pastori con il gregge. La fontana offriva ristoro anche a loro: beveva il pastore, beveva il cane che accompagnava le pecore e nella vaschetta sottostante trovavano un po’ d’acqua anche un gatto o qualche uccello.
Ma quella stessa vaschetta, per noi bambini, custodiva una piccola meraviglia: i girini.
D’estate, quando vi ristagnava un po’ d’acqua, li vedevamo guizzare, piccoli e scuri, con quella lunga codina che li spingeva da una parte all’altra. Sapevamo che sarebbero diventati rane, ma questo non diminuiva affatto la nostra curiosità. Potevamo restare chini a guardarli per un tempo infinito, dimenticandoci magari che qualcuno ci aspettava a casa.
Poi bastava una mano sotto il getto. Uno spruzzo. Una risata. E la fontana diventava nostra.
Nelle lunghe giornate d’estate correvamo lì per cercare un po’ di refrigerio e finivamo inevitabilmente per bagnarci completamente. Con le mani deviavamo il getto verso l’amico più vicino; quello scappava, tornava indietro e ricambiava lo scherzo. Riempivamo persino le buste di plastica d’acqua, pronti a sorprendere qualcuno.
Schiamazzi, corse, risate. E quell’acqua fresca che ci arrivava addosso sotto il sole.
Alla fine eravamo fradici: i capelli bagnati, i vestiti appiccicati alla pelle, le gambe grondanti d’acqua. Eravamo usciti di casa con una minzana vuota e l’ordine di prendere il posto alla fontana. Tornavamo con la minzana piena e, addosso, tutta la freschezza di un pomeriggio d’estate.
Forse è questa l’immagine che più di tutte mi è rimasta dentro: l’acqua che zampilla e noi bambini intorno.
Ma la fontana non apparteneva soltanto ai nostri giochi. Era uno dei punti di riferimento del paese. Per indicare una casa bastava dire: «Arriva alla fontana…» e da lì continuavano le indicazioni. Non c’erano telefonini, navigatori o posizioni da condividere.
Alla fontana ci si dava appuntamento. Si aspettava un’amica, ci si fermava a parlare e, qualche volta, forse, si aspettava anche l’innamorato. Tra una minzana che si riempiva e un recipiente che lasciava il posto al successivo passavano parole, sguardi, confidenze. Qualche incontro durava il tempo necessario a riempire un recipiente; qualche altro, chissà, si sperava durasse un po’ di più.
La fontana era anche questo: acqua che dissetava e vita che le scorreva intorno.
Poi arrivò, finalmente, l’allaccio all’Acquedotto Pugliese anche nelle case che lo avevano atteso. Fu un sollievo. Molta fatica venne risparmiata. Non c’erano più le minzane da riempire per necessità, le file da fare, l’acqua da trasportare e soprattutto quell’ansia che arrivava quando la cisterna cominciava a svuotarsi.
Bastava aprire un rubinetto.
Era un progresso atteso e desiderato, e sarebbe ingiusto dimenticare quanto migliorò la vita quotidiana. Eppure certe comodità, mentre ci liberano da una fatica, portano lentamente via anche alcuni gesti, alcune abitudini, certi piccoli luoghi d’incontro.
Quella fontana che stava all’angolo della mia via, a pochi passi da casa, purtroppo oggi non c’è più.
Come lei sono scomparse molte delle fontane che un tempo abitavano le strade dei nostri paesi. Forse proprio per questo, quando oggi ne incontro una ancora al suo posto e sento l’acqua sgorgare dal beccuccio, qualcosa dentro di me si muove.
Per un istante non vedo più soltanto una vecchia fontana.
Rivedo una bicicletta carica di minzane. Una donna che aspetta il proprio turno. Un contadino che si china per bere. Lu mile. Il cane del pastore. I girini nella vaschetta.
E poi rivedo noi. Bambini.
Il sole delle lunghe estati, gli schiamazzi, gli spruzzi, le corse, i vestiti fradici e quella gioia semplice che non aveva bisogno di niente, se non di un po’ d’acqua e di qualcuno con cui giocare.
Ritrovo una freschezza che non apparteneva soltanto all’acqua. Era la freschezza della fanciullezza.
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( 10 – continua )
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Sono ricordi che non si cancellano. Quante volte da piccoli, crescendo coi nonni,si prendevano le menzane (così si chiamavano da noi nel basso Salento) e le “quartare”, i “limmi”, si scendevano le scale del paese e si riempivano per poi risalire carichi e pesanti, col cuore in gola e il fiatone. Acqua che serviva per fare di tutto e quante volte al giorno a fare quelle scale quando la nonna ti chiamava quando stavi giocando e dovevi lasciare per prendere l’acqua. A volte ci nascondevano, facendo finta di non sentire, per non interrompere quei momenti di gioia, i pochi che potevamo permetterci,per poi sottostare a quell’impegno che comunque toccava a noi.
Quante volte abbiamo fatto quelle scale e quante volte, ora a 67 anni, quando passando per le strade basse del paese, alzo gli occhi e rivedo quelle scale e noi bambini che le percorrevamo carichi come muli, quanti ricordi bellissimi intorno a quelle immagini e quelle chiamate a voce alta delle nonne che ti raggiungevano ovunque fossi.
È rimasto dentro qualcosa di magico, di irripetibile che niente però riuscirà a cancellare.
L’unica cosa che si vorrebbe è raccontare ai nipotini quella vita, far vedere come si viveva e come si giocava per ricevere in cambio un sorriso e un abbraccio che ti riportano indietro nel tempo, lo stesso che non riuscirà mai a cancellare una fanciullezza vissuta nella povertà e nella gioia di aver posseduto il niente.