IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / AMBULANTI. QUANDO IL CARRETTO PASSAVA E QUELL’UOMO GRIDAVA

di Anna Maria Greco _________________
Prima ancora di vederli, io li sentivo.
Le strade della mia infanzia avevano una voce. Anzi, ne avevano tante. C’erano campane di ferro che si riconoscevano da lontano, clacson suonati sempre nello stesso modo, richiami che attraversavano le case e raggiungevano le donne affaccendate nelle cucine. Ogni ambulante aveva il suo suono e noi bambini avevamo imparato a riconoscerli come si riconoscono le persone dal passo.
Bastava sentirne uno perché interrompessi quello che stavo facendo e cercassi di correre fuori. «Aspetta! Non uscire! Non correre!» mi richiamava mamma. Ma la curiosità era più veloce delle mie gambe e io, appena potevo, ero già sulla porta. Non dovevo necessariamente comprare qualcosa. Anzi, quasi mai. Volevo sapere chi fosse arrivato, che cosa avesse portato e che cosa sarebbe successo davanti a casa nostra.
Il primo che ricordo è il lattaio.
Arrivava nel pomeriggio, dopo la mungitura, su una bicicletta pesante, di ferro, che sembrava avere più anni di lui. Era un uomo anziano, con il viso segnato dal sole e dalla fatica. Annunciava il suo arrivo scuotendo una grande campana di ferro, il cui suono si propagava per tutta la strada.
Le donne uscivano con i bottiglioni di vetro e l’imbuto. Mi mettevo vicina, abbastanza da vedere tutto, senza intralciare. Il lattaio apriva il grande recipiente metallico, immergeva un misurino di ferro nel latte ancora tiepido e lo versava nell’imbuto infilato nel collo del nostro bottiglione. Seguivo quel filo bianco che scendeva e riempiva lentamente il vetro.
A casa il latte veniva filtrato, bollito e lasciato riposare. Sulla superficie si formava la panna, che veniva raccolta. Poi, una volta raffreddato, finiva in frigorifero, pronto per essere riscaldato nello scaldalatte la mattina seguente. Quando il lattaio ripartiva, la sua campana continuava a farsi sentire ancora per un po’, sempre più lontano, fino a confondersi con le altre voci della strada.
Col tempo avevo capito che ogni richiamo annunciava un mondo diverso. Non sapevo mai con certezza che cosa avrei trovato oltre la porta: qualcosa di buono da mangiare, un oggetto curioso, una trattativa animata o soltanto una storia da ascoltare. E per me era già una ragione sufficiente per voler uscire.
Durante la settimana gli ambulanti si succedevano quasi seguendo un calendario. Alcuni arrivavano in giorni precisi, tanto che le donne sapevano quando aspettarli. Altri comparivano senza preavviso, e allora bastava un richiamo perché le porte cominciassero ad aprirsi.
C’era chi vendeva frutta e verdura, chi portava legumi, chi arrivava dalle masserie con i formaggi. Le automobili e i piccoli furgoni si fermavano agli angoli delle strade e diventavano botteghe per il tempo necessario a vendere la merce. Le donne uscivano, guardavano, toccavano, domandavano il prezzo. Sapevano riconoscere la bontà di un prodotto con un’occhiata e, se qualcosa costava troppo, non avevano alcuna intenzione di nasconderlo.
«E quanto vuoi per queste?»
Cominciava una trattativa che a me sembrava non finire mai. Intanto l’ambulante continuava a gridare anche mentre pesava, incartava e contava i soldi: la sua voce doveva raggiungere altre donne, magari ancora dentro casa, e convincerle a scendere.
Se un’offerta era conveniente ma la quantità troppo grande per una famiglia sola, bastava chiamare una vicina. «Ne prendiamo metà per una?» Si comprava insieme e poi si divideva. Potevano essere verdure, pesce o qualunque altra cosa capitasse a buon prezzo. Le donne facevano i conti e tornavano a casa ciascuna con la propria parte, soddisfatte dell’affare concluso. Ci si intendeva tra donne.
Succedeva anche che una massaia non avesse i soldi in quel momento. L’ambulante, se la conosceva, le lasciava ugualmente la merce. «Me li dai la settimana prossima.» E la settimana successiva tornava a riscuotere. Era un credito fatto di conoscenza, fiducia e parole date. Non occorrevano moduli né firme. Bastava ricordarsi.
In autunno arrivavano le automobili cariche di funghi raccolti nelle pinete. C’erano le monetole e altre varietà sistemate in cassette colme, che gli uomini mostravano aprendo gli sportelli o il portabagagli. Mi avvicinavo, attratta da quelle forme strane, dai cappelli grandi e piccoli, dai colori della terra. E soprattutto dal profumo.
Era un odore meraviglioso di bosco, di terra umida, di foglie e di pini, rimasto imprigionato tra i funghi durante il viaggio. Mi pareva che avessero portato un pezzo di pineta fin sotto casa. Le stagioni si riconoscevano anche da ciò che passava per la strada. L’autunno poteva arrivare dentro un’automobile piena di funghi.
Il venerdì, invece, arrivava il pesce.
«Vieni, commare! Vieni a vedere! Ci sono le ope fresche!»
Il pescivendolo si fermava con la sua Ape e chiamava le donne con una confidenza che si era preso da solo, come se fossero tutte parenti sue. Sorrideva, insisteva, lodava la freschezza della merce. Era il suo modo di conquistare le compratrici.
Il pesce era sistemato nei contenitori, protetto da teli di rete, con il ghiaccio dove occorreva. Appena ci avvicinavamo, sentivamo quell’odore forte di mare e di pesce fresco che a noi bambini non piaceva affatto. Ci tappavamo il naso. «Che schifo il pesce!» E scappavamo ridendo.
Ma non andavamo lontano. Dopo qualche istante eravamo di nuovo lì, attratti dalle donne che sceglievano, dal pescivendolo che sollevava un pesce per mostrarne la grandezza, dalle mani che contavano i soldi e, soprattutto, dalla bilancia.
Quelle bilance manuali erano oggetti meravigliosi. Avevano una base di legno, parti di ferro o di ottone e due piatti sospesi che oscillavano fino a trovare l’equilibrio. Accanto c’era la serie dei pesi: i più piccoli per i grammi, poi quelli sempre più grandi, fino ai chili. Alcuni erano cilindri o tronchi di cono metallici, lucidi nei punti in cui venivano afferrati continuamente dalle dita.
Il venditore metteva la merce su un piatto e sull’altro disponeva i pesi necessari. Seguivo quel movimento come un gioco. Un piatto scendeva, l’altro saliva. Una mano aggiungeva un peso, lo spostava, ne cercava un altro. Finalmente i due piatti si fermavano. Il peso era giusto e da quel piccolo equilibrio nasceva il prezzo da pagare.
Intanto il pescivendolo continuava a gridare, sperando che un’altra commare, sentendolo da lontano, decidesse di affacciarsi. C’erano anche le mosche, grosse e ostinate, che sembravano interessate agli acquisti quanto le massaie. Lui le scacciava con un foglio di carta, ma quelle tornavano. Proprio come noi bambini.
D’estate la strada cambiava voce.
«Gelatiii! Gelatiii!»
Era il gelataio. Arrivava lentamente con la sua Ape, vestito di bianco, con un camice e un cappellino che mi ricordava quello dei cuochi. Guidava piano, con un piede sul pedale e l’altro quasi fuori, pronto a fermarsi appena qualcuno lo chiamava. Lo aspettavo come si aspetta una festa.
Dentro quell’Ape c’erano contenitori metallici con i coperchi, e sotto si nascondevano i gelati. Cioccolato, limone, nocciola. Mi sembravano già tantissimi gusti.
Ma come faceva il gelato a non sciogliersi? Fuori c’erano quaranta gradi, le pietre delle strade scottavano e noi cercavamo l’ombra. Eppure quell’uomo viaggiava con il suo carico senza che sparisse in una pozzanghera dolce. Non riuscivo a spiegarmelo. Quell’Ape era magica.
Quando mamma diceva «Andate», partivamo di corsa con le monete strette nel pugno. Il gelataio sollevava un coperchio e io osservavo ogni movimento, felice ancora prima di assaggiare. Il gelato potevamo mangiarlo anche a casa, ma quello comprato per strada aveva un sapore diverso. Sapeva di vacanza, di piedi che correvano, di amici che si chiamavano da una porta all’altra.
Non erano soltanto le cose da mangiare a farmi correre alla porta. Ogni automobile poteva nascondere una sorpresa, e io avevo l’impressione che gli ambulanti sapessero tirare fuori dai loro portabagagli molto più di quanto vi avessero caricato.
Uno vendeva calzini e fazzoletti. «Calzini e fazzoletti!» Apriva il portabagagli e tirava fuori ogni genere di cosa: calzini, fazzoletti, bavaglini, corredini per neonati, tutine, lenzuola, tovaglie, strofinacci, grembiuli per la scuola, vestaglie, pigiami, camicie da notte, jeans, tute e centrini.
Quando una donna chiedeva qualcosa che non vedevo esposto, lui si chinava, cercava e la trovava. Rimanevo sbalordita. Come poteva esserci tutta quella roba in una macchina così piccola? Pensavo che, dentro, fosse molto più grande di quanto apparisse fuori.
Ma per me quell’arrivo aveva soprattutto un’attrazione: i calzini. Li adoravo. Mi piacevano quelli dai colori pastello, tutti ordinati uno accanto all’altro. D’inverno arrivavano quelli di lana, più spessi, che sembravano promettere piedi caldi.
Cominciavo subito a chiedere a mamma di comprarmene un paio. «Mamma, questi! Guarda questi!» Lei magari aveva bisogno di tutt’altro, ma io insistevo, mostravo un colore, ne sceglievo un altro, poi ritornavo al primo. La mettevo in croce finché, qualche volta, riuscivo a spuntarla. Ero felice anche per un semplice paio di calzini nuovi. Li toccavo e pensavo a quando li avrei indossati.
Un altro ambulante vendeva scope. Il suo camion ne era pieno: manici lunghi e corti che spuntavano da ogni parte come rami di un albero stranissimo. Ricordo soprattutto il ragazzo che stava in piedi sul camion, circondato da tutte quelle scope. Era così alto e magro che a me sembrava un manico di scopa anche lui. Non glielo avrei mai detto, ma ogni volta mi veniva da sorridere.
Poi c’era l’uomo delle sedie. Arrivava con un camion carico di sedie grandi e piccole, di legno e di vimini. Tra tutte, un giorno, ne vidi una che mi conquistò: una sediolina di vimini, proprio della misura di un bambino. La volevo con quella determinazione che soltanto i bambini sanno avere quando incontrano qualcosa che sembra aspettarli da sempre. Cominciai a chiedere a mamma di comprarla. Guardavo lei, poi la sediolina, poi di nuovo lei. Alla fine cedette.
Quella sedia diventò un piccolo tesoro di casa, condiviso tra noi quattro fratelli. Ognuno, a turno, ci si sedeva, la spostava, la faceva propria per qualche momento. È ancora a casa di mamma e papà, ben conservata, con un piccolo cuscino sopra. Ogni volta che la guardo rivedo quel camion e una bambina che non riusciva a staccare gli occhi da quella di vimini.
Ma gli ambulanti che trasformavano davvero la strada in uno spettacolo erano quelli che noi chiamavamo i baresi.
«Sono arrivati i baresi!»
La notizia correva e noi bambini correvamo più della notizia. Arrivavano con un camion enorme, carico di pentole, piatti, bicchieri, servizi da tavola, biancheria e oggetti per la casa. C’era di tutto, anche cose che le mamme compravano pensando al corredo dei figli, quando ancora erano piccoli.
Sul camion, dietro una specie di banco improvvisato, un uomo parlava al megafono. Mostrava un oggetto, ne annunciava il prezzo, ne lodava la qualità, poi ne tirava fuori un altro. Scherzava, chiamava le donne, prometteva occasioni.
«Mamma, comprala! Compra, mamma! Costa poco!» Non sapevo quanto costasse davvero. Mi fidavo dell’entusiasmo di quell’uomo, che annunciava ogni prezzo come se stesse facendo un regalo a tutti.
All’inizio distribuiva biglietti numerati. Bisognava conservarli perché, alla fine, ci sarebbe stata un’estrazione. Era un sistema perfetto per trattenerci lì mentre le donne continuavano a guardare la merce.
Una volta mamma mi sollevò perché fossi proprio io a pescare il biglietto vincente. Per qualche istante non ero più una bambina in mezzo alla folla: ero diventata una parte importante dello spettacolo. Tutti aspettavano il numero che avevo in mano. Qualcuno vinse un premio e io mi sentii felice come se avessi vinto anch’io.
Non so se quell’uomo vendesse più pentole grazie alla sua voce o alla curiosità delle persone. So soltanto che, quando arrivavano i baresi, nessuno spettacolo di strada ci sembrava più interessante.
Non tutti gli ambulanti, però, ci facevano ridere.
C’erano quelli che vendevano animali vivi. Sul camion portavano gabbie con galline, polli, pulcini e conigli. Vendevano anche le uova, sistemate con cura in cassette o cestini, accanto agli animali.
In molte case c’era un piccolo allevamento domestico, spesso nell’orto, dove si tenevano soprattutto galline per avere le uova. Si compravano anche i pulcini, scegliendoli con attenzione per farli crescere. Altri animali erano destinati alla cucina, perché molte famiglie acquistavano il pollame vivo e provvedevano da sé alla macellazione.
Guardavo quelle gabbie con pena. Le galline si agitavano, i conigli cercavano un angolo tranquillo e i pulcini si stringevano gli uni agli altri. Noi più piccoli cominciavamo a fantasticare. E se aprissimo le gabbie?
Immaginavamo le galline correre libere per la strada, i pulcini seguirle, i conigli saltare via e l’ambulante inseguirli disperato. Ci vedevamo già come gli eroi di quella liberazione. Eravamo pronti a salvare tutti. Peccato che fossimo troppo piccoli perfino per arrampicarci sul camion. La rivoluzione delle galline finì prima di cominciare.
Per le strade passavano anche uomini che non vendevano soltanto oggetti nuovi.
C’era l’arrotino, che affilava coltelli e forbici. Mi affascinava il rumore del metallo sulla mola e la sicurezza delle sue mani. C’era l’ombrellaio, capace di rimettere in funzione un ombrello con le stecche rotte. Osservavo quelle riparazioni come se stesse aggiustando un piccolo scheletro.
E c’erano quelli che raccoglievano ferro vecchio e olio usato, compresi i residui rimasti dopo il travaso. A volte, in cambio, lasciavano una pentola, una bacinella o qualche altro oggetto utile. Era un baratto. Le donne portavano fuori quello che avevano conservato, l’uomo valutava, si discuteva un po’ e qualcosa cambiava proprietario. A me piaceva l’idea che una cosa vecchia potesse trasformarsi in una nuova.
Passavano anche gli ambulanti dell’olio e del vino, provenienti dai paesi vicini e talvolta da più lontano, persino dalla provincia di Brindisi. Si fermavano con i loro recipienti e le loro misure, offrendo prodotti che le donne conoscevano bene e sapevano valutare.
C’erano anche gli ambulanti della legna d’olivo, che annunciavano il loro passaggio con un richiamo tutto particolare. Molti arrivavano dai paesi limitrofi, proponendo prezzi e offerte sempre più convenienti. Passavano soprattutto d’estate, quando le famiglie facevano provvista per l’inverno. I camion percorrevano lentamente le strade, carichi di tronchi e rami tagliati. Bastava riconoscere quella voce per uscire, contrattare sul prezzo e sulla quantità e far scaricare la legna davanti a casa. E così, mentre il sole d’estate arroventava le pietre, si pensava già al fuoco che avrebbe riscaldato le giornate fredde.
Tra tante voci che attraversavano la strada, ce n’era una che aspettavo con un’emozione diversa. Non annunciava soltanto qualcosa da comprare: riportava a casa il lavoro delle mani di mamma, trasformato dal calore del forno.
A casa il pane si preparava con cura. Mamma impastava la farina, lavorava la massa con le mani e formava i pani. Poi li sistemava perché potessero lievitare, coprendoli prima con teli di cotone e poi con coperte di lana. Guardavo quelle forme nascoste e mi sembrava che il pane fosse stato messo a dormire. Ogni tanto avrei voluto sollevare un lembo per vedere quanto fosse cresciuto. Ma bisognava lasciarlo tranquillo.
Quando arrivava il fornaio con la sua Ape, portava le tavole di legno sulle quali sistemava i pani ancora crudi. Ogni famiglia doveva poter riconoscere il proprio pane dopo la cottura. Per questo si facevano dei segni: qualcuno metteva le iniziali con piccoli cordoncini d’impasto, qualcun altro usava delle fave.
Trovavo meravigliosa quella cosa. Un pane poteva avere un nome. Non scritto. Impastato.
Il fornaio caricava tutto e ripartiva verso il forno. Poi cominciava l’attesa. Quando tornava, i pani erano sistemati in grandi contenitori di legno, quadrati o rettangolari, coperti da teli di cotone. Il profumo arrivava prima di lui, caldo e pieno, e sembrava entrare nelle case ancora prima del pane.
Le forme erano diventate dorate, con la crosta croccante e qualche spaccatura sulla superficie. Mamma riconosceva le nostre dai segni lasciati prima della cottura. Insieme ai pani grandi, spesso dieci o quindici per volta, ce n’era anche uno più piccolo, fatto apposta.
Era lu piccinnu.
Un panetto che aveva un destino particolare. Se in casa c’erano bambini, poteva essere proprio quello ad aprirsi per primo, ancora caldo. Lo spezzavamo con le mani e ne usciva il vapore. La mollica era morbida e profumata, la crosta faceva rumore sotto le dita. Ne mangiavamo subito un pezzo, senza aggiungere niente. Non serviva.
Ma lu piccinnu non era soltanto il pane dei bambini. Spesso veniva preparato per essere donato. Lo si avvolgeva in un canovaccio di cotone e lo si portava a una vicina, a una sorella, a una persona anziana. Era un gesto semplice, così abituale che non aveva bisogno di spiegazioni.
Tra tante forme di pane destinate alla famiglia, ce n’era una che sembrava avere già il nome di qualcun altro. Ed era forse questo il suo profumo più bello.
Gli ambulanti lavoravano molto. Alcuni partivano presto, altri percorrevano chilometri con il caldo, il vento o la pioggia. Caricavano e scaricavano la merce, chiamavano i clienti, aspettavano, trattavano, ripartivano.
Per molte famiglie erano un servizio importante. Le automobili erano ancora poche e non tutte le donne avevano la patente o la possibilità di uscire per fare acquisti lontano da casa. Così era spesso il commercio ad arrivare davanti alle porte.
E insieme alla merce arrivavano le notizie. Mentre si sceglievano i prodotti e si discuteva sul prezzo, le donne parlavano tra loro. Una chiedeva come stesse una vicina, un’altra raccontava qualcosa accaduto in famiglia, qualcuna domandava all’ambulante quando sarebbe tornato. Le voci si sovrapponevano: il venditore chiamava altre clienti, le donne contrattavano, si consigliavano, dividevano gli acquisti. I bambini ascoltavano e facevano domande che nessuno aveva il tempo di soddisfare. Io ne facevo moltissime.
Mi incuriosivano gli oggetti, i prezzi, ma soprattutto quel piccolo mondo che si formava intorno a un camion fermo, a una bicicletta o a un’Ape. Ogni ambulante portava qualcosa da vendere e, senza saperlo, anche qualcosa da raccontare.
E persino la politica, a pensarci bene, era un po’ ambulante. Ricordo un’automobile che percorreva lentamente le vie del paese, con un megafono che annunciava un comizio in programma nella piazza del paese. La voce arrivava fino alle case, comunicava il giorno, l’ora e invitava i cittadini a partecipare. Io vedevo passare quella macchina e mi domandavo da dove arrivasse quella voce che non riuscivo a vedere. Era così che anche la politica raggiungeva le persone: attraversando le strade, chiamandole a raccolta nella piazza del paese.
A poco a poco, senza che me ne rendessi conto, quella strada mi insegnava che non tutto ciò che passava davanti a casa era in vendita. C’erano voci che invitavano, persone che portavano notizie e altre che arrivavano soltanto per regalare stupore. E qualche volta lo stupore era così grande da non entrare nemmeno in un camion.
Quando arrivava il circo, il paese lo sapeva subito. «È arrivato il circo!» Prima ancora che si accendessero le luci sotto il tendone, un pezzo dello spettacolo attraversava le nostre vie.
Ricordo una giraffa. Una giraffa vera. E un cavallo.
Li vedevamo passare accompagnati dagli uomini del circo, vestiti con pantaloni scuri attraversati da una riga rossa o dorata e casacche decorate con grandi bottoni e passamanerie. Un clown, con il megafono, invitava i bambini allo spettacolo e distribuiva biglietti gratuiti.
Io guardavo soprattutto quella giraffa. Alzavo la testa, incredula che un animale così grande potesse trovarsi proprio nella strada dove poco prima era passato il lattaio.
Quelli del circo portavano un mondo intero dentro il paese e ci invitavano a entrarci. Amavo i clown, con le scarpe enormi, i vestiti buffi e i visi dipinti. Bastava che entrassero in pista perché cominciassi a ridere. Poi arrivavano gli acrobati, i trapezisti, gli equilibristi, e il riso lasciava posto al silenzio.
Rimanevo con il naso all’insù, guardandoli lanciarsi da un trapezio all’altro, affidarsi alle mani di un compagno, mantenersi in equilibrio in posizioni impossibili. Avevo paura che cadessero. A volte chiudevo gli occhi per un istante e poi li riaprivo subito, perché non volevo perdermi niente.
E c’erano i popcorn. Il loro profumo si mescolava alla musica, alle voci, all’attesa. Per me avevano il sapore del circo. Ancora oggi basta sentirlo per ritrovare le luci e il brusio delle persone intorno alla pista.
Gli uomini del circo venivano anche a scuola a distribuire i biglietti e poi ci andavamo con le nostre classi, a vedere lo spettacolo nel nostro paese.
Durante le festività natalizie, invece, quando il Circo Orfei arrivava a Lecce, papà organizzava una giornata per portarci tutti. Eravamo in sei nella nostra automobile: mamma, papà e noi quattro fratelli. Già il viaggio era una festa. Poi entravamo sotto quel grande tendone e ci sedevamo vicini, pronti a lasciarci incantare. Il Natale era anche questo: la macchina piena della nostra famiglia, lo spettacolo e la gioia di stare insieme.
Dei circhi che arrivavano nel nostro paese ricordo anche il momento più triste. Dopo l’ultimo spettacolo, smontavano il tendone e ripartivano. Noi magari non vedevamo la partenza. La scoprivamo passando di nuovo da quelle parti.
Dove fino al giorno prima c’era stato il circo, improvvisamente non c’era più niente. Era lo spazio a impressionarmi. Quanto spazio lasciava un circo quando se ne andava! Non c’erano più i camion, gli animali, le luci, la musica. Restava soltanto quel terreno vuoto.
Pensavo che altrove altri bambini avrebbero riso con i clown e guardato gli acrobati con il naso all’insù. Loro stavano per conoscere quella meraviglia. Noi l’avevamo appena salutata. E speravo che l’anno dopo tornassero.
Erano ambulanti anche loro. Gli ambulanti del sorriso, della meraviglia e della spensieratezza.
E poi c’erano loro.
Non portavano latte, pesce, gelati o pentole. Non avevano camion carichi di merce né megafoni. Erano i frati francescani del convento di San Giuseppe da Copertino, appartenenti all’Ordine dei Frati Minori Conventuali.
Ricordo fra Lucio e padre Egidio Merola.
Quando arrivavano nelle nostre case, qualcuno li vedeva passare e la notizia correva di porta in porta. Li osservavo avvicinarsi con curiosità. Indossavano una lunga tonaca nera, con il cappuccio sulle spalle, stretta in vita da un cordone chiaro. Dal cordone pendeva un grande rosario, con i grani che accompagnavano i loro movimenti. Portavano anche il crocifisso, che ci porgevano perché lo baciassimo.
Noi bambini li circondavamo, cercando di attirare la loro attenzione. A volte allungavamo una mano per toccare la stoffa della tonaca, altre la tiravamo appena, come se quel gesto potesse trattenerli più a lungo. Loro sorridevano e, mentre parlavano con noi, posavano spesso una mano sulla nostra testa o su una spalla. Era un gesto semplice, affettuoso, che ricordo ancora con tenerezza.
Entravano nelle case, ascoltavano le persone, recitavano una preghiera insieme alle famiglie e lasciavano una benedizione. Non chiedevano nulla. Erano le famiglie, spontaneamente, a offrire quello che potevano: pane, olio, conserve, talvolta pasta fatta in casa, sistemati nelle sacche di cotone che portavano con sé. Qualche volta lasciavano un rosario o un’immaginetta di San Giuseppe.
Di padre Egidio si parlava con un rispetto particolare. Già allora la gente lo considerava un uomo speciale, un uomo di Dio, al quale venivano attribuiti doni straordinari. Si raccontava persino che avesse il dono della bilocazione: qualcuno diceva di averlo visto in una strada e qualcun altro di averlo incontrato, quasi nello stesso momento, in un altro punto del paese.
Ascoltavo quelle storie con gli occhi spalancati. Come poteva una persona trovarsi in due posti diversi? Forse, pensavo, padre Egidio conosceva una magia che noi non conoscevamo. E quando lo incontravo cercavo, chissà come, un segno di quel mistero.
Ma nelle nostre case non faceva nulla di spettacolare. Parlava con semplicità, ascoltava, pregava. E quella mano tornava a posarsi sulla testa di un bambino o sulla spalla di qualcuno, con una naturalezza che faceva sentire tutti accolti.
Portavano conforto, una parola buona, la presenza di qualcuno che si fermava davvero ad ascoltare.
A pensarci bene, anche loro erano ambulanti. Gli ambulanti della fede.
Quando ripartivano, nelle case rimaneva una quiete particolare, come se insieme alla benedizione avessero lasciato qualcosa che non si poteva vedere. Ricordo ancora quella tonaca che da bambina allungavo la mano per toccare. Dopo tanti anni, riesco quasi a sentirne la stoffa sotto le dita.
Da bambina non facevo distinzioni. Aspettavo con la stessa curiosità il gelataio, il camion delle pentole, la macchina che annunciava un comizio o i frati che si fermavano a parlare con mamma. Erano tutti parte di quella strada che ogni giorno mi chiamava fuori, promettendomi qualcosa da scoprire.
Sono passati tanti anni. Molte di quelle voci non attraversano più le strade.
Eppure, qualche volta, capita ancora. Un ambulante che ha resistito ai centri commerciali e al trascorrere inesorabile degli anni passa per una strada. Si sente un richiamo, un clacson, una voce che grida la propria merce.
E sulle mie labbra si abbozza un sorriso.
Per un istante quella voce ne richiama tante altre e dentro di me la strada torna a riempirsi. Rivedo le donne affacciarsi dalle porte, le bilance oscillare, i camion fermarsi agli angoli, il pane caldo avvolto nei canovacci, le mani che comprano, vendono, dividono e donano.
E rivedo soprattutto una bambina che vorrebbe correre fuori, mentre la mamma le raccomanda di aspettare.
Io ero quella bambina. Volevo vedere tutto, sentire tutto, sapere sempre chi stesse arrivando e che cosa portasse con sé.
Forse, se oggi sono qui a raccontare quelle strade, è proprio grazie a lei.
Lei non sapeva di stare conservando un mondo. Credeva soltanto di guardarlo.
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( 13 – continua )
Category: Costume e società, Cultura


























