CODE E SALE DI ATTESA COME UN OSSERVATORIO ANTROPOLOGICO

di Emanuela Boccassini ___________
Ci sono luoghi in cui il tempo rallenta per tutti. L’aeroporto è uno di questi. Sale d’attesa, uffici postali, sportelli pubblici: sono un osservatorio antropologico non convenzionale in cui si può notare l’inciviltà travestita da distrazione. Sono spazi neutri in cui, teoricamente, siamo tutti uguali. Teoricamente.
Uno dei comportamenti che faccio più fatica a tollerare è l’occupazione preventiva dei posti. Sedie colonizzate da borse, zaini e valigie come se fossero proprietà private. Poco importa se intorno ci sono persone in piedi: evidentemente non esistono. O, peggio, esistono ma sono un dettaglio trascurabile.
E poi c’è la fila. Questo oggetto misterioso. Per alcuni è un’opzione decorativa, un suggerimento estetico, non una regola. Così si vede gente innocente o frettolosa infilarsi di lato con disinvoltura, come se chi aspetta da mezz’ora fosse lì per hobby. Non perché rispetta un ordine, ma perché evidentemente non ha di meglio da fare.
Succede ovunque: in posta, negli uffici aperti al pubblico, persino dove da anni hanno introdotto il numeretto, proprio per evitare interpretazioni creative della convivenza. Eppure i “furbi” resistono. Evolvono. Si adattano.
La parte migliore arriva quando fai notare l’irregolarità. Reazioni possibili: l’insulto, come se fossi tu a violare una norma non scritta, oppure lo sguardo candido accompagnato dal classico: «Non l’avevo vista!» La fila? Me?!
E certo. Ho sempre sospettato che il mio superpotere fosse l’invisibilità.
La verità è che non si tratta di distrazione, ma di educazione. O meglio, della sua assenza. Perché aspettare il proprio turno, occupare solo lo spazio necessario, riconoscere la presenza degli altri non è gentilezza extra: è il minimo sindacale del vivere comune.
Il resto non è furbizia. È solo maleducazione con un buon ufficio stampa.
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