“La mia idea nata per realizzare i sogni degli altri”. A leccecronaca.it GIUSEPPE BORTONE RACCONTA DI COME, PARTENDO DAL SALENTO, LA SUA ETICHETTA DISCOGRAFICA ZERONOVENOVE SI SIA AFFERMATA A LIVELLO INTERNAZIONALE

di Roberto Molle _______________
Un po’ di tempo fa mi ero ripromesso di dedicare una serie di articoli, con relativa intervista, ai responsabili di alcune etichette discografiche pugliesi. L’idea nasceva dal fatto che, negli ultimi anni, mi sono ritrovato spesso a scrivere e recensire musicisti e ottimi dischi appartenenti al roster di piccole etichette indipendenti locali che, lentamente ma con grande professionalità, si stanno facendo strada, arrivando a portare i loro artisti alla ribalta di scenari internazionali in Europa e nel Nord America.
Piccole label che cominciano ad avere peculiarità proprie, sganciate per forza di cose dalle major, ma dotate di un’identità e di un carattere tali da permettere loro di determinarsi sia nel campo delle produzioni discografiche, sia in quello del booking.
Ve ne sono diverse distribuite sul territorio: dalla prestigiosa Auand Records di Bisceglie, specializzata nel jazz, alla Ya Man Records, attiva tra reggae, dancehall, hip hop e musica elettronica; dalla Place To Be Records di Gravina di Puglia, coinvolta nella scena locale e indie, fino alla Nos Records, inserita tra le migliori etichette italiane nella Superclassifica MEI e riconosciuta per la qualità delle produzioni indipendenti, e alla giovane e intraprendente ZeroNoveNove, che si muove lungo coordinate alternative, laterali e poco allineate al mainstream.
L’elenco non si esaurisce certo nei nomi citati e, per quanto sarà possibile, cercherò di presentarle e raccontarle anche grazie al contributo umano e professionale delle persone che le hanno fatte nascere e che le gestiscono, fondamentalmente attraverso la passione e l’amore per la musica. Non saranno appuntamenti fissi: ogni volta che i pezzi e le interviste saranno pronti, li manderemo in stampa. Alla fine sarà possibile contare su una mappatura — seppur empirica — che possa offrire ai giovani musicisti uno strumento di orientamento nella babele di offerte legate alla registrazione di un album e alle opportunità di suonare dal vivo, avendo alle spalle realtà solide capaci di districarsi nella giungla dello show business.
L’etichetta con cui apriamo questa serie di approfondimenti dedicati all’editoria musicale pugliese è la ZeroNoveNove, con sede ad Arnesano, in provincia di Lecce. Forte del lavoro svolto con musicisti che, partendo da un afflato popolare, sono diventati internazionali — come Maria Mazzotta, Dario Muci, Cristiana Verardo e Faraualla — e dell’accoglienza riservata ad altri che, nella musica, trasmettono affinità elettive tra contaminazioni e respiro mediterraneo — come Yaràkà, Dal:Um e Nâbu Pera — l’etichetta prosegue lungo un percorso che affianca l’artista, guidandolo attraverso le insidie e le opportunità presenti nell’universo musicale.
In una mattinata dal clima relativamente mite, l’incontro avviene in un accogliente bar di Arnesano. Di fronte a un caffè e a un ginseng, tra il brusio piacevole degli avventori, un piccolo registratore Sony cattura passo dopo passo il confronto tra lo scrivente e Giuseppe Bortone, fondatore e responsabile della ZeroNoveNove. Giuseppe è rientrato da pochi giorni dagli Stati Uniti e dal Canada, dove si trovava come tour manager della cantante e musicista Maria Mazzotta, anche sua compagna nella vita.
D. – La prima volta che ci siamo incontrati è stato in occasione di una performance di Cesare Dell’Anna all’interno di una struttura che ospitava persone con disabilità psichiche. Ricordo di aver percepito il tuo ruolo accanto a lui come quello di una persona che si occupava degli aspetti organizzativi e delle public relations. Era così?
R. – “Sì, in qualche modo ero una specie di filtro tra lui e il mondo esterno. Un personal manager che conosce bene l’artista, capace di smussare gli angoli e far apparire in pubblico qualche difetto in meno e qualche pregio in più. In quel periodo, parliamo del 2017, la ZeroNoveNove esisteva già, ma in una fase ancora embrionale: era un mio progetto personale, non condiviso con Cesare Dell’Anna”.
D. – Mi racconti un po’ di te? Qual è stato il tuo percorso iniziale?
R. – “Sono arrivato a questo lavoro grazie alla passione per la musica. Insieme a mio fratello Daniele, diversi anni fa, facevamo parte di un progetto che ci vedeva coinvolti sul palco: io come dj, lui come rapper. Facevamo molte serate ed eravamo fan di Fido Guido, un artista tarantino molto impegnato nel sociale, legato alla musica reggae. Era la prima metà degli anni Duemila, avevo poco più di vent’anni: il reggae stava vivendo una grande popolarità, dopo l’esperienza dei Sud Sound System e con l’emergere, in quel periodo, di realtà come Boomdabash, Mama Marjas e altri. Fido Guido, pur essendo molto bravo e apprezzato, non faceva concerti a livello nazionale e, in qualche modo, quello fu il mio primo approccio al booking, perché iniziammo a organizzargli delle date.
Essendo di San Giorgio Jonico, per l’università mi sono spostato a Lecce. Sono laureato in economia e legislazione per le aziende e, mentre studiavo, per ammortizzare un po’ le spese facevo volantinaggio per i concerti che si tenevano in un locale chiamato Livello 11/8. A gestire la struttura, dopo aver vinto un bando regionale, era l’etichetta discografica 11/8 Records del musicista Cesare Dell’Anna. Dal volantinaggio sono passato al botteghino e al guardaroba, finché una sera Cesare, con gli Opa Cupa — la sua band di quel periodo — doveva suonare a Pulsano. Decisi di andare a sentirlo dal vivo. A fine concerto andai a salutarlo e a complimentarmi per l’ottima performance e lui, nel suo stile sopra le righe, mi disse: ‘Vai dal promoter a ritirare tu il cachet!’. Una sorta di investitura. Probabilmente aveva visto in me qualcosa, una predisposizione per quel tipo di attività. È da lì che nasce un sentire inizialmente amatoriale che poi diventerà la mia strada. Forse ci sarei arrivato comunque, ma quell’inizio, e quell’esperienza lunga e impegnativa durata otto anni, sono stati fondamentali”.
D. – Quando avviene il salto con la nascita di ZeroNoveNove come etichetta discografica e agenzia di booking? E quali sono le origini del nome?
R. – “099 è il prefisso telefonico di Taranto: innanzitutto un legame identitario con la città. Ma c’è anche la volontà di mantenere un legame con una città martoriata, tanto bella quanto devastata, che prova ad alzare la testa rispetto ai problemi per cui è tristemente nota e che nasconde, invece, tante altre potenzialità. Per diversi anni ZeroNoveNove è stata solo un logo, perché lavoravo in modo esclusivo per Cesare e la sua agenzia. Quando poi è diventata una realtà tangibile ho utilizzato ciò che avevo studiato per darle solidità.
Mi sono ritrovato a gestire un’azienda — ZeroNoveNove è una Srls — che si occupa di artisti che, a loro modo, sono tante piccole aziende. Un’agenzia di booking è un contenitore di progetti: alcuni possono essere paragonati a start up destinate a crescere e diventare imprese strutturate, altri possono svanire come un sogno o rivelarsi scommesse perse.
Ci sono poi realtà come il progetto di Maria Mazzotta che, oggi, possiamo considerare un’azienda a tutti gli effetti dal punto di vista produttivo. In definitiva, per molto tempo ZeroNoveNove è stata un’idea lasciata in un cassetto, in attesa di poter realizzare i sogni di altri. Ancora oggi, come manager, metto sempre davanti l’artista rispetto al lavoro di management o alla visibilità dell’agenzia, perché credo sia giusto così”.
D. – Ascoltandoti mi vengono in mente figure storiche dell’industria discografica come Tony Stratton Smith, Chris Blackwell o Ivo Watts Russell: professionisti che hanno messo al centro gli artisti, restando defilati rispetto alla ribalta. Come gestisci il tuo ruolo in ZeroNoveNove?
R. – “Secondo me il lavoro del management non è qualcosa che il fan debba necessariamente percepire. Il fan deve esserlo dell’artista. Non amo i professionisti che vogliono apparire troppo o che pretendono un riconoscimento pubblico del proprio ruolo. Io so quali scelte ho fatto, quali strategie ho seguito e quali si sono rivelate vincenti, ma non sento il bisogno di svelarle. Primo perché non voglio togliere peso all’artista; poi perché, quando si entra davvero in empatia con lui, lo si conosce così a fondo che spesso si tratta semplicemente di dare forma alle sue idee. Magari suggerisco un’intuizione, diventa vincente, ma non per questo devo rivendicarne la paternità”.
D. – Seguendo le produzioni di ZeroNoveNove si ha la sensazione di una regia ben precisa, capace di promuovere e portare in tour musicisti importanti. Ci sveli qualcosa su come funziona questo meccanismo?
R. – “Non è semplice, si tratta soprattutto di creare sinergie. Riceviamo proposte ogni settimana e, per circa l’ottanta per cento, arrivano non tanto perché siamo ZeroNoveNove, ma perché gli artisti con cui lavoriamo fanno grandi tour. Sono situazioni che non sempre si possono replicare. Se Maria Mazzotta fa un tour negli Stati Uniti, non significa che automaticamente altri artisti ci contattino pensando che siamo la major di turno pronta a portarli oltreoceano. È stato possibile perché Maria, con la sua musica, in quel momento e in quel contesto, ha avuto un riscontro reale”.
D. – Nella sostanza, come funziona il booking?
R. – “Nel mio caso, essendo un’agenzia indipendente, il booking è sempre collegato al management. In un’agenzia grande esistono figure separate — management, personal management, tour manager, ufficio stampa, legale, amministrativo — mentre in una realtà che fino a due anni fa era un unicum, con una sola persona a occuparsi di tutto, è necessaria una caparbietà incredibile. È un lavoro durissimo perché, anche quando porta risultati, questi possono arrivare dopo uno o due anni. Restare a galla a lungo con zero entrate è estremamente complicato”.
D. – Un tempo i musicisti andavano in tour per promuovere i dischi; oggi spesso si fanno dischi per poter andare in tour e, magari, vivere di musica. Lo streaming ha cambiato profondamente questo equilibrio. Cosa ne pensi?
R. – “I problemi esistono a tutti i livelli. Anche per un artista con una fanbase solida è complicato mantenere visibilità e trovare spazi per suonare. Per un artista emergente, invece, diventa un’impresa epica”.
D. – Come si muove ZeroNoveNove tra booking e produzione discografica?
R. – “Senza timore di smentita, credo che il maggior guadagno per un artista derivi dai concerti. Se se ne fanno pochi, è difficile sostenersi solo con gli introiti discografici. Un’agenzia come la nostra, che si occupa di management, booking e, dal 2022, anche di produzione discografica, cerca di seguire l’artista nel modo migliore possibile attraverso scelte e strategie mirate. Per ogni progetto realizziamo business plan, con analisi dei costi e dei ricavi.
Prendiamo l’ultimo disco di Maria Mazzotta: con la sua storia musicale e un seguito consolidato, se si prevede di fare una trentina di concerti all’anno e vendere mille copie, l’etichetta può permettersi un investimento importante. Al contrario, per un musicista che si prevede possa fare pochissime date, l’investimento deve essere necessariamente più contenuto. I costi di produzione sono molti: registrazione, sala prove, stampa, mix, mastering, ufficio stampa, videoclip, fotografo, copertina, artwork, advertising. Le entrate, invece, spesso sono poche. Il mercato artistico è altamente emotivo: si prendono decisioni che in altri settori economici non verrebbero mai prese. Noi investiamo nella musica in cui crediamo, ma allo stesso tempo pianifichiamo, perché senza razionalizzazione una piccola etichetta indipendente non potrebbe continuare a produrre”.
D. – Accennavi prima al fatto che con alcuni artisti curate anche il booking e con altri no. Puoi chiarire meglio questo aspetto?
R. – “ZeroNoveNove ha due asset: da un lato è un’agenzia di booking e management, dall’altro è un’etichetta discografica. Può essere entrambe le cose o solo una delle due, a seconda delle esigenze dell’artista. Attualmente curiamo tutti i concerti di Maria Mazzotta, Faraualla, Yaràkà e Cristiana Verardo. Con altri gruppi internazionali, come i Nâbu Pera, ci occupiamo solo del booking per l’Italia”.
D. – Come funziona la distribuzione dei dischi in Italia e all’estero?
R. – “Stampiamo sia cd che vinili e abbiamo una distribuzione fisica e digitale. In Italia lavoriamo con Self, mentre in Francia siamo distribuiti da Inouïe; per Belgio, Lussemburgo e Olanda da Xango Music”.
D. – Mi racconti qualcosa del recente tour negli Stati Uniti e in Canada di Maria Mazzotta?
R. – “Abbiamo fatto tre concerti a New York, l’8, il 10 e l’11 gennaio. In particolare lo showcase dell’11 al Lincoln Center è stato molto importante: duemila spettatori, quasi tutti addetti ai lavori. Alla fine si presentano, chiedono, lasciano contatti e da lì nascono nuove opportunità. Poi abbiamo suonato a State College, in Pennsylvania, a Toronto e a Minneapolis. Per noi, come agenzia, è stata un’esperienza di crescita enorme, soprattutto dal punto di vista professionale. Organizzare un tour oltreoceano interamente da soli, in una fase politica complessa per il rilascio dei visti, ha significato superare uno step fondamentale”.
D. – Immagino non sia stato semplice organizzare tutto…
R. – “Sì, ma già quest’anno torneremo sicuramente. Intanto abbiamo diverse date confermate in Francia, dove la richiesta per Maria è molto più alta che in Italia”.
D. – Come vi organizzate nei tour di Maria?
R. – “Con una bimba di un anno e mezzo non è semplicissimo. Sul palco sono in tre, poi ci sono io come tour manager e uno o due fonici, a seconda delle aree. I punti di partenza sono Napoli e Lecce, e questo comporta una logistica complessa, soprattutto partendo da aeroporti piccoli”.
D. – Quindi la piccola Sofia Fortuna vi accompagna in tour?
R. – “Sì, viaggia con noi da quando è piccolissima. A diciotto giorni era già sul suo primo volo. Cresce in tour. I nonni sono importanti, ma noi vogliamo tenere la famiglia unita. Fare questo lavoro insieme aiuta molto, anche in questo senso”.

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