LA PREMIER E IL RAPPER

| 23 Marzo 2026 | 0 Comments

Giorgia Meloni sceglie il podcast di Fedez per farsi intervistare. E la rete svela, ancora una volta, tutta l’ipocrisia del nostro giornalismo paludato.
________________________________di Valerio Melcore_____C’è una certa spocchia, tutta interna al mondo dell’informazione tradizionale, che riemerge puntualmente ogni volta che la politica sconfina nei territori dell’intrattenimento digitale. L’ondata di sdegno che ha travolto l’intervista di Fedez e Mr. Marra alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ne è l’esempio da manuale.

I fatti: Meloni accetta l’invito a Muschio Selvaggio (invito che, va ricordato, era stato precedentemente declinato dai leader dell’opposizione Schlein e Conte, forse più inclini a rassicuranti salotti televisivi). Il risultato? Secondo molti commentatori si è trattato di un “comizio di un’ora”, un assist a porta vuota dove i conduttori non hanno saputo incalzare la Premier. Da qui la sentenza inappellabile: non basta avere un microfono per fare i giornalisti.

Tutto vero, ma è proprio qui che crolla l’impalcatura di questa critica. Fedez e Mr. Marra non sono giornalisti, non hanno mai preteso di esserlo, e giudicare il loro podcast con il metro del giornalismo d’inchiesta è un errore di categoria clamoroso. Davanti a un Capo di Governo è sacrosanto “metterlo davanti alle sue contraddizioni”, certo, ma pretendere che un ex rapper e uno youtuber si trasformino d’incanto in Bruno Vespa o Enrico Mentana è semplicemente fuori fuoco. I podcast non nascono per il contraddittorio spietato; nascono per esplorare il lato colloquiale degli ospiti.

La vera cecità della stampa tradizionale, tuttavia, non sta nel non comprendere il format, ma nel non saper decodificare la sofisticata strategia di comunicazione che Giorgia Meloni ha messo in atto sedendosi su quel divano.

Se la Premier ne è uscita “simpatica, alla mano e disponibile”, non è per una cospirazione, ma perché il format stesso abbassa le difese. La sua apparizione non è un incidente di percorso o una deriva dell’informazione, ma l’evoluzione scientifica della propaganda politica moderna. Una mossa calcolata che poggia su tre pilastri:
-Primo: L’umanizzazione e la narrazione del politico indipendente che arriva l potere senza aver potuto contare su Media amici. Il politico istituzionale appare solitamente ingessato. Nel podcast, Meloni ha potuto spogliarsi del tailleur da Presidente per indossare i panni della persona comune. Mostrando vulnerabilità, ironia e usando un linguaggio “terra terra”, ha applicato una tecnica di consenso fondamentale. L’elettore moderno perdona l’errore politico molto più facilmente a un leader che percepisce come “uno di noi”.

-Secondo: Perché rischiare una conferenza stampa con giornalisti ostili, pronti a fare le pulci sui tassi di interesse o sulle alleanze europee, quando puoi parlare per un’ora in un ambiente protetto? Meloni ha aggirato del tutto l’intermediazione del giornalismo critico. Ha dettato lei i tempi e i temi, sapendo perfettamente che i conduttori non avrebbero avuto né gli strumenti né l’interesse per un fact-checking in tempo reale.
-Terzo: La frammentazione e il dominio dell’algoritmo. L’obiettivo di Meloni non era (solo) l’ora di intervista su YouTube. L’obiettivo era fornire “carne” per l’algoritmo. Quella lunga chiacchierata informale è stata concepita per essere sminuzzata dai creatori, ma pure dal team social della stessa Premier, in decine di “shorts”: brevi video verticali per TikTok, Instagram e Facebook, ideati per l’intrattenimento, caratterizzati da montaggi veloci e potenziale virale.
Per dirla alla Renzo Arbore: ” Meditate, leader dell’opposizione, meditate”.

Category: Costume e società

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