ANIMALI DA MANGIARE, OPPURE DA PROTEGGERE? LA PROPOSTA DI LEGGE PER VIETARE LA MACELLAZIONE DEGLI EQUIDI APRE UNA QUESTIONE CULTURALE PRIMA ANCORA CHE GIURIDICA

di Emanuela Boccassini ______________
Una proposta di legge, presentata nel 2025 da Zanella, Dori, Borrelli, Piccolotti, Zaratti, per vietare la macellazione dei cavalli a fini alimentari ha riaperto, all’interno della Camera dei Deputati, un dibattito che va ben oltre la questione zootecnica.
Il testo – A.C. 2187 – si inserisce nel quadro delle politiche sul benessere animale promosse dalla Unione Europea, dove negli ultimi anni la tutela degli animali è diventata un tema sempre più centrale. La proposta introduce “Norme per la tutela degli equidi e il loro riconoscimento come animali di affezione”. Il provvedimento prevede innanzitutto il riconoscimento di cavalli, pony, asini, muli e bardotti come animali di affezione, con l’obiettivo di promuoverne la tutela e diffondere una maggiore educazione al rispetto degli animali. Tra le disposizioni principali vi è il divieto, su tutto il territorio nazionale, di macellazione degli equidi e di esportazione o importazione degli stessi per finalità di macellazione.
La proposta introduce inoltre limitazioni all’utilizzo degli equidi in attività che comportino esercizi considerati innaturali, pericolosi o tali da compromettere l’equilibrio psicofisico dell’animale o risultare contrari alla sua dignità.
Ma, al di là della norma, emerge una domanda profonda: come nasce una legge quando non cambiano le necessità, ma le sensibilità? La proposta non colma un vuoto normativo poiché la macellazione degli equidi è già regolamentata. Non esiste un’emergenza sanitaria né ambientale specifica. E allora perché legiferare?
Le possibili risposte sembrano tre: cambia la cultura, cresce la pressione sociale su certi temi, oppure si vuole segnare un passaggio simbolico. Nel caso degli equidi, tutto lascia pensare che il cuore della questione stia nella ridefinizione del loro valore all’interno della società (anche se immaginare zebre tra gli animali d’affezione nel contesto italiano appare, per ora, poco realistico).
Cavalli, asini e muli non sono mai stati, nell’immaginario collettivo, semplici animali da allevamento. Sono stati compagni di lavoro, protagonisti nello sport, presenze nella dimensione affettiva. Eppure, da un punto di vista scientifico, la distinzione tra animali “da mangiare” e animali “da proteggere” non è così netta. Studi e analisi, come quelli della Food and Agriculture Organization, mostrano come le differenze tra specie in termini di percezione del dolore o dello stress siano molto meno marcate di quanto la cultura suggerisca.
Le nostre scelte alimentari, più che biologiche, sono storiche: il risultato di tradizioni, economie e abitudini stratificate nel tempo. È qui che la proposta di legge introduce un passaggio delicato. Classificando gli equidi come animali da affezione e vietandone la macellazione, non si limita a regolare un settore produttivo: stabilisce una gerarchia simbolica tra specie.
E questo apre una domanda inevitabile: su quali criteri si fonda questa distinzione?
Se è culturale – e tutto indica che lo sia – allora è anche variabile. E una norma costruita su basi culturali rischia, per definizione, di essere selettiva. Il punto non è stabilire se la scelta sia giusta o sbagliata, ma se sia coerente. Perché se oggi si interviene su una specie marginale nel sistema alimentare, lasciando invariato l’impianto complessivo, la legge sembra più registrare una sensibilità che riorganizzare davvero il rapporto tra uomo e animali.
Accanto alla coerenza, c’è un secondo nodo: la libertà individuale. La proposta interviene su una pratica legale, regolata e non dannosa per la salute pubblica. Non si tratta di prevenire un rischio, ma di affermare un principio. Ed è qui che il diritto da strumento di tutela diventa strumento di orientamento.
Lo Stato legifera per indirizzare comportamenti. Ma quanto è giustificato limitare una scelta individuale quando il fondamento è prevalentemente simbolico?
La questione diventa ancora più interessante se si guardano le conseguenze.
Sul piano economico, il divieto comporterebbe la riconversione di una filiera – piccola, ma esistente – con costi pubblici per incentivi e controlli. Sul piano sociale, inciderebbe su tradizioni locali. Sul piano simbolico, segnerebbe un precedente. Perché, se il principio viene accettato, la domanda successiva è inevitabile: domani quali altre specie potrebbero essere oggetto di una simile evoluzione normativa?
La proposta A.C. 2187 non è, in fondo, una legge sui cavalli. È una legge su come una società decide di tradurre i propri valori in norme. E il punto di equilibrio resta sospeso tra il diritto di evolvere e il dovere di essere coerenti, tra la tutela etica e la libertà individuale.
Perché il vero nodo non è cosa mangiamo. È chi decide e su quali basi cosa una società sceglie di non mangiare più.
Category: Costume e società, Politica






























