ANDATE A SCUOLA DI COMUNICAZIONE DALLA POLI

| 20 Aprile 2026 | 0 Comments

di Valerio Melcore_______Dalla destra del “compare Peppino” al tatuaggio di Adriana: cronaca di un’identità che non passa per le agenzie.
La mia militanza politica è stata una palestra di povertà. Combattere battaglie con i “soldi spicci”, senza mezzi e contro avversari che nuotavano nell’oro, mi ha insegnato tutto ciò che oggi so sulla comunicazione. Quando è arrivato il momento di entrare nel mondo del lavoro, la scelta è stata naturale: avrei fatto il comunicatore.

Sapevo bene che a quelli come me nessuno avrebbe offerto un posto nel sindacato o in una delle mille sigle della “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria. A voler essere onesti, a vent’anni ricevetti due offerte: un posto fisso in una biblioteca provinciale (che avrebbe significato castrare la mia indipendenza politica) o la carriera da deputato. “Impara a fare i comizi,” mi disse un pezzo grosso, “tra dieci anni mi servi tu a Lecce, a Brindisi Ginetto, a Bari…”.
Io, ventenne, risi di gusto. Non mi vedevo tra le scartoffie di Montecitorio. Io volevo occuparmi di Stampa e Propaganda, volevo costruire l’immagine del partito e sopratutto organizzare e preparare le giovani generazioni. Ma quello era un mondo strano, potevi fare politica a tempo pieno solo se eri un eletto. Non esistevano rimborsi per chi si occupava di campagne pubblicitarie o dell’organizzazione della giovane destra.
Il risultato?
Mentre a sinistra avevano creato degli specialisti della Comunicazione, e quando non bastavano si rivolgevano alle agenzie di comunicazione, a destra si improvvisava.
I Consulenti per l’occasione si improvvisano le mogli, l’autista, l’amico del bar.
Ancora oggi sorrido ricordando il mio primo cliente, un produttore di cucine del Capo di Leuca. Quando gli chiesi 100mila lire per un marchio, una miseria, mi rispose che il logo glielo avrebbe fatto gratis, il suo compare Peppino che di giorno faceva postino, e di sera dipingeva paesaggi. Ecco, per decenni la destra è stata questa: il “compare postino paesaggista” elevato a direttore creativo.
Eppure, ogni tanto, spunta una mossa che scavalca decenni di dilettantismo. È il caso di Adriana Poli Bortone, che in queste ore sta infiammando il dibattito politico, specialmente a Lecce.
Da operatore del settore,
osservo il suo gesto, farsi tatuare la sigla MSI (Movimento Sociale Italiano) sul polso a 82 anni durante il Tattoo Fest, non come un semplice fatto di costume, ma come un’operazione simbolica di precisione chirurgica.
Ecco perché la mossa del Sindaco funziona:
La rivendicazione del DNA: 
Entrata nel MSI negli anni ’60, la sua carriera è legata a doppio filo a quella fiamma. Nonostante le evoluzioni (AN, PdL, Forza Italia, Io Sud), il messaggio è chiaro: l’identità profonda non cambia. È un segnale di coerenza d’acciaio rivolto alla sua base storica.
Il superamento dei tempi: 
In un’epoca di politica fluida e post-ideologica, la Poli Bortone usa un linguaggio modernissimo (il tatuaggio) per veicolare un messaggio antico.
Il tempismo simbolico: 
La scelta non è casuale, arrivando a ridosso dell’80° anniversario della fondazione del Movimento Sociale.
Mentre molti si perdono in tecnicismi o si affidano a consulenti strapagati per costruire immagini a tavolino, la “Poli” dimostra che la comunicazione più efficace resta quella che affonda le radici nella propria storia. Forse, dopo decenni di “compari postini”, la destra ha finalmente imparato che un simbolo sul polso può pesare più di mille manifesti elettorali.

Category: Costume e società, Politica

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