E SE ULISSE NON VOLESSE TORNARE? leccecronaca.it E’ ANDATA AL MULTISALA MASSIMO A VEDERE IL FILM DEL MOMENTO, L’ODISSEA DI CHRISTOPHER NOLAN TRA SENSO DI COLPA E MEMORIA

di Emanuela Boccassini ___________________
Ieri sono andata al cinema per assistere alla proiezione dell’Odissea di Christopher Nolan.
Sono entrata in sala aspettandomi, forse, di discutere di mitologia. Ne sono uscita pensando a parole come colpa, memoria, responsabilità, civiltà e perdono.
Generalmente evito di leggere le recensioni altrui per non farmi influenzare, ma questa volta me ne sono capitate talmente tante che non ho resistito. È vero: se ci si aspetta una trasposizione fedele del poema omerico, si rimarrà inevitabilmente delusi. Ed è proprio da qui che nasce la domanda che ha accompagnato tutta la visione del film: Christopher Nolan ha davvero adattato l’Odissea oppure ha usato il poema di Omero per raccontare il senso di colpa di un reduce di guerra?
L’Odissea di Omero è il viaggio di un uomo che desidera tornare a casa e deve affrontare prove imposte dagli dèi e dal destino. Nolan, invece, sembra raccontare altro. Non il ritorno di Ulisse, ma il trauma del sopravvissuto, il viaggio di un uomo incapace di perdonare se stesso.
Le parole chiave della pellicola, almeno per come l’ho percepita, sono senso di colpa, promesse non mantenute, empietà, civiltà che si sgretola e perdono. Sono tutte parole morali. Quasi nessuna riguarda l’azione.
L’aspetto che salta maggiormente all’occhio è proprio questo: quello di Nolan è un Ulisse diverso. L’eroe omerico desidera tornare a Itaca. Quello cinematografico sembra averne paura. L’astuzia che gli ha permesso di vincere la guerra diventa la causa della sua condanna morale. Più che lottare per raggiungere la propria casa, combatte per capire se sia ancora degno di abitarla.
Se questa lettura è corretta, molte differenze rispetto a Omero diventano scelte consapevoli, anche se non sempre efficaci.
È il caso dell’episodio di Polifemo.
Non mi soffermo tanto sull’aspetto del Ciclope – che personalmente ho trovato poco convincente – quanto sul fatto che la scena mi è sembrata emotivamente priva di pathos. Manca quel senso di meraviglia e di terrore che nel poema caratterizza l’incontro con il mostro. Colpiscono anche alcune assenze importanti, come lo stratagemma del nome “Nessuno” e il vino. Ma soprattutto lascia perplessi il comportamento di Ulisse, che continua a provocare Polifemo quando potrebbe semplicemente fuggire. Se il protagonista è già schiacciato dal rimorso, perché insiste in un gesto che produce altro dolore? Se invece è ancora l’eroe arrogante, perché il film ce lo mostra così tormentato? La psicologia del personaggio sembra oscillare.
Un altro elemento significativo riguarda i cosiddetti popoli del mare. Durante il film vengono descritti come invasori brutali, colpevoli di aver infranto la sacra legge dell’ospitalità. Alla fine, però, scopriamo che quei popoli sono proprio i Greci.
Il collegamento con il cavallo di Troia è evidente. I vincitori hanno conquistato la città grazie a un inganno e questo mette profondamente in discussione la loro superiorità morale. È un’idea estremamente contemporanea: una civiltà non crolla quando perde una guerra, ma quando tradisce i valori su cui si fonda.
A questa riflessione si collega una delle immagini che più mi hanno colpita. Mentre un soldato decapita la statua di una divinità, Ulisse vede Atena – interpretata da Zendaya – catturata e decapitata dai Greci. Qual è il significato di questa scena?
Quando, ricordando la distruzione di Troia, Ulisse afferma che «la civiltà si sta sgretolando», ho avuto l’impressione che Nolan non stesse parlando soltanto della Grecia o di Troia, ma anche della nostra epoca. È una possibile chiave di lettura che aiuterebbe a comprendere molte delle libertà che il regista si prende nei confronti del mito.
Molti hanno criticato la quasi totale assenza degli dèi. Eppure non sono convinta che sia davvero così. Forse è proprio questo che vedevano gli antichi Greci: il mare in tempesta, i fulmini, le prove della vita. Le divinità erano il modo con cui interpretavano quei fenomeni. Nolan, del resto, ha spesso trasformato elementi metafisici in esperienze psicologiche o naturali. Non mi stupirebbe, quindi, che abbia volutamente ridotto la presenza antropomorfa degli dèi senza eliminarne del tutto il significato.
Anche l’episodio delle Sirene sembra confermare questa interpretazione. Le creature rimangono lontane, quasi indistinte. A colpire non è tanto il loro aspetto quanto la reazione di Ulisse, che piange disperatamente. Ancora più significativa è la frase pronunciata dopo aver superato il pericolo: «Era il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto.»
Probabilmente qui si trova il cuore del film.
Quella non è una frase dell’Ulisse omerico, ma di un uomo divorato dai rimpianti e dai rimorsi. A impedirgli di tornare a casa, forse, non è Poseidone. È lui stesso.
L’Odissea diventa così il viaggio di un uomo incapace di rientrare nella propria vita perché non si sente degno di farlo. Per tutto il film Ulisse appare inquieto, afflitto dal peso delle proprie azioni. L’eroe che aveva conquistato Troia grazie alla sua intelligenza viene punito proprio dalla stessa qualità che lo aveva reso vincitore. Il suo vero nemico non è il mare, ma la sua coscienza.
Un personaggio che mi ha particolarmente colpito è Penelope. Anne Hathaway interpreta una regina che resiste, governa e protegge il regno in un mondo dominato dagli uomini. Continua a credere nello sposo nonostante la sua lunga assenza.
Ed è qui che nasce uno dei contrasti più belli del film.
Lei continua a credere in lui.
Lui non riesce più a credere in se stesso.
L’ultima scena, in cui Ulisse sceglie l’esilio insieme a Penelope lasciando il trono a Telemaco, sembra confermare questa lettura. Non è l’eroe che riconquista il proprio posto, ma un uomo convinto di non poter più abitare il mondo che ha lasciato.
Non so se questa scelta funzioni davvero sul piano drammaturgico, ma possiede una sua coerenza interna.
Molte discussioni hanno riguardato anche la scelta di affidare il ruolo di Elena a un’attrice nera.
Personalmente non credo che il punto sia questo. Se un regista decide di non legare rigidamente l’aspetto dei personaggi all’iconografia tradizionale, il problema non è il colore della pelle.
Elena, nel mito, non è semplicemente una donna bella. È una bellezza quasi sovrumana, una forza narrativa capace di smuovere re, eserciti e dieci anni di guerra. Nolan, invece, la mostra con il volto segnato dalle cicatrici e non insiste mai sulla sua avvenenza. Forse vuole suggerire che la guerra non è mai stata davvero combattuta per la donna più bella del mondo, ma per il desiderio, il potere e l’orgoglio degli uomini. Se così fosse, quelle cicatrici assumerebbero un valore simbolico: la bellezza è stata ferita insieme all’intera civiltà.
Mi ha lasciata perplessa anche un altro dettaglio.
Nella tradizione mitologica Penelope ed Elena sono cugine. Eppure il loro rapporto nel film appare quasi inesistente e, in un dialogo tra Ulisse e Penelope, Elena viene trattata come una figura lontana, quasi estranea. Può trattarsi di una semplificazione narrativa, oppure di una scelta precisa per trasformare Elena non più in un membro della famiglia, ma nel simbolo stesso della guerra destinata a travolgere ogni cosa. Non ho la certezza che questa interpretazione sia quella voluta da Nolan.
Ma credo che sia proprio questo il punto. Il problema non è che il regista cambi Omero. Ogni adattamento modifica qualcosa. La vera domanda è perché lo faccia.
L’assenza di Nausicaa, la struttura costruita sui flashback, il ruolo affidato a Calipso, che appare una psicologa più che una donna affranta di dover lasciar andare l’uomo che ha tenuto con sé per 7 anni, il finale completamente diverso: tutti questi elementi spostano il baricentro del racconto. Non più il viaggio, ma la memoria.
Forse Nolan non voleva raccontare l’Odissea.
Voleva usare il poema di Omero per parlare della guerra, della colpa e della difficoltà di tornare a essere se stessi dopo aver attraversato l’orrore.
Non ho le risposte a tutte le domande che questo film mi ha suggerito.
Ma, forse, è proprio questo il merito più grande dell’Odissea di Christopher Nolan: costringerci a smettere di chiederci quanto sia fedele a Omero e iniziare a domandarci perché abbia scelto di tradirlo.

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SEGNALAZIONE
Il Multisala Massimo (viale Lo Re 3, Lecce) segnala il fatto che, per venire incontro alla massiccia presenza di turisti nel periodo estivo, la proiezione di film in versione originale sottotitolata in italiano (compreso Odissea) è aumentata dal solo martedì del periodo invernale, a martedì, mercoledì e domenica del periodo estivo con una proiezione dedicata.
Category: Cultura


























