LA RIFLESSIONE / QUANDO IL POTERE INCONTRA IL TERRITORIO, CHI HA IL CORAGGIO DI PARLARE?

| 31 Agosto 2026 | 0 Comments

di Cristina Pipoli _________________

Ci sono poteri che non hanno bisogno di presentarsi.

Non hanno bisogno di urlare il proprio nome.

Non hanno bisogno di minacciare davanti a tutti.

A volte basta una firma.

Una telefonata.

Una porta che si chiude.

Un documento che non arriva.

Una domanda alla quale nessuno vuole rispondere.

E allora viene da chiedersi:

che cosa succede a chi quella domanda continua a farla?

La storia italiana è piena di vicende nelle quali questa domanda è rimasta sospesa.

Papa Luciani.

La P2.

La scomparsa di Manuela Orlandi.

Le ombre del Vaticano.

Fino alle rappresentazioni cinematografiche evocate da Il Padrino Parte III.

Storie diverse.

Contesti diversi.

Responsabilità che non possono essere sovrapposte senza prove.

Ma una domanda ritorna:

che cosa accade quando interessi enormi entrano in gioco e il potere diventa difficile da vedere, da controllare, da interrogare?

Ma la domanda rimane la stessa:

chi decide sul territorio e chi ha il potere di dire sì o di dire no?

Ed è proprio su questo terreno che la riflessione di Ermenegildo Fusaro sulla natura, sul creato e sul bene comune può assumere oggi un significato ancora più attuale.

Perché difendere il territorio non significa necessariamente rifiutare il cambiamento.

Significa pretendere che il cambiamento sia trasparente, documentato, sostenibile e rispettoso delle comunità che quel territorio lo abitano.

Osservare i dire no?

Qui è bene specificarlo, c’è una differenza importante tra chi osserva e chi prende posizione.

C’è chi osserva, raccoglie dati, documenta e segnala.

È una funzione preziosa.

Ma può arrivare un momento nel quale osservare non basta più.

È quando qualcuno, davanti a ciò che considera un rischio per il territorio, decide di dire: “No.”

Quella non è più soltanto osservazione.

È una presa di posizione.

È l’assunzione di una responsabilità.

È la scelta di porre un limite quando si ritiene che quel limite sia necessario per proteggere un bene che appartiene a tutti.

E proprio qui dovrebbe cominciare il confronto serio.

Non:

chi è più bravo a raccontarsi?

Ma:

Chi ha fatto cosa?

Chi ha raccolto i dati?

Chi ha segnalato?

Chi ha denunciato?

Chi ha chiesto verifiche?

Chi ha detto no?

E soprattutto:

Chi ha mantenuto quel no quando sarebbe stato più facile tornare indietro?

Perché anche il “no” deve essere sottoposto alla prova dei fatti.

Ma quando quel no nasce da dati, denunce, documenti e dalla convinzione di difendere il bene comune, non può essere liquidato.

Va ascoltato.

Va verificato.

Va messo alla prova dei fatti.

E quando la narrazione si rovescia?

Ed è qui che arriva un’altra domanda.

Che cosa accade quando la realtà viene raccontata al contrario?

Quando chi ha detto no viene percepito come quello che divide?

Quando chi ha denunciato viene considerato colui che crea il problema?

Quando chi ha difeso un territorio viene rappresentato come un ostacolo?

E, dall’altra parte, quando qualcuno si presenta come difensore del territorio e propone una lettura diversa dei fatti?

Non spetta al giornalismo scegliere una parte sulla base delle dichiarazioni.

Spetta al giornalismo chiedere:

Dove sono i documenti?

Dove sono i dati?

Chi ha denunciato per primo?

Chi ha chiesto controlli?

Chi ha detto no?

Perché una narrazione può essere molto potente.

Può trasformare il denunciante in un disturbatore.

La richiesta di trasparenza in un attacco.

La vigilanza in allarmismo.

La difesa dell’ambiente in un ostacolo allo sviluppo.

Sono i fatti a stabilire ciò che può essere dimostrato.

Ma nel rifiutarsi di decidere prima di aver visto le prove.

Perché il giornalista non deve essere il custode di una verità già scelta.

Deve essere colui che continua a cercarla.

Anche quando è scomoda.

Anche quando fa paura.

Anche quando qualcuno preferirebbe che quella domanda non venisse mai fatta.

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LA RICERCA nel nostro articolo del 19 luglio scorso

Category: Cultura

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