I VECCHI LIBRI NON MUOIONO MAI / NELLA “Portineria” CON BIANCA DE MAJ

di Raffaele Polo _______________
Ho reperito questo libro in un fondo di cassetta pieno di vecchie, inutili cose. Mi sono subito rallegrato perchè è un ‘libro vecchio’ (risale al 1938) ed è ancora intonso. Nel senso che le pagine non sono tagliate e rifilate, ma bisogna agire pagina dopo pagina, col tagliacarte, altro attrezzo che serviva nel passato ma oggi è praticamente introvabile…
Il libro è di una delle scrittrici da me preferite, Bianca De Maj, pseudonimo di Agnese Miglio e autrice di numerosi romanzi e racconti, attiva dalla Prima guerra mondiale fino a tutti gli anni Cinquanta, creatrice e sostenitrice di quella ‘letteratura femminile’ che, indomita e ricchissima di argomenti, ha attraversato tutto il Fascismo, fieramente avversata e perseguitata, per poi dilagare nelle riviste squisitamente femminili e culturali che hanno formato ed educato intere generazioni di ‘signorine di studio’ (titolo di una sua famosissima opera) vivo spaccato di vita delle donne negli uffici, con tutte le difficoltà che allora, come spesso ancora oggi, distinguono il lavoro femminile.
Stavolta il discorso si allarga al luogo caratteristico dei palazzoni delle metropoli, ovvero quella ‘Portineria’ dove confluiscono un po’ tutti gli argomenti che accomunano la società del tempo, dove ricchi e poveri coabitano in diverse realtà ma finiscono per incrociare i propri destini, inseguendo i temi sempre presenti e assillanti del popolo del Primo Novecento : il matrimonio, la maternità, i soldi, il lavoro, i pettegolezzi…
É un teatro che alterna tragedia, farsa e commedia e ci rende una piacevolissima e avvincente cartolina dai toni sfumati e rigorosamente in bianco e nero.
E così, sfogliando (in tutti i sensi…) le pagine della brava Bianca De Maj, ci immergiamo in una realtà lontana e piena di problematiche, dove si alternano i profumi dei fiori e della Violetta di Parma all’invadenza del minestrone e del bollito, corroborati dalla presenza costante delle ‘lire’ che sono pochissime e ci fanno comprendere come siamo lontani, lontanissimi da quella realtà, dove la ricchezza era di mille lire e venti lire servivano a retribuire un barbiere o una stiratrice…
Tante tragedie vengono narrate, ma non manca il finale agrodolce che consente un ottimismo finale e atteso da chi si è immedesimato nelle sfortunate vicende dei protagonisti.
Solo adesso si può riporre il libro (costo lire 10) e sogguardare l’affilato tagliacarte, pronto per un’altra, intensa avventura…
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( 26 – continua )



























