INDOVINA CHI VIENE A CENA? / LA LEGALITA’ SI COSTRUISCE GIORNO PER GIORNO INTORNO A NOI

| 31 Ottobre 2026 | 2 Comments

di Emanuela Boccassini ________________

Oggi parlare di legalità significa smettere di considerarla un tema da convegno e iniziare a riconoscerla come un’abitudine quotidiana. Non coincide semplicemente con il rispetto delle leggi: riguarda il modo in cui ci comportiamo quando nessuno ci osserva, quando siamo nel traffico, sui social, in famiglia, al lavoro.

Molti fenomeni che ci preoccupano – dalla violenza al bullismo, dal vandalismo all’aggressività verbale – hanno una radice comune: la difficoltà di riconoscere il limite dell’altro. Prima ancora dell’illegalità c’è la perdita del rispetto reciproco.

Per questo è particolarmente efficace la definizione proposta da Nando dalla Chiesa: «La legalità è un sentimento». Una frase che sposta il discorso dalle norme alle persone. La legalità non è soltanto obbedienza a una regola, ma educazione alla convivenza, capacità di gestire il conflitto senza trasformarlo in sopraffazione, consapevolezza che la libertà individuale può esistere solo all’interno di una comunità che riconosce diritti e doveri comuni.

Le leggi sono indispensabili, ma da sole non bastano. Devono diventare cultura condivisa, senso di responsabilità, attenzione verso gli altri. E questo processo non nasce per decreto: nasce dagli esempi, dalle relazioni e dalle scelte quotidiane.

La legalità, dunque, non si difende soltanto nei tribunali o nelle aule parlamentari. Si costruisce ogni giorno attraverso gesti apparentemente piccoli: il rispetto delle persone, delle parole, degli spazi comuni e dell’ambiente. È in questo intreccio di coscienza, responsabilità e relazioni che smette di essere un concetto astratto e diventa esperienza vissuta.

Se la legalità non è una semplice somma di norme, ma un modo di vivere fatto di consapevolezza e scelte quotidiane, allora anche il menù di questa sera può raccontare qualcosa. Ho scelto una cena interamente a base di frutti di mare, perché il rapporto con il mare ci offre un esempio concreto di quanto sia importante trovare un equilibrio tra desideri individuali e bene comune.

Ci sono prelibatezze che, per anni, hanno occupato un posto privilegiato sulle nostre tavole, ma che stasera mancheranno volutamente. È il caso dei datteri e dei ricci di mare, specie la cui raccolta deve fare i conti con la necessità di proteggere gli ecosistemi marini e garantirne la sopravvivenza. La pesca dei datteri di mare, in particolare, provoca danni gravissimi e spesso irreversibili alle rocce costiere e agli organismi che le abitano, tanto da essere vietata in Italia.

La loro assenza diventa così il simbolo di una domanda che va oltre la cucina: quanto siamo disposti a rinunciare a un piacere personale quando sappiamo che ottenerlo può danneggiare un patrimonio condiviso?

La legalità, infatti, non si manifesta soltanto nel rispetto delle regole imposte dalla legge, ma anche nella capacità di comprenderne le ragioni. Significa riconoscere che non tutto ciò che desideriamo deve necessariamente diventare nostro e che il vantaggio individuale non può prevalere sulla tutela dell’ambiente e sul futuro della collettività.

Anche a tavola, dunque, una scelta può diventare una dichiarazione di responsabilità. Perché rispettare il mare significa non soltanto apprezzarne i doni, ma anche saper riconoscere quando è necessario lasciargli qualcosa.

Riflettendo su questi temi mi sono chiesta come si possa rendere visibile qualcosa di apparentemente invisibile come la legalità. Come si racconta un sentimento? Come si mostra un valore?

Ho provato a farlo attraverso una tavola apparecchiata, perché anch’essa può diventare un racconto fatto di regole, responsabilità, rispetto e giustizia.

Per questa serata dedicata alla legalità ho immaginato un ambiente sobrio ed elegante, dove ogni elemento contribuisce a costruire un significato.

Per coprire il tavolo in legno ho scelto una tovaglia in fiandra color avorio chiarissimo. La sua superficie, attraversata da giochi di luce lucidi e opachi, è decorata da motivi floreali e foglie d’acanto che sembrano emergere dal tessuto. Una scelta che richiama la complessità della convivenza civile: una trama fatta di intrecci, relazioni e sfumature che, pur nella loro varietà, compongono un disegno armonico.

Su questa base trovano posto i piatti in gres caolino color tortora. La loro natura racconta bene il significato della legalità. Il gres, resistente e robusto, richiama la solidità della norma, la fermezza delle istituzioni e delle regole che garantiscono la convivenza. Il caolino, materia nobile della porcellana, introduce invece un’altra dimensione: quella della giustizia, dell’equità e dell’attenzione alla persona. Senza questa componente, la legge rischierebbe di trasformarsi in un meccanismo freddo e impersonale. La vera legalità nasce proprio dall’equilibrio tra questi due elementi: forza e umanità.

Le posate in acciaio con finitura champagne riprendono le tonalità calde della tavola e aggiungono una nota di misura ed equilibrio, qualità indispensabili in ogni società che voglia definirsi civile.

Al centro della composizione trova posto un vaso trasparente che accoglie iris e gardenie. Gli iris, simbolo di saggezza, fiducia e ricerca della verità, richiamano il valore della conoscenza e della consapevolezza. Le gardenie, con il loro significato di sincerità e purezza d’intenti, ricordano, invece, che il rispetto delle regole non può prescindere dall’autenticità dei comportamenti.

Nella sala da pranzo, le luci calde creano un’atmosfera intima e accogliente. La loro luminosità è discreta, avvolge l’ambiente senza abbagliare. Un po’ come la cultura della legalità: non impone, non acceca, ma aiuta a vedere più chiaramente, a distinguere, comprendere e scegliere.

Ad accompagnare la serata saranno le voci di Francesco De Gregori e Franco Battiato. Le loro canzoni, spesso attraversate da riflessioni sul potere, sulla responsabilità civile e sulle contraddizioni della società, offriranno una colonna sonora capace di dialogare con il tema dell’incontro.

Faccio il mio solito passo indietro per capire se la tavola è completa e rispecchi il mio intento.

Il citofono annuncia l’arrivo del mio ospite, Andrea Apollonio.

Nato nel Salento nel 1987, è magistrato e scrittore, svolge le funzioni di sostituto procuratore in Sicilia. Dopo la laurea in Giurisprudenza presso l’Università del Salento, ha conseguito il dottorato di ricerca in Giustizia penale all’Università di Pavia. Prima di entrare in magistratura ha lavorato presso la Commissione Giuridica del Parlamento Europeo ed è stato consulente del Ministero dell’Interno per la Puglia.

Accanto all’attività giudiziaria, ha sviluppato un intenso percorso di ricerca e scrittura dedicato soprattutto ai fenomeni mafiosi, alla giustizia e al rapporto tra diritto e società. È autore di saggi e opere narrative, tra cui Storia della Sacra corona unita, I pascoli di carta e L’inferno non prevarrà, oltre all’opera teatrale Goodbye Scu. Nel 2025 è entrato a far parte della giuria del Premio Strega Saggistica.

Lo accolgo e gli faccio strada per la sala da pranzo.

Una volta accomodato, tra le prime chiacchiere per rompere il ghiaccio, porto l’antipasto, un’insalata di mare e ne approfitto per rivolgergli la prima domanda.

Andrea, in una terra bellissima e complessa come il Salento, la legge può essere percepita come un limite calato dall’alto, anziché come uno scudo che tutela la comunità. Per te, che vivi la giustizia da magistrato e da studioso, come si può trasformare l’applicazione della norma in una scelta di coscienza e responsabilità quotidiana da parte dei cittadini?

Anzitutto il cittadino dovrebbe avere coscienza di ciò che è la legge. Sono oltre vent’anni che da studente e da operatore mi confronto con la legge e so che non è certo facile assimilarne il suo senso, la sua ragione profonda. E solo di recente mi è parso chiaro che la legge è l’elemento più dinamico e più performante che la nostra società possiede per migliorare se stessa.

Se ci pensate bene, la legge è l’unico elemento sociale in grado di illuminare tanto il passato – attraverso l’accertamento dei fatti – quanto il futuro – attraverso l’applicazione della norma al caso concreto che si verificherà. La legge guarda al futuro. Non facciamoci ingannare da chi pensa che il brocardo dura lex sed lex sia il corollario dell’ineluttabilità della legge. Le proiezioni della legge sono dentro di noi, guardano al futuro, alle evoluzioni sociali che sono anzitutto – almeno per chi come si occupa di criminalità – evoluzioni criminali.

La legge quindi non solo come dato da rispettare, ma come scelta di coscienza e responsabilità quotidiana da parte dei cittadini, consapevoli della sua dinamicità e della sua modificabilità attraverso la politica, attraverso cioè la sovranità popolare.

La riflessione di Andrea invita a superare una concezione della legge ancora molto diffusa, che la identifica prevalentemente con il divieto, la sanzione e l’obbligo di conformarsi a una regola. La legge, invece, non interviene soltanto quando qualcosa è già accaduto: definisce anche le condizioni entro cui una comunità sceglie di vivere, i diritti che intende tutelare e i confini che stabilisce per impedire che la libertà di alcuni si trasformi nella negazione di quella altrui. Una consapevolezza che riguarda tutti i cittadini, perché la legalità non si esaurisce nella paura della sanzione: richiede comprensione, responsabilità e partecipazione. E in una società che cambia, anche il diritto è chiamato a confrontarsi con nuove sfide, comprese quelle poste dall’evoluzione della criminalità.

Intanto, sulla tavola arriva il primo piatto: spaghetti con le cozze. Il profumo è spettacolare, ma devo confessare che il merito non è mio. È la specialità di mio marito e, anche quando non gli riesce alla perfezione, per me resta una squisitezza.

Tra una forchettata e l’altra, torno alla nostra conversazione e pongo al mio ospite la seconda domanda.

Oggi le forme della criminalità possono essere molto diverse e arrivare a toccare l’economia, il turismo, il territorio e perfino le attività apparentemente più lontane dall’illegalità. Dal tuo osservatorio, quali sono oggi i segnali che dovremmo imparare a riconoscere prima che diventino un problema? E come si può difendere la legalità economica senza soffocare la vitalità di un territorio con la burocrazia?

Il primo segnale d’allarme dovrebbe essere sempre legato all’origine delle cose: se non riusciamo a comprendere da dove arrivano e come sono stati accumulati i capitali per fare impresa, allora dovremmo continuare a farci domande. Se una impresa si afferma su un territorio con capitali illeciti, criminali e mafiosi, quello diventa un problema enorme per la comunità. Gli imprenditori per bene soccombono dinanzi alla forza economica di soggetti che possono attingere a capitali sporchi, col risultato che la cittadinanza subisce un monopolio di soggetti criminali o peggio mafiosi. E fare girare l’economia di una comunità con il supporto di soggetti criminali o peggio mafiosi è, questo sì, un grande problema.

Apriamo gli occhi, quindi, guardiamoci attorno e non smettiamo mai di chiederci quale sia l’origine delle cose; facciamo scattare i segnali d’allarme, quando occorre. Per fare questo dobbiamo pretendere la massima trasparenza dagli organi pubblici, su questo aspetto. E se gli organi pubblici sanno essere trasparenti, anche i processi burocratici si semplificano. Il buon governo di un territorio, e la vitalità della sua economia, passa a mio avviso da questi pochi, ma fondamentali principi.

Dopo aver sparecchiato i piatti ormai vuoti, segno silenzioso che il primo è stato apprezzato, porto il secondo seppie ripiene con pangrattato, prezzemolo e tentacoli. Un piatto della tradizione che racchiude un segreto all’interno, proprio come le vicende complesse che un magistrato si trova a districare, dove la verità non è mai in superficie, ma va cercata scavando oltre l’apparenza.

Andrea, spesso tra legalità e illegalità esiste una zona grigia fatta di piccole concessioni, silenzi, scorciatoie e comportamenti che sembrano innocui. Quanto è pericolosa questa normalizzazione e come si può educare una comunità a riconoscere che la legalità non comincia soltanto quando arriva un reato, ma molto prima?

Torno a quanto dicevo prima: fare affari con soggetti economici criminali, farli anche inconsapevolmente, vuol dire normalizzare e perfino legittimare l’illegalità. Cercare sempre la scorciatoia ci conduce ad una vita più semplice, ma siamo sicuri che sia questo il modo per arrivare ad una socialità condivisa?

Il concetto di “legalità”, ricordiamolo, è “semplicemente” legato al rispetto delle leggi: noi tutti, o quasi tutti, siamo rispettosi delle leggi: questo basta?

No, serve da parte nostra un’attenzione in più. Non dobbiamo mai smettere di chiederci chi è il nostro vicino, da dove arrivano le sue ricchezze, perché ci sta indicando la strada più agevole. Andiamo oltre la legalità formale, cerchiamo di vivere in una legalità consapevole, in cui non smettiamo di farci domande e di fare un passo indietro quando qualcosa non quadra. Vivere una legalità consapevole vuol dire rimanere inquieti, chiedersi sempre qual è la giusta via.

Le parole di Andrea riportano la legalità alla sua dimensione più personale: non basta rispettare le regole, occorre trovare il coraggio di interrogarsi sulle proprie scelte, anche quando la strada più facile sembra quella più conveniente. È un’inquietudine che non lascia tranquilli, ma che forse è necessaria per distinguere ciò che è semplicemente possibile da ciò che è giusto.

È arrivato il mio momento preferito, quello del sorbetto. Mi piace pensarlo come una piccola pausa, quando le idee e le parole sedimentano e si lasciano attraversare. Perché a volte, prima di passare alla domanda successiva, vale la pena concedersi il tempo di assaporare ciò che è rimasto. Poi servo il dessert: panna cotta al miele. Un piccolo modo per “zuccherare” una conversazione che ha toccato temi tutt’altro che dolci. Non certo per l’ospite, ma per gli argomenti affrontati: l’illegalità, le sue conseguenze e le ferite che lascia nella vita delle persone. Una realtà difficile da digerire, soprattutto per chi la combatte ogni giorno e per chi è costretto a subirla sulla propria pelle.

Questa tavola ci ricorda che la legalità è una costruzione condivisa, fatta anche di dettagli, misura e rispetto. In un’epoca segnata da toni spesso urlati e dalla velocità dei social, quanto conta riscoprire il valore dell’ascolto, del confronto e delle scelte quotidiane, perché la legalità smetta di essere percepita soltanto come un dovere e diventi, come dice Nando dalla Chiesa, un vero e proprio “sentimento” di comunità?

Abbiamo smesso di leggere, abbiamo smesso di approfondire, quindi di capire. Abbiamo smesso di dialogare, di confrontarci, quindi rinunciamo a dare il nostro contributo allo sviluppo della società. È un dramma che non ha precedenti nella storia dell’uomo e in Italia questa tendenza è più spiccata che altrove. Sono di recente stato in Medioriente, dove la gente, di tutte le estrazioni, ancora si trova nelle case e siede in divani circolari, poi per terra a mangiare da uno stesso grande piatto, e poi ancora si ritrova a bere il the in ambienti che sono costruiti per dialogare e confrontarsi. Uno straordinario rito di socialità che si compie molto spesso. Cosa c’entra tutto questo?

C’entra eccome. Nessun sentimento sociale nasce da solo e quando si è soli, nel buio della propria stanza. La legalità è il primo e più istintivo senso sociale e l’isolamento in cui ci stiamo chiudendo (pensando che uno schermo e una intelligenza artificiale possa sostituire il confronto umano, certo più difficile e complesso) ci preclude questo prezioso sviluppo sociale. Fateci caso: qual è il background degli studenti che ahimé, sempre più spesso, aggrediscono i professori? Sono ragazzi rimasti attaccati per anni a uno schermo, sviluppando istinti contrari a quelli della socialità.

Una comunità rispettosa delle leggi si forma necessariamente assieme: con l’ascolto dell’altro, il confronto con l’altro. Ma stiamo andando nella direzione sbagliata.

Nelle parole di Andrea mi sembra di ritrovare una preoccupazione che altri ospiti, prima di lui, hanno già espresso: un’apparente inerzia delle nuove generazioni, la perdita di interessi, la difficoltà di costruire relazioni autentiche. Ma siamo sicuri che sia davvero così? O rischiamo di fermarci a sguardi che ci sembrano assenti, senza domandarci che cosa nascondano, quali inquietudini custodiscano e quale mondo si muova dietro quegli schermi che tanto ci preoccupano?

Non ho risposte definitive. E forse è proprio questo il bello di una conversazione: non sempre serve a sciogliere i dubbi, qualche volta ha il merito di farne nascere di nuovi. Come ogni cena, anche questa mi lascia con altre domande, riflessioni che potrebbero trovare una risposta oppure rimanere aperte. Ai posteri l’ardua sentenza.

Intanto, la serata volge al termine. Sul tavolo restano i bicchieri, qualche briciola di conversazione e molte riflessioni che continueranno ad accompagnarmi anche dopo questa cena.

Ripenso alle parole ascoltate, alle domande, alle risposte, ma soprattutto a una consapevolezza: la legalità non è una meta raggiunta una volta per tutte. È una scelta quotidiana. A volte scomoda, a volte faticosa, spesso silenziosa. È la scelta di rispettare una regola anche quando nessuno controlla. Di rinunciare a un vantaggio personale per proteggere un bene comune. Di non voltarsi dall’altra parte quando sarebbe più semplice farlo.

Forse è proprio questo il significato più profondo della frase di Paolo Borsellino: «Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene». Parlarne, dunque. Senza abituarsi, senza voltarsi dall’altra parte, senza lasciare che il silenzio diventi indifferenza.

Spengo le luci della sala da pranzo con la convinzione che la cultura della legalità non si costruisca soltanto nelle aule dei tribunali o nei grandi eventi pubblici. Nasce nelle famiglie, nelle scuole, nelle parole che scegliamo e nelle decisioni che prendiamo ogni giorno.

Persino attorno a una tavola apparecchiata.

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( 25 – continua )

Category: Costume e società

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Comments (2)

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  1. Rocco41 Boccadamo ha detto:

    Bravissima, Emanuela.

  2. Rocco41 Boccadamo ha detto:

    Anche oggi, bravissima, Emanuela.

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