LA “LINGUA MITE” DI GIUSEPPE CONTE FRA NOIA E NAUSEA AL DIBATTITO SUL LAVORO PER ADDETTI AI LAVORI

| 22 Settembre 2019 | 0 Comments

di Giuseppe Puppo______

Un ingombro. Hanno detto di spostarmi, che sono un ingombro“, mi dice sdegnata una distinta signora, da dietro le transenne che delimitano l’area davanti all’ Apollo, isolata all’accesso dei comuni mortali. Io, che sono un privilegiato, con il mio bravo accredito stampa appeso al collo, da dentro mi ero avvicinato a lei, incuriosito dalla sedia da spiaggia su cui sedeva un’ anziana, alternandosi con una sua coetanea. Neanche loro han fatto entrare, mi racconta sempre la distinta signora, una professoressa, mi confermano i vicini, e restiamo a guardarla ammirati, trattare di inclusione e diritti dei cittadini, mettendoci qua e là qualche citazione shakespeariana.

Manca  ancora mezz’ora, i posti all’interno  sono già tutti occupati, erano già tutti occupati, riservati ai delegati sindacali e invitati da tutta Italia della Cgil. I Leccesi, una cinquantina, se ne stanno dietro lo sbarramento su una via Trinchese impazzita di luce e beccata di caldo ancora prettamente estivo, aspettando di vedere da lontano l’arrivo del presidente del Consiglio.

I giornalisti aspettano anch’essi fuori, ingabbiati in un recinto laterale, e guardati a vista. Le misure di sicurezza sono imponenti, quanto efficaci. Pochi curiosi scivolano per la passeggiata domenicale senza lasciare traccia, i desiderosi di vedere, sia pur da lontano, il presidente, aumentano fino a diventare un centinaio.

 

Ci vorrà ancora tempo, invece che a mezzogiorno come previsto, Giuseppe Conte arriva alla mezza.

Le autorità sono fatte schierare in fila orizzontale, di fronte all’ingresso, c’è una donna elegante e decisa, non so chi sia e non ho modo di chiederlo, che dirige con grande precisione, con straordinaria autorità, con compunto cipiglio, le operazioni del cerimoniale, cui evidentemente l’organizzazione tiene molto; ministri, sindaco, presidente provincia, prefetto e quant’altri, schierati per i doverosi saluti istituzionali all’illustre ospite, le obbediscono come scolaretti, fanno tre passi indietro verso il fresco, perché è inutile aspettare sotto il sole cocente,  poi di nuovo tre passi avanti, e tre di lato, a trovare la posizione, oramai sta per arrivare.

 

Quando entriamo e si comincia, con i posti già tutti quanti occupati da un’ora e mezzo e riservati su invito e prenotazione ai rappresentanti sindacali della Cgil addetti ai lavori, con una trentina fra giornalisti e operatori tv portati in alto, all’ultimo loggione, sembra di stare in tv. I due protagonisti, Giuseppe Conte ospite del segretario generale della  Cgil Maurizio Landini, stanno seduti su due poltroncine affiancate, e si scambiano smancerie parapolitiche, mentre alle loro spalle il Teatro Apollo cala per la goduria generale di audio e video un maxi schermo spettacolare.

 

Di Lecce, del Salento, nessuno parla, nessuno fa mai nemmeno minimo cenno.

Va in onda solo geograficamente, tecnicamente direi meglio, da Lecce per i settecento privilegiati del Teatro Apollo un talk show televisivo, mica una manifestazione politica o sindacale. Un dibattito a invito, su diritti e lavoro per addetti ai lavori. Per giunta, un talk show noiosissimo. Senza nemmeno un Mauro Corona, che so? un Maurizio Crozza, un Massimo Cacciari che si incazzi, un Vittorio Sgarbi che dica le parolacce, a ravvivare la discussione.

Discussione?

Le domande le fanno, generiche, retoriche, prolisse, garbate e gentili, alcuni delegati sindacali.

Le risposte dei due, quando hanno esaurito il repertorio di smancerie, le battono in retorica, prolissità e genericità.

 

Sentita per un’ora e venti minuti di fila, questa “lingua mite” annunciata nel discorso del suo secondo insediamento per sé e per il suo governo fa venire la nausea.

Uomo buono per tutte le stagioni, premier senza essersi mai macchiato i gemelli della camicia con le lacrime, il sudore e il sangue che è la politica, leader dell’ideologia della pochette elegante, solo per le milf qualunquiste sue ammiratrici, Giuseppe Conte parla un politichese rivisitato, astratto, pomposo, goffamente solenne, e poi di una dolcezza che dà il voltastomaco, infarcito per giunta da frequenti auto celebrazioni referenziali e tronfie, “ho parlato con Ursula Von der Leyen”, “domani volerò a New York” e così via.

Avete presente un bastoncino di zucchero filato in mano ad un adulto che provi a mangiarlo, e al secondo morso  prova così già disgusto? Quei dolci di derivazione siciliana, o mediorientale, che sono talmente dolci da generare ripulsa, e provocare un immediato allontanamento?

Faccio fatica a trovare non dico una notizia, ma pure uno spunto degno di nota, nelle parole spese oggi dal presidente del Consiglio.

Parla di fare sistema; di progetti, di piani straordinari che devono diventare poi strutturali; cita sigle e promette aiuti economici a chi si fa avanti, così, magari con l’aiuto dei signori della gestione dei fondi europei; dice che bisogna riformare il sistema fiscale; che bisogna prestare attenzione agli interventi ambientali; che il lavoro dà dignità; che bisogna rimuovere “gli ostacoli  di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 3, comma due, e sono passati più di settanta anni.

E’ una crostata sciropposa buona per tutte le stagioni e però diventata oramai avariata.

 

Meglio Maurizio Landini, che, sia pur inciampando su qualche congiuntivo, ma proprio per questo certo più credibile e alla mano, gli ricorda per esempio che il cambiamento è quando  i lavoratori, o i pensionati, vedono un aumento in busta paga; o che le necessarie nuove assunzioni devono superare la precarietà; o che gli interventi sulle tematiche ambientali non devono essere lasciati agli imprenditori.

C’è da chiedersi però dove sia stata la Cgil nel recente passato, ed è pure inutile in questa sede ricordare in dettaglio a che proposito.

Addirittura Maurizio Landini ha un sussulto di dignità ideologica, quando accenna ad una verità fondamentale, per quanto oggi misconosciuta, taciuta o negata: che per attuare il vero cambiamento ci sia bisogno di “cambiare il sistema produttivo” e di “costruire un modello sostenibile”.

Ma è solo un attimo, si adagia, forse si accascia anch’egli. Per tutto il resto il fervore ideologico di Maurizio Landini si sostanzia nel chiedere un sistema fiscale più giusto, nuove assunzioni, rinnovi contrattuali.

Peggio, teorizza una cultura del fare, un impegno per semplificare la burocrazia, e il Sud è un problema, ma pure una risorsa, e robe simili. Insomma, il cambiamento è…le stesse cose che diceva venticinque anni fa, quando decise di scendere in campo, dove rimane, per quanto azzoppato, con tutto come prima, peggio di prima, un certo Silvio Berlusconi.

 

 

 

Category: Cronaca, Politica

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