E’ MORTO FRANCO BATTIATO, IL PIFFERAIO MAGICO CHE CI HA INCANTATO. RIPERCORRIAMONE IL CAMMINO

| 18 Maggio 2021 | 0 Comments

di Roberto Molle______

Mi trovavo dentro uno studio medico quando il cellulare ha squillato, era il direttore. Alla domanda se avessi pensato di scrivere qualcosa sulla scomparsa di Franco Battiato, mi sono sentito spiazzato. È un periodo che seguo poco i social e i media in generale, le notizie mi arrivano a rilento, in ritardo… Poi, e quasi un periodo sabbatico, di quelli che non scegli ma che ti fanno bene.

Potrei non dire niente per l’occasione: tutti i giornali e le televisioni parlano della notizia della sua morte, avvenuta questa mattina, dopo lunga malattia, all’età di 76 anni, a Milo, in provincia di Catania; per il novanta per cento Facebok è intasato di post sulla notizia; i ringraziamenti al maestro si sprecano, persino alcuni dinosauri della politica si sperticano a tessere le lodi di questa o di quella canzone.

Insomma, Battiato è stato un’artista trasversale, elevato al di sopra delle misere diatribe di qualsivoglia corrente di pensiero, capace di unire in definitiva, e già solo per questo meriterà ad eternum un grande rispetto.

 

Potrei dire dello stordimento avuto dall’incontro (ero intorno ai quattordici anni) con i primi tre album di Franco (Fetus e Pollution del 1972 e Sulle corde di Aries del 1973), di come quell’impasto tra prog-rock, sperimentazione ed elettronica primordiale mi portarono a memorizzare un termine: concept, che per la prima volta permetteva alla musica di farsi racconto, percorso, concetto.

 

Poi le cose vano come vanno, mi persi dietro le sirene del progressive inglese e di lì a poco il punk, con pochi colpi netti, come un’accetta sul patibolo tranciò di netto ogni certezza; era tempo di distruggere e ricreare bruciando le radici.

 

Ma le radici non muoiono mai veramente, e nessuno riuscirà a recidere quel legame indissolubile che è fatto anche di memoria e passione.

Nel 1979, quasi al canto del cigno delle radio libere (quelle “libere” veramente), “L’era del cinghiale bianco” mi attirò in un vortice di magnetismo mistico. Battiato, trasfigurato mi appariva in sogno come un ballerino di Sufi e mi sussurrava all’orecchio la soave overture di Stranizza d’amuri.

 

Il successo straripante di “Patrios” e “La voce del padrone”, i sussulti arabi, i colori sonori di cui la sua voce calda s’impregnava, l’Oriente dipinto nei versi delle sue canzoni come il western stralunato di Sergio Leone: per niente fedeli all’originale, ma originali nel tratteggiare credibili scenari speculari.

 

Una discografia sterminata quella di Franco Battiato, fatta di atmosfere calde e mediterranee, di suoni ancestrali e afflati misticanti.

Franco è stato quel pifferaio magico che lungo il cammino ha incantato tantissimi musicisti che lo hanno preso come ispirazione ed emulato.

Una vita artistica intensa: dalla collaborazione col maestro Giusto Pio alle produzioni di album di artisti che lo stimavano: da Giuni Russo ad Alice e Milva (“Milva e dintorni” contiene Alexander Platz la splendida canzone scritta da Battiato insieme a Giusto Pio).

Trenta album da studio, cinque opere teatrali, sette film diretti e un’infinita serie di collaborazioni con tanti musicisti, questo è il patrimonio che ci lascia Franco Battiato, sta a noi ora farne fedele custodia.

Category: Cultura

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