RICORDO DI ROBERTO VANTAGGIATO

| 7 Novembre 2021 | 0 Comments

di Roberto Molle______

I quotidiani raccontano i fatti, gli avvenimenti, le persone. Più o meno in tempo reale, perché già dopo qualche ora la notizia diventa “vecchia” e altre storie premono per essere raccontate. In un mondo ideale i cronisti dovrebbero dare conto di nascite e di morti, di violenza e bellezza, di vittorie, sconfitte e mille altre faccende, tutto con il massimo distacco per rendere la notizia la più fedele possibile alla realtà.

Ma dubito che questo avvenga nella maggior parte dei casi. Un minimo coinvolgimento emotivo è inevitabile. Per questo ci sono storie raccontate con grande empatia e altre tratteggiate con superficialità e mille inesattezze.

A tempo scaduto vorrei dedicare un ricordo a un amico scomparso recentemente; forse troppo fuori tempo massimo per i ritmi di un quotidiano, ma spero che il direttore non me ne voglia. E poi certe storie non scadono mai.

 

Durante le prime ore dell’alba del quindici agosto 2021 un infarto stroncava la vita di Roberto Vantaggiato, di fatto portandosi via una delle menti più brillanti e illuminate del Salento. Mi confronto con questo avvenimento a distanza di quasi tre mesi perché prima non sono riuscito a farlo, elaborare la sua scomparsa è stato complicato. Roberto era un amico e un musicista (abbastanza sopra le righe) a cui ero legato da un affetto e una stima molto speciali.

 

Ecco, vorrei rendere onore a Roberto Vantaggiato tratteggiandolo attraverso alcuni momenti che rimarranno indelebili nella mia memoria.

 

Nato a Cutrofiano sessantacinque anni fa, docente di materie letterarie (due lauree: una in lettere e una in lingue tra Pisa, Firenze e Lecce), dopo un lungo periodo in Alto-Adige da un po’ di anni insegnava in un istituto industriale di Casarano.

Poeta, cantautore, scrittore, militante politico per moltissimo tempo, erudito di lingue culture, suonatore di flamenco e molto altro. Essere tutto questo e riuscire a esserlo intensamente in una vita sola, ha dell’incredibile. Ed erano più di una le identità profuse nella sua figura.

A guardarlo attentamente, non era difficile scorgere in quel suo profilo affilato e sognante un gaucho della Pampas; nel suo sguardo profondo e mediterraneo, un ispanico personaggio uscito da un romanzo di Cervantes; nella sua voce calda e cavernosa, uno chansonnier, compagno di strada dell’ultimo Brassens (ma mi piace anche immaginarlo mentre discorre con uno stralunato Gilbert Bécaud).

 

A scuola spronava i suoi studenti a confrontarsi sul piano della poesia, spesso si portava dietro la chitarra e cantava loro le sue canzoni. Dovunque venisse invitato non si faceva problemi, fossero palchi prestigiosi o la più spontanea delle feste tra amici.

Arrivava, tirava fuori il raccoglitore di fogli che conteneva tutte le sue composizioni, beveva un bicchiere di vino e cominciava a cantare con quella sua voce un po’ roca e nostalgica impastata alle arie di arcaiche suggestioni di vecchi cantori. Molte sue canzoni erano in dialetto, ma si dimentichi ogni forma melensa di folk-revival, i testi di Roberto erano tutti fondamentalmente squarci di poesia poggiati su una base di chitarra.

I temi che gli stavano a cuore (le radici, l’umanità, l’amore) finivano nelle canzoni che ha scritto nell’arco di tantissimi anni, e ogni volta che le cantava sembravano appena create. Sono tanti e in diverse lingue (italiano, francese e spagnolo) i brani presenti nel suo songbook, e alla domanda perché non abbia mai pubblicato un disco ufficiale, lui faceva spallucce e diceva di non voler fare commercio delle sue canzoni.

 

Qualche anno fa lo avevo intervistato nell’arco di un paio di mesi per un progetto a cui stavo lavorando e in un’occasione gli chiesi perché non fosse finito a fare il musicista professionista date le sue qualità, mi rispose che preferiva restare libero da certe logiche; facendo l’insegnante e vivendo solo di quello poteva permettersi di fare la musica e le canzoni che voleva fregandosene del sistema.

A Cutrofiano lo chiamavano tutti “professore”, ma lui non se ne curava. Amava la campagna e i suoi ulivi che fino all’ultimo ha cercato di difendere dalla Xylella prima di rassegnarsi a vederli morire.

 

Mentre sto scrivendo tornano random sprazzi di memorie da quegli incontri in cui di fronte al microfono del registratore parlava a braccio per ore. Come di quella volta che in una fredda serata d’inverno a Firenze, mentre stava cantando accompagnandosi alla sua chitarra in una deserta Piazza della Signoria, gli si avvicinò una donna che si presentò come Caterina Bueno (cantante, tra le più importanti ricercatrici ed etnomusicologhe italiane n.d.r.) gli fece i complimenti e lo invitò a suonare in tour nel suo “Nuovo Canzoniere Italiano”; cosa che Roberto farà per un certo periodo.

 

Un’altra scena bellissima evocata in quelle registrazioni si svolge tra Pisa e Firenze durante uno dei primi concerti di Fabrizio De André. Roberto faceva parte del gruppo dei ragazzi del servizio d’ordine e il concerto dopo un’ora venne interrotto a causa del maltempo. I ragazzi erano tutti sporchi di fango perché sotto la pioggia avevano coordinato lo sfollamento del pubblico; alla fine stanchi e stremati avrebbero voluto scambiare quattro chiacchiere con De André ma venne loro impedito.

Roberto insieme ad alcuni di loro si presentò all’albergo dove il cantautore stava cenando e incuranti di tutto si lamentarono di aver dato il loro contributo da volontari al concerto e alla fine gli veniva negato di scambiare due parole con il loro idolo. Fu lì che intervenne Fabrizio De André che invito i ragazzi a sedersi a tavola a mangiare con lui. Da quell’esperienza si concretizzò un’amicizia, Fabrizio invitò Roberto a passare qualche settimana a casa sua e lo volle al suo fianco a suonare la chitarra in più di un’occasione.

 

Come si diceva, tante vite vissute in una. Mille viaggi in giro per l’Europa alla ricerca di parti di sé. Roberto aveva una padronanza incredibile del francese e dello spagnolo, era come se avesse vissuto altre storie in altre epoche in altri luoghi. Poi tante donne, tutte importanti ma nessuna che sia restata.

Recentemente aveva deciso di pubblicare un volume di poesie, una parte della sua produzione poetica degli ultimi anni; mi aveva chiesto una mano nel mettere a punto il progetto, ma tutto andava avanti lentamente… “tanto c’è tempo…”, poi il tempo corre per non essere fermato e finisce col prendersi le sue rivincite.

Quello che è certo è che, Roberto Vantaggiato continuerà a restare vivo nel cuore e nella memoria di tantissime persone che lo hanno conosciuto e apprezzato in diverse parti del mondo. Qui in Salento non c’è nessuno che non abbia ascoltato almeno una volta “Tegnu” o “Te notte”, oppure le splendide “Viajes” e “La grande signora”.

 

Potrei continuare a parlare a lungo di Roberto Vantaggiato e forse succederà. Tutto il materiale registrato nelle occasioni di cui sopra (consistente in qualche centinaio di ore) andrà sbobinato e sviluppato per un racconto della sua storia; questo era stato l’accordo: lui si sarebbe raccontato a me e io lo avrei raccontato agli altri. Sono passati sei anni e preso da mille altri impegni ho sempre rimandato, quando ripensavo a quelle registrazioni mi dicevo: “c’è tempo”.______

 

A questi link alcune canzoni di Roberto Vantaggiato:

https://www.youtube.com/watch?v=R2JQoA95t80&ab_channel=SpazioLibero

https://www.youtube.com/watch?v=1LG9lFNOgJ8&t=36s&ab_channel=SpazioLibero

https://www.youtube.com/watch?v=C7JpzcMYkR0&ab_channel=SpazioLibero

https://www.youtube.com/watch?v=1t5VZgWg2pM&ab_channel=imagiinaire

 

 

 

 

 

 

 

 

Category: Cultura

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