ABBATTENDO IL MURO DELL’OMERTA’. IL 2026 DI DINO TROPEA: LA VERITÀ NON VENGA PIU’ LASCIATA INDIETRO!

di Cristina Pipoli ___________
D- C’è una parte di sé che in questo passaggio tra il 2025 e il 2026 sente di poter lasciare indietro, finalmente? E, al contrario, quale nuova consapevolezza della sua velocità personale, del suo modo unico di attraversare il tempo, si porta dietro nel nuovo anno?
R- “La parte che lascio indietro è quella che continua a chiedere spiegazioni a un passato che non ne ha più da offrire. Inizio il 2026 con una consapevolezza diversa: non ho la velocità degli altri, ma “ognuno trova il suo ritmo – chi lo accetta, si salva.” Questa frase mi è rimasta dentro:
“Ho imparato che ogni individuo ha un valore unico e contribuisce al raggiungimento dell’obiettivo comune lavorando insieme verso lo stesso scopo… Solo così si può garantire un bilanciamento e puntare al massimo livello di efficienza e produttività in ogni ambito.”
Per anni mi sono sentito ‘fuori tempo’, come se la vita degli altri scorresse più veloce, ma ora so che il valore è nel passo che scegli, non in quello che ti impongono. Resto fedele a quello che sono, anche se per qualcuno può sembrare troppo lento o troppo silenzioso. Quello che conta è non lasciarsi indietro da soli.
E nel 2026, se posso augurarmi qualcosa per me e per chi mi legge, è proprio questo: rallentare. Connettersi di meno con tutto ciò che è fuori, e un po’ di più con quello che è dentro. Meno notifiche, più respiri. Più sguardi veri, meno schermi. Perché a volte, per non sentirsi lasciati indietro, basta semplicemente fermarsi e restare”.
D- L’Epifania chiude le feste ma spesso riapre vecchie ferite: è la fine della tregua, il ritorno alla routine. In una realtà dove esistono ancora genitori “alienanti”, quanto può pesare questo momento per un figlio? C’è il rischio che la ripresa della scuola e della quotidianità diventi un’occasione per rafforzare l’influenza su un bambino o per ostacolare il suo rapporto con l’altro genitore?
R- “Purtroppo, sì. Il ritorno alla routine può diventare un terreno di conquista o di resistenza, soprattutto dove ci sono ferite aperte fra gli adulti. Nel mio libro, racconto il dolore di una paternità vissuta a metà, di una figlia che a un certo punto ha scelto – o si è trovata costretta a scegliere – di allontanarsi. La verità è che i figli pagano i silenzi e le guerre degli adulti. L’Epifania dovrebbe essere una ripartenza leggera, invece per molti bambini è un passaggio difficile: rischiano di sentirsi divisi, obbligati a schierarsi. Mi porto dentro il rimpianto di non aver potuto proteggere mia figlia da questo. Oggi posso solo dire: mai usare il tempo delle feste come un’arma. Lasciamo che la scuola, il ritorno alla normalità, siano ponti, non muri”.
D- Oggi le calze della Befana si riempiono di dispositivi elettronici, di giocattoli che parlano e imparano grazie all’Intelligenza Artificiale. Ma stiamo davvero facendo un dono, o rischiamo di consegnare ai nostri figli un oggetto che li allontana ancora di più dalla capacità di creare legami veri, di vivere il tempo e la noia, di non sentirsi “lasciati indietro” in una nuova forma di solitudine digitale?
R- “Credo che il rischio ci sia eccome. Nel libro parlo spesso di solitudini nascoste: oggi i ragazzi possono essere circondati da mille voci, ma sentirsi ugualmente isolati. Un tempo la noia era una stanza vuota da riempire con la fantasia, oggi è app da scrollare. La tecnologia non è il nemico, ma è un compagno che va presentato con cautela. Non basta riempire le calze, serve riempire i silenzi, ascoltare davvero. Un bambino lasciato solo davanti a uno schermo è un bambino che rischia di imparare a bastare a sé stesso troppo presto, oppure di non impararlo mai. I doni veri sono il tempo, l’ascolto, le storie condivise. Se manca questo, ogni regalo rischia di essere solo una toppa su un buco.
E forse qualcosa sta cambiando davvero: paesi come l’Australia e la Danimarca hanno scelto di vietare l’uso degli smartphone fino a 16 anni, per proteggere i ragazzi dall’isolamento digitale e aiutarli a riscoprire il valore dei rapporti veri. Anche in Italia il dibattito si sta finalmente aprendo. Siamo forse all’inizio di un 2026 che chiede meno connessioni virtuali e più presenza reale. Magari è il momento di restituire ai nostri figli il diritto di annoiarsi, di stare insieme davvero, senza uno schermo in mezzo. Di essere meno connessi, ma più vicini.
D- C’è chi cresce senza la presenza di un padre, a volte senza colpa di nessuno, altre per scelte difficili. Nell’anno che comincia con l’Epifania del 2026, cosa può dire a un bambino che sente questo vuoto? Come si trasforma il senso di essere lasciati indietro in una forza, in un seme di libertà che non ti fa restare prigioniero di una storia che non hai scelto?
R- “Vorrei dire a quel bambino: il vuoto che senti non sei tu. Non sei l’assenza che porti addosso, non sei il dolore che altri ti hanno lasciato. Sei quello che scegli di essere con quello che resta. Io sono cresciuto così: con la mancanza di mio padre, con il peso delle cose non dette e dei giorni senza risposta. Per anni ho pensato che fosse una colpa, poi ho capito che era solo la mia storia. La forza sta nel non lasciare che quel vuoto decida per te. Si può crescere diversi, sì, ma non per forza più deboli. Le radici non sono solo sottoterra: a volte sono dentro il cuore, e lì nessuno può portarle via. Si trasforma la ferita in soglia, il rimpianto in desiderio di un domani diverso. E soprattutto si capisce che nessuno deve essere lasciato indietro – nemmeno te stesso”.
D- La cucina siciliana di gennaio è un’altra Epifania, fatta di ingredienti semplici e veri: dopo i dolci ricchi delle feste, qual è secondo lei il piatto che più rappresenta il concetto di “manifestazione”, di rivelazione? C’è qualcosa che passa dalla tavola alla vita, che aiuta a capire il valore delle cose essenziali quando le luci si spengono e la festa lascia spazio al quotidiano?
R- “Per me il piatto che più rappresenta la rivelazione, dopo gli eccessi delle feste, è la pasta con i pomodorini freschi di Pachino, una foglia di basilico ed una grattugiata di ricotta salata siciliana, quella che si usa nella pasta alla norma. È un piatto che sembra niente, ma ha tutto: il profumo del sole anche in inverno, il rosso che mette allegria sulla tavola quando fuori c’è solo freddo e silenzio, il verde del basilico. Una combinazione che è già simbolo del nostro tricolore. Bastano pochi ingredienti: i pomodorini tagliati, un filo d’olio buono, aglio e basilico se c’è, magari una spolverata di ricotta salata. È la semplicità che si fa festa, senza bisogno di grandi cose. La pasta con i Pachino racconta quello che conta davvero: sedersi a tavola con chi c’è, anche solo una persona, e condividere un piatto vero, senza finzioni. Dopo tutte le luci e i dolci delle feste, il regalo migliore è questo: la normalità, il sapore che ti ricorda da dove vieni, la casa che non si dimentica mai. È qui che si manifesta la vita vera, e per me è già abbastanza”.
Category: Costume e società, Cultura


























