E POI TOCCO’ AD ALEX PRETTI

| 25 Gennaio 2026 | 0 Comments

di Giuseppe Puppo ______________

Si chiamava Alex Jeffrey Pretti, aveva 37 anni, ed è una figura emblematica di questi Stati Uniti mai come adesso nella loro storia disperati e disperanti.

Primo perchè è discendente di immigrati italiani, in un Paese che grazie agli immigrati da tutto il mondo, al loro sfruttamento, alle loro lacrime, sudore e sangue, per tre secoli ha costruito la propria identità e la propria fortuna, e invece adesso li rinnega.

Secondo perchè di mestiere faceva l’infermiere e in un dipartimento governativo si occupava dei veterani, cioè dei tanti tornati dalle varie guerre così dette di esportazione della democrazia, in realtà di dominio imperialista, che da tre secoli vengono perseguite dagli Americani, feriti nel corpo, ma soprattutto nell’anima.

Checchè ne dicano le autorità governative, in un penoso quanto imbarazzante tentativo di confondere la verità, avrete visto tutti il video privato che documenta quello che è successo ieri a Minneapolis: il giovane, ‘armato’ solo di un telefonino, interviene per difendere una donna spinta a terra e un’altra colpita con lo spray urticante dagli agenti dell’ Ice, i quali lo spingono a terra, lo accerchiano, lo riempono di botte e poi lo uccidono sparandogli nove colpi di pistola.

Questi agenti federali dell’Ice sono un corpo di Polizia con licenza di uccidere, organizzati in meno di un anno, dal nuovo insediamento presidenziale, per cercare gli immigrati, ma più in generale quelli che danno, o potrebbero dare fastidio all’amministrazione centrale, con metodi incredibili: senza legge, armati e mascherati, scatenano vere e proprie cacce all’uomo o alla donna, rapiscono bambini, deportano e appunto uccidono.

Tutto questo avviene in quella che continua ad essere considerata la Patria della democrazia.

Ora in tanti stanno raccogliendo l’invito del sindaco di Minneapolis a considerare che cosa sta avvenendo e che cosa ognuno può fare per impedirlo.

Già ci sono manifestazioni di massa e altre se ne annunciano in diverse città.

Gli Usa sono alle prese con i prodromi di una guerra civile, dopo quella di cinque anni fa, che, sia pur poi contenuta, scoppiò nella primavera del 2020 per protesta dopo la morte, avvenuta sempre a Minneapoli di un uomo di colore, di 46 anni, George Floyd, che aveva sul collo il ginocchio di un poliziotto bianco.

La violenza genera violenza. La spirale è innescata.

L’America deve ancora fare i conti con un suo passato, remoto e prossimo, per tanti versi ingombrante.

I nodi paiono venire al pettine, sia per i Repubblicani, sia per i Democratici, due facce della stessa medaglia, in realtà il sistema della politica che ha ceduto il potere all’economia, e dell’economia che l’ha ceduto alla finanza speculativa.

In realtà il problema razziale, che come un filo rosso attraversa tutta quanta la loro storia, non l’hanno mai risolto. Obama non fu altro che un’operazione di facciata.

Dicevano di essere i campioni della democrazia, ma loro le leggi razziali in molto stati in vigore fino a tutti gli anni Sessanta ce le avevano, unici al mondo.

Dicevano di portare la democrazia nel mondo, ma in realtà era solo un pretesto per esportare i loro interessi economici, e distruggere regimi a loro ostili, dalla Jugoslavia, alla Libia, dall’Iraq all’Afghanistan l’elenco è lungo e arriva fino all’attacco recente al Venezuela.

Dicevano di voler favorire migliori condizioni economiche, hanno imposto invece un modello sociale fatto di egoismo, sopraffazioni, affarismo sfrenato, che crea enormi disuguaglianze sociali, a cominciare da quelle esistenti nel loro interno.

E le disuguaglianze sociali accumulano insoddisfazioni e fanno esplodere rivolte.

Che sistema è, quello in cui se hai la carta di credito puoi curarti, e se non ce l’hai puoi morire?

Che sistema è, quello in cui se hai un buon avvocato puoi farla franca, anche se colpevole, e se non ce l’hai puoi marcire in prigione, anche se innocente?

Continuano a vendere armi, all’esterno e al loro interno, come se fossero noccioline, ogni tanto scatenano qua e là qualche attacco missilistico, o riforniscono di nuovi modelli le armerie libere a tutti.

In realtà, non si uccide una persona, quando si spara: si comincia a uccidere una persona, quando si acquista un’arma.

Gli Usa non hanno una memoria storica condivisa, ed ecco quello che succede, se rimangono mentalità diffuse, di segregazione, di superiorità economica e sociale, in ultima analisi di ignoranza.

I film di Hollywood sono foglie di fico appiccicate qua e là per coprire le vergogne.

La Storia soffre di amnesia, le amnesie producono sinapsi.

I cortei di Martin Luther King, i disordini razziali, le rivolte feroci, I have a dream e Good Morning Vietnam…

Ora è di nuovo tutto come prima, peggio di prima.

In realtà è la Storia di secoli, a cominciare dallo sterminio sistematico degli Indiani nativi, il loro imperdonabile peccato originale, fino ai massacri bellici degli ultimi decenni, che ora presenta il conto nei suoi nodi irrisolti agli Stati Uniti nati, cresciuti e pasciuti sulle sopraffazioni, sulle devastazioni, sui profitti disumani e sulle devastanti  ingiustizie sociali.

Negli Usa esiste un proverbio -“A red sky at night is a shepherd’s delight” – che è ancora più forte del nostro: ‘Rosso di sera bel tempo si spera”: significa alla lettera “Un cielo rosso di notte è la delizia di un pastore”, indica insomma la speranza di un domani migliore, la fiducia nel futuro.

Una speranza disperata quanto autodistruttiva. Una fiducia nell’american dream, nel famoso ‘sogno americano’ intanto però diventato un incubo per tutti, in quelle metropoli terrificanti, ridotte ad una distesa di templi del dio denaro da una parte, in cui quotidianamente si celebrano i riti del lusso e della ricchezza, e distese di periferie degradate, di capannoni dismessi, di costruzioni abbandonate e di canali di scolo delle fogne dall’altra, in cui allignano gli emarginati, gli esclusi, i violenti, i criminali, gli ultimi, i poveri che diventano sempre di più e sempre più poveri.

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Category: Cronaca, Politica

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