VIA FANI, 48 ANNI DOPO: IL RITO STANCO DELLE COMMEMORAZIONI E LA MEMORIA NEGATA

| 17 Marzo 2026 | 0 Comments

di Melcore Valerio______ Tra dichiarazioni istituzionali e post sui social, la politica ricorda l’eccidio della scorta e il rapimento di Aldo Moro. Ma commemorare non significa analizzare. E sulle colpe, le reticenze e le cecità che portarono a quella strage, cala ancora una volta un comodo silenzio.

Sono passati 48 anni da quella mattina in cui, a Roma, in via Fani, la Repubblica Italiana perse per sempre la sua innocenza. L’eccidio della scorta e il rapimento dell’Onorevole Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana, segnano una ferita ancora aperta. Eppure, a quasi mezzo secolo di distanza, sembra che nessuno abbia davvero voglia di ricordare e di analizzare come si arrivò a quel massacro.

Oggi assistiamo al consueto, e per certi versi rassicurante, rito delle commemorazioni. Da un lato, una delegazione del PD si reca sul luogo della strage, con la segretaria Elly Schlein che in una nota dichiara: “ricordiamo una delle pagine più buie e dolorose della nostra storia repubblicana” e invita a “difendere, ogni giorno, i valori della democrazia contro ogni violenza politica e contro il terrorismo”. La vediamo nella foto in alto a favore di telecamera.
Dall’altro, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sottolinea come quegli uomini “furono vigliaccamente uccisi nel tragico agguato in via Fani”, esprimendo “eterna gratitudine” e inviando un ringraziamento “a tutti gli uomini e le donne in divisa per il quotidiano lavoro a difesa della Nazione”.
Sui social, si unisce anche il Presidente del Senato Ignazio La Russa“Ricordare quel giorno così drammatico significa rendere omaggio a chi sacrificò la propria vita e riaffermare, con forza, il valore della libertà e della democrazia”.

Tutto ineccepibile. Ma, come potete leggere, tutti si limitano a commemorare. Nessuno analizza. L’eccidio della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino e il rapimento di Moro non furono un fulmine a ciel sereno. Furono l’epilogo drammatico di anni di sottovalutazioni, reticenze e comode cecità ideologiche. Per comprendere come lo Stato si sia fatto trovare così impreparato davanti alle Brigate Rosse, un’organizzazione terroristica orgogliosamente comunista, marxista-leninista e antifascista, bisogna riavvolgere il nastro.

C’è stato un tempo, nei primi anni ’70, in cui i vertici delle istituzioni e i ministri degli Interni democristiani minimizzavano la minaccia. Nei palazzi della politica e sui grandi giornali si parlava apertamente di “fantomatiche” o “sedicenti” Brigate Rosse, aggiungendo spesso un corollario rassicurante: “la violenza viene solo da destra”.

Una definizione surreale, usata per derubricare il fenomeno o insinuare l’esistenza di trame nere.
Questa narrazione colpevole proseguiva indisturbata mentre i terroristi rossi iniziavano a spargere sangue. Quando a cadere sotto i colpi dell’eversione erano attivisti e dirigenti del Movimento Sociale Italiano, come Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, assassinati a Padova nel 1974 nel primo delitto rivendicato dalle BR – l’allarme democratico suonava con molta meno urgenza. Erano morti che, per una certa miopia istituzionale, pesavano di meno.

Questa sottovalutazione istituzionale trovò terreno fertile in un preciso clima culturale a sinistra. Per troppo tempo, nella sinistra extraparlamentare, nelle frange estreme della CGIL e nella base del Partito Comunista Italiano, si è cullata una pericolosa ambiguità. L’espressione “compagni che sbagliano” non è un’invenzione giornalistica, ma la fotografia di un’indulgenza ideologica mortale. Si riconosceva ai terroristi la stessa matrice ideale, faticando a recidere il cordone ombelicale dell’ideologia comunista e della retorica della “Resistenza tradita”. Solo sull’orlo del baratro il vertice del PCI di Berlinguer prenderà le distanze abbracciando la “linea della fermezza”, ma il ritardo con cui si agì resta una ferita storica.

E la Democrazia Cristiana? Il partito di maggioranza relativa aveva le sue precise convenienze politiche. In quegli anni si stava tessendo la delicata tela del “Compromesso storico” con il PCI. Ammettere la gravità e la natura profondamente comunista del terrorismo brigatista significava mettere in estremo imbarazzo l’alleato. Per non “disturbare” quel percorso politico, una parte della DC preferì abbassare lo sguardo, ritardando l’azione investigativa e repressiva dello Stato. E il Movimento Sociale Italiano? eIl partito di Almirante era come inebetito, si limitò a parlare di condanna di tutti i terrorismi e dello Stato che doveva applicare il pugno di ferro contro i terroristi.

La tragedia di Aldo Moro e della sua scorta è anche il conto salatissimo presentato alla Repubblica per queste omissioni. Un monito che ci ricorda un’amara verità: quando la politica subordina la realtà ai propri calcoli e alle proprie ideologie, a pagare il prezzo col sangue sono sempre i servitori dello Stato.

Category: Costume e società

About the Author ()

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Connect with Facebook

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.