LA FENICE E IL CASO “VENEZI”: QUANDO LA BACCHETTA DIVENTA UN BASTONE POLITICO

| 9 Aprile 2026 | 0 Comments

Melcore Valerio______Negli anni ’70 andava di moda una frase che suonava più o meno così: “ Tu puoi anche non interessarti di politica, ma la politica si interessa di te”. Oggi si mutando quella frase potrei dire tu puoi anche non interessarti della Fenice, ma la “Venezi si interessa di te”. Infatti quando faccio per aprire la mia pagina Facebook,  mi si presentano una serie di post e tra questi immancabilmente ve n’é qualcuno a base di polemiche, scontri generazionali e veti incrociati che tratta della Venezi. Sotto i riflettori del Gran Teatro La Fenice di Venezia non va in scena un’opera, ma lo psicodramma tutto italiano delle istituzioni culturali divise tra conservazione e azzardo.
Tra i velluti rossi, gli stucchi dorati e le memorie di Callas e Corelli, l’eco che rimbomba in questi giorni al Teatro La Fenice non è l’ouverture di una nuova stagione brillante, ma il frastuono sguaiato di una gazzarra politica. Al centro del palcoscenico, o meglio, al centro dello scacchiere delle nomine, c’è il nome di Beatrice Venezi. E attorno a lei, un vortice che ha trasformato uno dei templi mondiali della lirica in una curva da stadio.
La questione è apparentemente semplice, ma profondamente radicata nei mali cronici del nostro Paese. L’ipotesi di affidare le chiavi, o una fetta importante della gestione a una direttrice d’orchestra giovane, mediatica e, dettaglio non trascurabile per i suoi detrattori, politicamente connotata.
Da una parte c’è la levata di scudi dei puristi, dei sindacati e di quelle dinastie di addetti ai lavori che, respirando l’aria della Fenice da generazioni, considerano la nomina di un profilo under 35 come un “azzardo inaccettabile”. Si invoca l’esperienza, si sventola il curriculum, si chiede a gran voce che i santuari della cultura restino nelle mani di chi ha fatto la classica e lunga gavetta all’ombra del sipario. È la reazione quasi fisiologica di un sistema che tende all’autoconservazione, dove il termine “giovane scommessa” suona alle orecchie dei veterani come una bestemmia in chiesa.
Dall’altra parte della barricata, c’è chi denuncia l’ipocrisia di un ambiente teatrale spesso ostaggio di lobby, potentati storici e correnti politiche che per decenni hanno lottato per mantenere lo status quo. Per questa fazione, il rifiuto di Venezi non è una questione di spartiti e bacchette, ma il mero terrore di perdere il controllo sulle istituzioni, mascherato da nobile difesa dell’arte.
Ai progressisti, che, scherzo del destino, si ritrovano ad essere i cultori della tradizione e della conservazione, è bene ricordare che non c’è tradizione senza innovazione.

In questo scontro tra “incartapecoriti” (come li ha definiti qualcuno nel dibattito infuocato sui social) e portavoce del nuovo corso, si perde di vista la memoria storica. Si ergono a scudo i giganti del passato, dimenticando che quegli stessi giganti furono, a loro tempo, dei sovversivi.
C’è un’ironia pungente che aleggia in questa polemica. I difensori della tradizione della Fenice farebbero bene a ricordare l’anno 1832, quando la commissione di un celebre conservatorio italiano si trovò davanti un diciottenne emiliano. Lo giudicarono fuori età, criticarono la sua tecnica pianistica, decisero che investire su di lui era un rischio inutile. Lo bocciarono senza appello.Quel giovane si chiamava Giuseppe VERDI.
Oggi, il Conservatorio di Milano porta il suo nome, in quello che è forse il più grande e involontario monumento al fallimento dei “guardiani della tradizione”. La storia dell’arte è lastricata di porte sbattute in faccia a chi proponeva linguaggi nuovi o semplicemente a chi non rientrava nei canoni rassicuranti dell’establishment dell’epoca.
Il vero dramma del “caso Venezi” alla Fenice non è valutare se il Maestro sia la scelta manageriale o artistica perfetta. È del tutto legittimo discutere di competenze, bilanci e visioni artistiche. Il vero vulnus è la politicizzazione estrema di ogni singola sillaba.

Se la discussione si riduce a “Venezi sì perché è di destra” contro “Venezi no perché è di destra”, il Teatro La Fenice ha già perso, ancor prima che si alzi il sipario. Trasformare le nomine culturali in un regolamento di conti tra maggioranza e opposizione significa svilire un patrimonio che appartiene al mondo intero.
Tutelare la Fenice significa proteggerla non solo dai salti nel buio, ma anche dall’asfissia di chi pensa che l’unico modo per non sbagliare sia non cambiare mai nulla. Forse, ogni tanto, le cattedrali della cultura avrebbero bisogno di prendersi il rischio di un “azzardo”. Perché se c’è una cosa che il palcoscenico insegna, è che senza il coraggio di osare, l’arte diventa solo un polveroso museo di se stessa.

Category: Costume e società

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