INDOVINA CHI VIENE A CENA? / CERCO UN CENTRO (STORICO) DI GRAVITA’ PERMANENTE

| 20 Giugno 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini _____________

I centri storici custodiscono qualcosa che va oltre la semplice bellezza architettonica. Sono luoghi dove il tempo lascia tracce visibili: nelle pietre consumate, nei balconi in ferro battuto, negli stemmi scolpiti sopra i portoni, nelle stradine strette che sembrano conservare ancora il passo di chi le ha attraversate secoli fa. Ogni città continua a riconoscersi anche attraverso questi luoghi, perché dentro i suoi quartieri antichi resta impressa una parte della memoria collettiva.

Oggi, nel disordine veloce dell’urbanizzazione moderna, i centri storici appaiono quasi come spazi sospesi. Per alcuni vivere lì significa rinunciare alla comodità: traffico limitato, case antiche, mancanza di parcheggi, equilibri delicati. Per altri, invece, è un privilegio raro. Quello di abitare luoghi che possiedono ancora un’identità precisa, fatta di storie, stratificazioni e silenzi.

Forse è anche per questo che mi sembrava naturale affrontare un tema simile con un architetto paesaggista come Gianmarco Russo, uno che con i piedi poggiati sui basoli e lo sguardo rivolto al paesaggio, cerca da sempre di capire come l’architettura possa curare lo spazio pubblico senza ferirne la memoria. In attesa che arrivi, do un ultimo sguardo alla mia sala da pranzo a cielo aperto.

Gianmarco è nato nel 1991 a Brindisi e vive a Lecce. Si è laureato in Ingegneria Edile-Architettura all’Università “Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara e ha successivamente conseguito un Master di secondo livello in Beni Architettonici e Paesaggio presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove ha ottenuto anche una borsa di ricerca in consolidamento strutturale. Durante gli studi ha collaborato con lo studio di famiglia a Ruffano, occupandosi di restauro e lavori pubblici nel settore del recupero del patrimonio edilizio. Ha svolto il tirocinio presso la Soprintendenza ai Beni Culturali e Paesaggistici (Chieti e Pescara) e ha collaborato con la Direzione Museale della Regione Toscana. In ambito professionale è stato per tre anni esperto tecnico PNRR presso il Comune di Otranto. È stato coinvolto nei progetti di interventi su beni vincolati, dell’abbattimento delle barriere architettoniche del Castello di Mesagne e del progetto di fattibilità tecnico-economica per il restauro della Chiesa della Trasfigurazione di Nostro Signore a Scorrano.

Attualmente è funzionario responsabile del procedimento SUAP presso il Comune di Presicce-Acquarica e ha pubblicato due articoli in ambito di beni culturali.

In attesa che arrivi, do un ultimo sguardo alla mia sala da pranzo a cielo aperto.

Sotto di me, il silenzio della sera è interrotto dai residui dei rumori della giornata: il battito dei martelli pneumatici che hanno scavato per ore, portando alla luce la carne viva della pietra leccese sotto l’asfalto, lasciando polvere sui davanzali e stanchezza negli occhi di chi abita queste strade.

La tavola è apparecchiata, come sempre, sulla terrazza, mentre la luce del giorno scende lentamente sui tetti del centro storico. Non c’è nulla di costruito per stupire, eppure tutto sembra avere un peso preciso, come se ogni oggetto sapesse esattamente perché è lì.

Al centro, una tovaglia ricamata a mano. Il tessuto non è uniforme: si intravedono piccoli segni del tempo, qualche filo leggermente tirato, motivi che si ripetono senza mai essere identici. È una trama che non cerca perfezione, ma continuità. Una memoria cucita, più che un semplice supporto.

Sopra, i piatti del corredo della nonna. Ceramiche antiche, fatte a mano, ognuna con una sua lieve imperfezione: un bordo appena consumato, una decorazione che non coincide perfettamente con le altre. Nonostante siano pezzi coordinati, non si assomigliano del tutto, ma convivono nel rispetto della tradizione. I bicchieri sono semplici, trasparenti. La luce del tramonto li attraversa e li rende quasi fragili, come se bastasse un gesto per spostarli dal presente.

Al centro della tavola un vaso di timo selvatico rosso. Non una composizione studiata, ma una presenza naturale. Il profumo non invadente emana una deliziosa fragranza di limone e inoltre respinge le zanzare, una giusta pena da pagare per gustare la cena sulla terrazza.

Tutto è disposto senza rigidità, ma nulla è casuale. È una tavola che non impone un ordine, lo suggerisce. E proprio per questo sembra tenere insieme il passato e il presente senza separarli.

In sottofondo, appena percettibile, una musica salentina lontana. Non invade lo spazio, lo attraversa e lo accompagna. Come se appartenesse già al luogo, più che alla scena.

E mentre la luce continua a cambiare, la tavola smette di essere un insieme di oggetti e diventa un tempo sospeso: qualcosa che non rappresenta il centro storico, ma lo richiama, lo riflette, lo trattiene per un istante. Perché un centro storico non è un luogo nuovo da progettare, ma una somma di vite, oggetti e memorie che resistono al tempo. Non è una scenografia, né un fondale buono per chi passa e poi va via. È un equilibrio fragile, fatto di abitudini, di voci che si riconoscono, di gesti ripetuti ogni giorno. Di chi apre una finestra sempre alla stessa ora, di chi attraversa una piazza senza fotografarla. Il suo valore probabilmente sta nel non dover dimostrare niente. Nel continuare a esistere, anche quando cambia, anche quando si adatta, senza perdere del tutto ciò che lo rende casa per qualcuno.

Esiste un confine invisibile tra rigenerazione urbana e “museificazione”. Quando il design dello spazio pubblico privilegia il visitatore rispetto al residente, quali funzioni vitali della città rischiano di estinguersi definitivamente?

La contrapposizione tra rigenerazione urbana e museificazione dei centri storici è in parte fuorviante, perché si tratta di fenomeni strettamente collegati. Il termine museificazione tende, infatti, a evocare un luogo statico, quasi archeologico, mentre il centro storico è il risultato dell’evoluzione di una comunità che vi ha vissuto per secoli. La struttura urbana storica non nasceva per ragioni estetiche, ma per rispondere alle esigenze concrete della popolazione del tempo: le strade, le piazze e gli edifici erano organizzati in funzione della vita quotidiana e dei bisogni collettivi. Con il passare dei secoli, però, tali esigenze sono cambiate. L’aumento della popolazione, la nascita di nuovi servizi e la diffusione dell’automobile hanno spinto la città a espandersi oltre il nucleo storico, rendendo altri quartieri più adatti alle necessità contemporanee.

Di conseguenza, il centro storico non ha perso la propria funzione, ma non è riuscito più a soddisfare alcune esigenze dell’uomo moderno. Per questo motivo non esiste un vero confine tra rigenerazione urbana e museificazione: nei centri storici si parla più correttamente di restauro urbano e valorizzazione, processi che mirano a conservare l’identità storica senza trasformare il luogo in un semplice museo.

L’obiettivo non deve quindi essere quello di trasformare il centro storico in un’attrazione turistica, ma di applicare i principi fondamentali del Codice dei beni culturali e del paesaggio: tutela, valorizzazione e fruizione. La tutela protegge il patrimonio storico, la valorizzazione ne evidenzia il significato culturale e la fruizione garantisce l’accessibilità alla collettività.

Tra gli aspetti che rischiano maggiormente di scomparire vi sono le attività tradizionali e le antiche botteghe artigiane, un tempo essenziali per la vita economica e sociale della città. Oggi tali attività sopravvivono spesso più come testimonianza culturale che come risposta a un bisogno reale, mentre il centro storico tende ad adattarsi alle richieste prevalenti di visitatori e residenti, che diventano essi stessi turisti nella propria città“.

Gianmarco poggia il calice di vino e le sue parole lasciano l’impressione che la vera sfida non sia conservare il passato sotto una campana di vetro, ma permettergli di continuare a dialogare con il presente. Un equilibrio sottile, fatto di memoria e cambiamento. Mentre ci penso, porto in tavola un tagliere. Anche qui tutto è questione di equilibrio: sapori diversi che convivono senza annullarsi, ciascuno custode della propria storia. È un insieme che cerca equilibrio tra elementi diversi. I formaggi raccontano la parte più lenta del tempo: la stagionatura, la trasformazione graduale, la pazienza. I salumi portano invece una voce più decisa, più immediata, legata alla tradizione e alla materia. Il miele, raccolto dai fiori della macchia mediterranea, introduce una nota diversa: dolce, ma non semplice, sintesi silenziosa del territorio. Non c’è uniformità, ma coesistenza. Ogni elemento mantiene la propria identità, senza perdere il legame con gli altri. E viene naturale pensare al centro storico, che assomiglia a un libro aperto su più secoli: un luogo in cui popoli, tradizioni e culture diverse hanno convissuto, sovrapponendosi senza cancellarsi. Ognuno ha lasciato una traccia, e proprio da questi incroci nasce ciò che oggi ancora si legge nelle sue strade, nelle sue architetture, nei suoi dettagli.

In architettura e urbanistica si parla spesso di “capacità di carico”. Oltre i numeri economici, come si progetta un centro storico che sia resiliente al turismo di massa senza diventarne vittima?

La capacità di carico urbanistico di un centro storico non dovrebbe essere valutata esclusivamente attraverso indicatori quantitativi, come il numero di visitatori, le strutture ricettive o i flussi economici. Esiste infatti una dimensione più profonda, legata alla conservazione dell’identità storica e culturale dei luoghi.

Un centro storico non è uno spazio da riprogettare secondo le esigenze contemporanee, ma un patrimonio da custodire. La sua struttura urbana è già il risultato di una progettazione storica che rispondeva perfettamente alle necessità delle comunità che lo hanno generato. Intervenire per adattarlo completamente ai bisogni odierni rischierebbe di alterarne irrimediabilmente il carattere.

La storia dell’urbanistica dimostra come molte scelte progettuali vengano giudicate solo a distanza di decenni. Alcuni interventi del passato, considerati moderni e innovativi nel loro tempo, oggi sono spesso valutati negativamente. Emblematico è il caso delle trasformazioni urbane promosse dal barone Haussmann a Parigi, che pur perseguendo obiettivi funzionali comportarono la demolizione di ampie porzioni di tessuto storico.

Da ciò deriva un principio fondamentale: il rischio maggiore, quando si interviene nei centri storici, è compromettere proprio quegli elementi che si vorrebbero valorizzare. Il loro valore risiede infatti nelle stratificazioni storiche accumulate nel corso dei secoli, che costituiscono la memoria materiale ed identitaria della città”.

Gianmarco riporta l’attenzione su un aspetto fondamentale: ogni centro storico è il risultato di secoli di trasformazioni, aggiunte e stratificazioni che ne hanno costruito l’identità. Ogni edificio, ogni strada e ogni piazza raccontano una parte della storia della comunità che vi ha vissuto. Secondo me, la bellezza dei centri storici consiste nel permetterci di leggere il passato nelle tracce che il tempo ha lasciato dietro di sé.

Per questo motivo il centro storico deve essere innanzitutto conservato, tutelato e trasmesso alle generazioni future. La sua resilienza non consiste nella capacità di adattarsi continuamente alle mode o alle esigenze del momento, ma nella capacità di attraversare il tempo mantenendo la propria identità. In questa prospettiva, il turismo rappresenta una conseguenza della conservazione e non il fine della stessa. I visitatori arrivano perché esiste un patrimonio storico autentico che è stato preservato nel tempo. La strategia più efficace consiste, quindi, nel concentrare le nuove funzioni, i servizi e le infrastrutture nelle aree circostanti al centro storico, dove è possibile progettare senza compromettere il patrimonio esistente. In questo modo si alleggerisce la pressione sul nucleo storico, consentendogli di conservare le proprie caratteristiche.

In conclusione, la vera capacità di carico di un centro storico non coincide con il numero massimo di persone che può ospitare, ma con la sua capacità di conservare la propria identità storica, culturale e urbana e di trasmetterla integra alle generazioni future”

.

Identità. Forse è proprio questa la parola che attraversa tutta la riflessione di Gian. L’identità di una città vive nelle sue pietre, nelle sue strade e nelle tracce lasciate da chi l’ha abitata nel corso dei secoli. Ma vive anche nelle tradizioni che resistono al tempo, nei gesti tramandati e nei sapori che raccontano un territorio. Per questo porto in tavola un piatto fumante di ciceri e tria, simbolo della tradizione salentina e custode di una storia che continua ancora oggi a essere raccontata. Pochi ingredienti, ma consueti. Ceci e pasta, una parte fritta per cambiare consistenza e sorprendere. È un piatto che nasce povero, ma è ricco e sostanzioso. Proprio come il centro storico. Un luogo che ha tutto ciò che serve: storia, identità, vita vera. Eppure, proprio come in questo piatto, oggi convivono due anime: una che resta fedele a se stessa, semplice e autentica e un’altra che si trasforma, si adatta, a volte per scelta, a volte perché non può fare altrimenti. Il problema è capire quale delle due, alla fine, avrà la meglio.

Prima di andare avanti, una piccola nota di servizio, o forse no. Questa sera ho deciso di non prevedere un secondo piatto. Non per assenza di idee – quelle, per fortuna, non mancano –
ma perché tra antipasto e primo sentivo che c’era già tutto il necessario. E poi perché, tra le geometrie del centro storico e la vita quotidiana, c’è sempre un vuoto, qualcosa che manca. Quasi a voler alleggerire la tavola, così come si vorrebbe alleggerire il quartiere, passo direttamente al mio consueto sorbetto. Quello che aiuta la digestione, anche dei temi più ostici. E mentre il ghiaccio si scioglie, riprendo il discorso con il mio ospite, guardando giù verso la strada.

I cantieri che vediamo oggi daranno una nuova veste alle nostre strade. In che modo la progettazione architettonica può restituire potere decisionale ai residenti, garantendo che il centro rimanga un quartiere pratico e non solo uno scenario fotografico?

Le esigenze dell’uomo contemporaneo sono profondamente diverse da quelle delle comunità che hanno costruito i centri storici, e questo dato non può essere ignorato nella progettazione urbana. Tuttavia, proprio per questo, il tema non è “adattare” il centro storico, ma progettare in modo consapevole ciò che lo circonda e lo sostiene.

Il potere decisionale dei residenti si recupera innanzitutto attraverso una pianificazione urbana che distingua chiaramente le funzioni: al centro storico si riconosce un valore identitario e culturale, mentre alle aree esterne si affidano le funzioni più dinamiche della città contemporanea. In questo modo si evita di forzare il nucleo storico verso usi che non gli appartengono più.

La progettazione architettonica e urbanistica diventa quindi uno strumento di equilibrio: pedonalizzazioni, regolazione dei flussi e collocazione dei servizi nelle zone di bordo non sono limitazioni, ma modalità per restituire vivibilità ai residenti e proteggere il patrimonio.

In questa prospettiva, il centro storico rischia di diventare una scenografia solo quando perde la sua funzione quotidiana. Quando invece viene alleggerito dalla pressione del traffico e delle funzioni improprie, torna a essere uno spazio vissuto, in cui la dimensione storica e quella abitativa possono convivere”.

Ascoltando Gianmarco, mi resta addosso una riflessione che va oltre la teoria urbanistica. È evidente che la riqualificazione degli spazi sia necessaria, così come è giusto intervenire sul manto stradale e sulle infrastrutture. Eppure, vivendo quotidianamente il centro storico, si percepisce quanto questi interventi possano incidere in modo molto concreto sulla vita dei residenti. I cantieri, le impalcature, la riduzione dei parcheggi e il rumore continuo trasformano per mesi la quotidianità di chi abita questi luoghi. Forse il punto centrale è proprio questo: trovare un equilibrio reale tra la necessità di rinnovare la città e quella di non rendere il centro storico un luogo sempre più complesso da vivere per chi lo abita ogni giorno.

A questo punto, il discorso si scioglie lentamente, come accade sempre a tavola quando le parole lasciano spazio ai gesti. E per chiudere, niente effetti speciali. Il dessert è un gelato ai fichi, adagiato nella coppa di mia nonna, passato attraverso le mani di generazioni di donne della mia famiglia. È un dolce morbido, pieno, con quella dolcezza che non ha bisogno di esagerare per farsi notare. Sa di estate, di attese lente, di cose che maturano al loro tempo. L’ho scelto perché ci sono sapori che non devono adattarsi per essere apprezzati. Un po’ come certi luoghi: non chiedono di essere trasformati, ma solo riconosciuti.

Un centro storico è un insieme di memoria e vita quotidiana che non chiede di essere trasformato, ma riconosciuto. Se dovessi indicare un elemento non materiale – un’abitudine, un simbolo o un pezzo di vita quotidiana – che la progettazione urbana futura deve proteggere a tutti i costi per non far perdere l’anima a questo quartiere, quale sarebbe?

Se dovessi individuare un elemento immateriale da proteggere a tutti i costi, indicherei senza dubbio l’identità culturale del centro storico. Nelle risposte precedenti ho evidenziato come sia sempre più difficile adattare integralmente il centro storico alle esigenze dell’uomo contemporaneo. La sua conformazione urbana, la struttura degli spazi e la sua stessa natura storica lo rendono profondamente diverso dai quartieri moderni. Per questo motivo ritengo ancora più importante preservare ciò che ne costituisce l’anima.

Naturalmente, la tutela delle attività artigianali storiche rappresenta un elemento fondamentale, perché esse costituiscono una testimonianza concreta di saperi e tradizioni da trasmettere alle generazioni future. Tuttavia, il valore più importante da conservare è l’identità culturale complessiva del luogo.

Questo non significa contrapporre residenti e visitatori, né assumere un atteggiamento di chiusura verso il turismo. Al contrario, il centro storico deve continuare ad accogliere chi lo visita. Tuttavia, chi entra nel centro storico di Lecce dovrebbe percepire chiaramente di trovarsi in una città con una storia millenaria, con una propria cultura e con caratteristiche che la rendono unica e riconoscibile.

Il rischio, infatti, è che la ricerca del consenso immediato del visitatore porti progressivamente a snaturare il luogo, sostituendo attività, prodotti e servizi legati alla cultura locale con offerte completamente estranee alla sua identità. Non credo che questo fenomeno possa essere contrastato esclusivamente attraverso norme e divieti. Credo invece che sia necessario un percorso di valorizzazione e di sensibilizzazione che coinvolga operatori economici, commercianti e cittadini, affinché comprendano il valore culturale del contesto in cui operano.

Sarebbe auspicabile che le attività presenti nel centro storico trovassero nella cultura e nelle tradizioni locali un elemento distintivo da valorizzare, piuttosto che rinunciare alla propria identità per inseguire modelli standardizzati che potrebbero trovarsi in qualsiasi altra città.

In questo senso, ciò che vorrei proteggere non è soltanto un insieme di edifici o di attività economiche, ma l’identità culturale stessa del centro storico: quel patrimonio di memoria, tradizioni, usi, relazioni e significati che consente a Lecce di essere riconoscibile come Lecce e non come un luogo qualsiasi.

Dobbiamo inoltre essere consapevoli che il centro storico si è evoluto e continuerà a evolversi. Oggi rappresenta un luogo di interesse non solo per i visitatori esterni, ma anche per gli stessi cittadini, che spesso lo riscoprono come visitatori della propria città. Proprio per questo la tutela dell’identità culturale assume un ruolo fondamentale: permette di mantenere vivo il legame con una memoria collettiva che, con il passare del tempo e l’evoluzione della società, rischierebbe altrimenti di andare perduta.

Le parole del giovane architetto sembrano chiudere il cerchio della nostra conversazione, lasciando sul tavolo una riflessione che va oltre i singoli temi affrontati. Poi la serata si scioglie nei gesti finali: la tavola si svuota lentamente, le parole si fanno più leggere.

Gianmarco si è rivelato una compagnia piacevole, vivace ed entusiasta. In ogni sua risposta è emersa con chiarezza la sua passione per il restauro e il desiderio di lasciare un segno nel mondo dell’architettura.

E non resta che augurargli che sia proprio così.

Mentre riaccompagno il mio ospite alla porta, il rumore sordo dei passi sulla passerella in legno, che traccia il percorso obbligato tra gli scavi, mi riporta bruscamente al presente. È un suono cavo, che rimbomba tra i vicoli e segnala dove camminare per non cadere, per non farsi male in questa città sospesa. Le luci della sera si riflettono sui basoli nuovi, ancora lucidi di quella polvere che non va via mai del tutto. Forse la sfida non è scegliere tra la città dei residenti e quella dei turisti, ma capire che l’una non può sopravvivere senza l’altra. Una città senza ospiti è un soliloquio, ma una città senza abitanti è un guscio vuoto. Ci auguriamo che, una volta smontate le passerelle e rimosse le transenne, quello che resterà non sarà solo una strada più bella da fotografare, ma un luogo dove sia ancora possibile, semplicemente, restare.

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( 7 – continua )

Category: Costume e società, Cultura

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