INDOVINA CHI VIENE A CENA? / DAL BANGLADESH AL SALENTO: “E’ tutto diverso…Ma ora mi sento a casa qui”

di Emanuela Boccassini ______________
La storia dell’uomo è, in fondo, una storia di migrazioni.
Si parte e si porta sempre qualcosa con sé: abitudini, gesti, ricordi.
E spesso è proprio attraverso il cibo che queste tracce diventano riconoscibili.
La cucina, più di altre forme culturali, conserva ciò che si lascia indietro: lo trasforma, lo adatta, ma non lo cancella. In una ricetta si ritrovano lingue, territori, famiglie, passaggi di mano e di tempo.
È pensando a questo intreccio tra spostamenti e identità che ho immaginato questa cena.
Non come una rappresentazione, ma come un modo per osservare ciò che accade quando una cultura ne incontra un’altra.
E forse anche per ricordare che, in tempi diversi della nostra storia, siamo stati tutti, in qualche forma, migranti.
Prima dell’arrivo dell’ospite preparo la tavola sulla terrazza.
La tovaglia, in tessuto grezzo color terra, stesa sul legno, lascia intuire la materia sottostante, come se non volesse coprire ciò che c’è sotto. I sottopiatti geometrici sudafricani introducono un unico segno più forte, un ritmo visivo che attraversa la tavola senza dominarla. Sopra piatti bianchi, semplici e puliti, alleggeriscono l’insieme e fanno da spazio neutro, più che da superficie. I bicchieri in vetro trasparente raccolgono la luce, lasciandola passare. Le posate in acciaio nero opaco accompagnano la composizione con discrezione, presenti ma non invasive, come un gesto naturale più che un elemento decorativo.
Al centro, un ramo d’ulivo attraversa la composizione come una linea continua, discreta, più vicina a un gesto che a un ornamento.
La luce è affidata a lanterne traforate in stile marocchino, appese e adagiate nella struttura della terrazza: accese, proiettano ombre morbide e mobili sul tessuto, come un disegno che cambia a ogni movimento dell’aria.
Non c’è nulla che voglia spiegare o rappresentare troppo.
Solo elementi che condividono lo stesso spazio, senza cancellarsi a vicenda.
Quando mi fermo a guardare l’insieme, la sensazione non è quella di una tavola “costruita”, ma di qualcosa che ha trovato da sé un equilibrio temporaneo.
Le melodie di Anouar Brahem accompagneranno la serata con un andamento lento, fatto di respiri, silenzi e legni che sembrano venire da lontano.
Rimango qualche istante a osservare la tavola.
Le luci, la musica, gli oggetti sembrano dialogare tra loro con naturalezza.
Poi il citofono annuncia l’arrivo dell’ospite.

Questa sera ad accomodarsi a tavola con me è Sumaia.
Ha ventiquattro anni, lavora come cameriera ed è nata in Bangladesh, ma è cresciuta in Italia fin dagli anni della scuola media.
La prima cosa che colpisce di lei non è ciò che racconta, ma il modo in cui lo racconta. Parla con una calma rara, senza alzare mai la voce e senza cercare di convincere nessuno. Ha due occhi profondi e gentili che sembrano osservare il mondo con attenzione, prima ancora di giudicare. Sorride spesso e il suo sorriso ha qualcosa di immediato e sincero che mette a proprio agio.
Accompagno Sumaia verso la tavola e prendiamo posto mentre le note di Anouar Brahem continuano a scorrere leggere nell’aria.
Durante la serata riceve una telefonata. Prima di rispondere mi chiede con gentilezza se può farlo. È un gesto semplice, che racconta molto del suo modo di stare con gli altri. Quando inizia a parlare, mi accorgo presto che non segue sempre le domande che le rivolgo. O forse sarebbe più corretto dire che segue qualcosa di più importante. Ogni risposta, infatti, sembra riportarla verso gli stessi temi: la famiglia, la figlia, il desiderio di costruire il proprio futuro e la ricerca di uno spazio in cui poter essere se stessa.
Così, poco alla volta, smetto di inseguire le domande che avevo preparato e lascio che sia il racconto a trovare la propria strada.
Porto in tavola dei fagottini di pasta brick ripieni di ratatouille, accompagnati da un tè freddo speziato all’ibisco. È un piatto che nasce dall’incontro. La pasta brick attraversa il Mediterraneo da secoli, cambiando forme e ripieni senza perdere la propria essenza. Anche la ratatouille racconta una storia di contaminazioni, ingredienti diversi che trovano un equilibrio comune senza rinunciare alla propria identità. Forse è proprio questo che accade quando culture differenti si incontrano: non si annullano, ma imparano a convivere.
Mentre la conversazione prende lentamente forma, rivolgo alla mia deliziosa ospite la prima e unica vera domanda.
Quando pensi alla tua vita tra Bangladesh e Italia, qual è la differenza più grande che senti sulla tua pelle?
“È tutto diverso: la cultura, le persone. Io sto meglio qui in Italia, anche perché ho frequentato le scuole qui fin dalle medie. I miei genitori vivono in Italia da più di trent’anni e io sono cresciuta con la cultura italiana. Mi sento abituata a questo Paese, mi sento a casa qui.
Anche per quanto riguarda la cucina ci sono tante differenze. Mi piacciono sia i piatti italiani sia quelli del Bangladesh. Nel mio Paese si usano molte spezie e molto olio, mentre qui si mangia in modo diverso, anche più leggero. Per esempio, le verdure si mangiano spesso lesse, una cosa che da noi non succede quasi mai.
Ma la differenza più grande non riguarda il cibo.
Una cosa che non mi piace è che i miei genitori vogliono che io stia sempre molto in casa. Mi dicono di non frequentare certe persone perché potrei imparare comportamenti che loro non approvano. Anche con mia figlia succede: mi consigliano di crescerla come hanno cresciuto me.
Io però non sono d’accordo.
Sono cresciuta in Italia e penso che qui le cose siano diverse“.
Mentre le chiedo come si gestisce il peso di un’eredità così forte quando si cresce in un mondo completamente diverso, porto in tavola il primo. Un cous cous profumato, bagnato con un brodo vegetale leggero aromatizzato alla cannella e al coriandolo. I ceci neri, cotti lentamente, donano profondità e consistenza; i pinoli tostati aggiungono una nota croccante, mentre gli agrumi e la menta legano tra loro profumi che arrivano da tradizioni diverse.
Pochi piatti raccontano la storia dei passaggi generazionali quanto il cous cous. È un piatto che richiede cura, in cui i granelli si aggregano per assorbire un brodo nuovo, pur rimanendo distinti. Forse anche i figli di chi si sposta compiono un percorso simile: sono fatti della materia dei genitori, ma assorbono il sapore del luogo in cui nascono, cercando un compromesso tra la fedeltà alle radici e il bisogno di respirare un’aria nuova. Guardo Sumaia e le chiedo come i suoi genitori vedono questo suo spazio italiano.
“Loro sono cresciuti in Bangladesh e pensano che una bambina debba essere educata esattamente come sono stati educati loro. Ma mia figlia è nata qui. Io voglio che impari a vivere in questa società. Credo che ci debbano essere delle regole, certo. Anch’io sono stata cresciuta con delle regole. Però non voglio che viva chiusa. Io non ho mai potuto fare tante cose che facevano le mie amiche. Non sono mai andata in discoteca, per esempio. Ho sempre sentito di avere una vita diversa rispetto alle ragazze che mi circondavano. Ancora oggi sento di non poter fare sempre quello che vorrei. Ci tengo molto ai miei genitori e non penso di poterli lasciare, anche se alcune amiche mi dicono che dovrei andare a vivere da sola con mia figlia“.
La conversazione prosegue e, quasi senza accorgercene, arriva il secondo piatto.
Gli involtini di manzo racchiudono al loro interno verza, provola affumicata e paprika dolce. Mi sono sembrati il simbolo perfetto di questa serata. In fondo ogni involtino custodisce qualcosa al proprio interno senza nasconderlo. Lo protegge, lo accompagna, gli permette di attraversare una trasformazione mantenendo intatta la propria natura.
Anche chi lascia il proprio Paese porta con sé una lingua, una memoria. Alcune cose cambiano. Altre restano. E forse il difficile è trovare il modo di custodire la propria storia senza lasciare che diventi una gabbia, ma usandola come base per costruire la propria autonomia. Il tono a tavola si fa più denso, i sapori si fanno più decisi e complessi. Mentre assaporiamo il piatto, guardo questa giovane madre e le chiedo, in questo equilibrio così sottile, per lei che è cresciuta qui, cosa dà davvero il senso della libertà.
“Qui ci sono più possibilità. Le donne possono lavorare, essere indipendenti, organizzare la propria vita. Ci sono servizi che aiutano le famiglie e le madri. Quando parlo di libertà non intendo solo uscire la sera. Intendo la possibilità di scegliere. Nel mio Paese, invece, vedo spesso che è l’uomo a portare avanti tutta la famiglia. Qui le responsabilità sono condivise. Io sono cresciuta con regole diverse. Anche nella mia vita quotidiana ci sono cose che non posso fare liberamente come altre ragazze”.
Mi racconta anche un’altra cosa che riguarda il modo in cui si sente guardata, nei due mondi che attraversa. Quando torna nel suo Paese e indossa abiti europei, dice di percepire uno sguardo giudicante, come se quel modo di vestirsi la allontanasse da ciò che gli altri si aspettano da lei.
Qui, invece, quando indossa il saree, avverte occhi puntati addosso, come se in quell’abito venisse immediatamente identificata come “altro” rispetto al contesto in cui vive.
Per questo, nella quotidianità, preferisce vestirsi all’europea: non per rinunciare alle proprie origini, ma per sentirsi più inclusa, meno esposta, più semplicemente parte del luogo in cui vive.
Le domando se abbia un sogno che vorrebbe realizzare.
“Mi piace disegnare. Mi piace cucinare. Mi piacerebbe anche diventare make-up artist. Però adesso sono mamma e devo lavorare. Ci sono corsi che mi interesserebbero, ma costano troppo. Con il mio stipendio devo pensare alla casa e a mia figlia. Per ora non posso permettermeli“.
Poi la cena rallenta naturalmente.
Arriva il sorbetto. È il momento della pausa, quello in cui le parole smettono di rincorrersi e trovano il tempo di sedimentare. Le domande e le risposte della serata sembrano disporsi con maggiore chiarezza, come quando l’acqua, dopo essere stata agitata, torna lentamente trasparente.
Non c’è fretta di riprendere la conversazione.
Solo qualche istante di quiete.
Quando il dolce arriva in tavola, la serata ha ormai assunto un ritmo diverso.
La Muhallabia, profumata all’acqua di rose e arricchita da pistacchi, è uno dei dolci più diffusi del Mediterraneo orientale e del mondo arabo. Il budino delicato e accogliente, viene spesso offerto agli ospiti come gesto di benvenuto. Mi piace pensare che non esista conclusione migliore per una cena dedicata all’incontro tra culture.
Perché, in fondo, l’ospitalità è una lingua che ogni popolo conosce.
Mi racconta che il padre della bambina vive ancora in Bangladesh e che sta preparando i documenti per permettergli di raggiungerla in Italia.
Poi torna a parlare della figlia.
“Io credo di essere una brava mamma perché la capisco. Non voglio fare con lei quello che è stato fatto con me. Voglio che possa fare e realizzare ciò che io non ho potuto fare nella mia vita”.
Nel suo racconto la maternità non è solo responsabilità, ma anche uno specchio in cui rileggere la propria storia. Crescendo, dice, ha imparato a cambiare.
“Prima ero molto timida. Oggi me la cavo da sola. In Bangladesh, se avessi bisogno di qualcosa, dovrei chiedere aiuto agli altri. Qui invece sono indipendente. Secondo me è anche una questione culturale. In Italia mi sento libera e autonoma. In Bangladesh le donne non possono sempre fare tutto quello che vogliono, esiste un modello di vita più rigido per le donne”.
Infine le chiedo se pensa mai di tornare a vivere nel suo Paese d’origine.
Scuote la testa.
“No. Mi piace stare qui. Questa è casa mia. Mi sento italiana e non voglio tornare a vivere in Bangladesh”.
Lo dice con semplicità, senza esitazioni.
E mentre parla della sua vita, del lavoro, della figlia e dei sogni che ancora custodisce, affiora il ritratto di una giovane donna, con la testa sulle spalle, che sa cosa vuole e che cerca ogni giorno di costruire il proprio futuro senza rinunciare alle persone che ama, ma senza rinunciare a se stessa.
Racconta di essere diventata più indipendente, ma l’indipendenza non coincide con l’assenza di timori. Quando rientra tardi dal lavoro continua a muoversi con prudenza. Evita le strade poco illuminate, preferisce i luoghi dove c’è ancora movimento e presenza di persone. È un’attenzione che molte donne conoscono bene, indipendentemente dal luogo in cui sono nate.
Sulla tavola restano soltanto i segni discreti del passaggio delle portate e delle parole. Sumaia viene da un altrove lontano, bagnato da altri oceani, eppure la sua storia ha trovato casa qui, a un passo da questo Mediterraneo che da secoli immaginiamo come un confine, ma che per gran parte della storia è stato soprattutto una strada.
Anche questa sera, attraverso i piatti, i racconti e le domande, abbiamo seguito una piccola rotta fatta di partenze e approdi.
E mentre la cena si conclude, resta una consapevolezza semplice.
Le persone si muovono.
Le idee viaggiano.
Le tradizioni si trasformano, proprio come le persone. Ma ciò che ci permette davvero di riconoscerci gli uni negli altri continua a essere lo stesso gesto antico: fermarsi, condividere una tavola e concedersi il tempo di ascoltare una storia diversa dalla propria.
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( 10 – continua )
Category: Costume e società, Cultura

























