LA MORTE IN UN INCIDENTE CON LA MOTO DEL MUSICISTA IRLANDESE GLEN HANSARD PER ME E’ STATA UNO CHOC

di Roberto Molle _______________
Nel 2008 non c’erano ancora Netflix, Prime Video o altre piattaforme low cost legali dove guardare film (c’era Sky, ma bisognava svenarsi per un abbonamento). C’era anche chi, riuscendo ad hackerare il sistema, riusciva a vedere un sacco di film. Non ho mai pensato di usufruire di qualcosa senza pagare il dovuto, ma c’era un amico che non si faceva problemi e riusciva a vedere anche film appena usciti in sala con facilità, senza pagare nulla.
Di tanto in tanto proponeva di passarmene qualcuno e a volte ho accettato (sarà successo quattro, cinque volte); succedeva più che altro con film che avevano a che fare con la musica. Ricordo come fosse ieri (era il settembre del 2008, appunto) l’amico che, con nonchalance, mi porse un DVD dicendo:
«Questo è un film strano, c’è uno che suona con una chitarra scassata. È un film lento, non succede mai niente… non si riesce neanche a capire il finale».
Presi il dischetto incuriosito, più che altro perché le volte che l’amico parlava di film strani, spesso erano degli ottimi film (vedi “Donnie Darko” o “Walk the Line”).
Il film in questione era “Once”, interpretato dal folk singer irlandese Glen Hansard e dalla pianista e cantante ceca Markéta Irglová. Qualche anno fa ho raccontato da queste colonne quello che da quel momento “Once” ha rappresentato e continua a rappresentare per me. Lo avrò visto una cinquantina di volte: la musica, la poesia e la bellezza che lo abitano mi fanno sempre sentire bene, in armonia col mondo, facendomi pensare a Glen Hansard come all’amico che ho sempre voluto, al fratello con cui l’intesa è completa, all’alter ego con tutte le qualità artistiche e umane che ammiro in una persona.
Da “Once” è cominciata una ricerca a ritroso alimentata da un interesse crescente nei confronti del musicista. Un salto spazio-temporale mi ha condotto nel 1991, quando il regista Alan Parker girò uno dei film più belli tra quelli da lui diretti; quel “The Commitments” (trasposizione dell’omonimo romanzo di Roddy Doyle) che permetteva uno sguardo romantico e disincantato sulle periferie di Dublino, la città con i “musicisti più neri d’Irlanda”.
Nel film Glen Hansard è Outspan Foster, uno dei musicisti dei Commitments (la soul band che Jimmy Rabbitte voleva lanciare). Non è ancora il guy carismatico di “Once”, ma da quella prima prova di recitazione traspaiono già semplicità e bontà d’animo, qualità preziose che gli sono sempre appartenute.
Già in quel periodo Glen fonda la band dei Frames, insieme a musicisti amici che lo seguiranno anche nelle sue avventure da solista anni dopo. Sette album tra il 1991 e il 2015, giocati tra folk delle radici, rock e un songwriting che lo porterà ai vertici della scena internazionale. In particolare “Fitzcarraldo” e “The Cost” sono album per me sacri, il punto più alto dell’avventura dei Frames.
“Falling Slowly” è il brano (contenuto in “The Cost” e ripreso nella colonna sonora di “Once”), cantato insieme a Markéta Irglová, che nel 2008 frutterà un Oscar per la migliore canzone originale.
Nello stesso periodo, insieme a Markéta, forma gli Swell Season, un duo che nell’arco di circa vent’anni produrrà quattro album stupendi, l’ultimo (“Forward”) uscito lo scorso anno.
Poi una carriera solistica, intrapresa nel 2012, porta Glen alla pubblicazione di altri cinque album che confermano la solidità di un musicista che, iniziando a suonare sulla strada, non ha mai preso le distanze da quella dimensione da busker che lo ha portato a vivere mille avventure artistiche e umane. Nel tempo, tanti concerti in tutto il mondo (l’inverno scorso, insieme a Markéta come Swell Season, hanno tenuto diversi concerti in un tour che ha toccato gli Stati Uniti), collaborazioni e incursioni sui palchi di tanti musicisti amici; negli ultimi anni spesso è stato in concerto con Eddie Vedder (dei Pearl Jam), insieme al quale e alla figlia Olivia (di Eddie) ha realizzato l’album “Flag Day”, colonna sonora dell’omonimo film di Sean Penn.
L’uomo Glen Hansard, inscindibile dall’artista, ha un cuore immenso.
Impegnato nel sociale da sempre, si è spesso battuto per i senzatetto, arrivando anche a occupare alloggi disabitati per rivendicare il diritto di tutti ad avere un tetto. La semplicità e l’umiltà del suo essere hanno incantato chiunque: le persone che lo hanno incrociato, anche per soli cinque minuti, ne sono rimaste affascinate e toccate fino ad arrivare a nutrire nei suoi confronti un senso di stima e di amicizia sincera.
Un paio di anni fa, in occasione di un suo concerto al Teatro Petruzzelli di Bari, ho avuto modo di conoscerlo e scambiare quattro chiacchiere durante un suo giro solitario per la città. Il piacere di conversare con una persona affabile, curiosa e brillante, per un attimo mi ha fatto dimenticare di avere di fronte una rockstar e gli ho offerto qualcosa al bar; dopo un po’ era già tempo di soundcheck e ci siamo salutati. Di lì a poco, in platea, ho assistito a uno dei concerti più belli e intensi tra quelli a cui negli anni ho assistito.
Il 29 luglio scorso, di prima mattina, un amico mi gira il link di un articolo di un giornale irlandese. Sulle prime non capisco: c’è la foto di Glen, si parla del premio Oscar, poi la notizia. Glen Hansard è morto intorno alle 4.30 del mattino in seguito a un incidente stradale. Aveva passato la serata al Wren’s Nest, un pub lungo il fiume Liffey, nei boschi di Dublino, dove c’era in programma una serata di musica tradizionale. Poi era salito sulla sua moto per tornare a casa e ha avuto un incidente a un paio di chilometri di distanza.
È stato uno choc, non volevo credere a quella maledetta notizia, e con me migliaia di persone. I social hanno cominciato a vomitare decine di post da ogni parte del mondo, testimoniando e confermando tutto quello che già pensavo di Glen: attestati di stima, video con parole strozzate dalla commozione, musicisti uniti spontaneamente dentro jam session improvvisate nelle strade e nelle piazze, con i versi di “Falling Slowly” che si levavano al cielo, corali… e tanto, troppo sgomento. Glen aveva 56 anni, lascia una moglie (la poetessa finlandese Maire Saaritsa) e un bimbo di appena tre anni, Christy.
La camera ardente, disposta per il 3 agosto, è stata allestita nella Baroque Chapel dell’Irish Museum of Modern Art, dove la bara di vimini di Glen era stata posta tra decorazioni vegetali e due delle sue chitarre. Una fila composta e interminabile di persone ha reso omaggio al cantautore irlandese per l’ultima volta; fuori, ancora chitarre e voci a intonare le sue canzoni.
Due anni fa, al funerale di Shane MacGowan, nella chiesa di San Patrizio a Dublino, insieme ad altri musicisti c’era anche Glen a rendere omaggio al cantante dei Pogues: eseguì una toccante versione di “Fairytale of New York”, accompagnato dall’amica Lisa O’Neill e da musicisti storici della scena tradizionale irlandese. In quell’occasione fu quasi una festa: Shane era malato da tempo e, in qualche modo, si era preparati al peggio; poi Shane era naturalmente capace di trasformare tutto in allegria e baldoria. Ma ieri, 4 agosto, data del funerale di Glen, l’atmosfera era ben diversa.
La cerimonia, trasmessa in diretta da RTÉ News sul proprio canale YouTube, ha permesso di assistere per circa due ore a qualcosa che in tanti non avremmo mai voluto vedere. Sembrava di rivivere la stessa scena: l’interno della splendida chiesa gotica, la bara, i musicisti, la gente. Ma qualcosa era profondamente diverso: questa volta, al posto di Shane, c’era Glen. Il pubblico in chiesa, quello fuori che restava a guardare sul grande schermo allestito per l’occasione, chi da casa: tutti attraversati da un dolore immenso, trasversale, segnato da un sentire comune nei confronti di un artista che, con le sue canzoni, è riuscito a creare ponti tra persone di diversa nazionalità e a trasmettere un’idea di solidarietà e mutuo aiuto nei confronti degli ultimi che resterà per sempre in chi ama e amerà la sua musica.
Sono stati in tanti a rendere omaggio a Glen Hansard. A iniziare da Eddie Vedder, accompagnato da alcuni musicisti dei Frames e dalla voce di Markéta Irglová, che ha interpretato una toccante versione di “The Song of Good Hope” (dal primo album di Glen, “Rhythm and Repose”). Lisa O’Neill, visibilmente provata, ha cantato “Acasey” (un traditional irlandese); Damien Dempsey ha toccato i cuori con una versione tesa e travolgente di “The Rocky Road to Dublin”; Bono Vox (sinceramente deludente) ha letto stralci di “Beautiful Day” e ha fatto ascoltare dal suo smartphone la voce di Patti Smith che leggeva una ninna nanna scritta per Glen. La moglie Maire, tra le lacrime, ha ringraziato tutti (in particolare la famiglia di Glen) e ha letto una poesia; il fratello Richard ha pronunciato un accorato discorso e l’altro fratello Gary, ha cantato una canzone. Poi altri amici che tornano confusamente in testa: Lisa Hannigan, The Edge, gli attori Steve Coogan e Chris O’Dowd e altri. Nel finale tutti si sono stretti in una versione corale di “Forever Young” di Dylan, intonata da Liam Ó Maonlaí.
Ora bisogna andare avanti. Non sarà facile per i fan di Glen Hansard, tanto meno per i suoi amici e la sua famiglia. Ieri ho ascoltato un po’ di sue canzoni e per un attimo il pensiero della sua scomparsa è svanito; per un po’ sono stato bene. Poi il magone è tornato mentre guardavo il video integrale del suo ultimo concerto, tenuto in una città della Repubblica Ceca: lui era lì, come al solito, cantando, sudando, coinvolgendo il pubblico… Soprattutto, regalando la sua musica nella speranza di un mondo migliore.
Category: Costume e società, Cultura



























R.I.P. Glen.