IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / LA SIRINGA DI VETRO: QUANDO QUEL TINTINNIO FACEVA PAURA

| 9 Agosto 2026 | 1 Comment

di Anna Maria Greco ___________________

Sono quasi certa che molti, leggendo questo racconto, ritroveranno un pezzetto della propria infanzia.

Ricordo quando ero piccola: bastava che la febbre cominciasse a salire e che le mie tonsille ricominciassero a fare i capricci, perché lo sguardo preoccupato della mamma facesse capire a papà che era arrivato il momento di andare a chiamare il dottore.

Io, invece, facevo di tutto per trattenerlo.

Gli parlavo.

Lo seguivo per casa.

Gli facevo domande che non avevano né capo, né coda.

Qualunque cosa, pur di distrarlo.

Dentro di me speravo che, almeno quella volta, si dimenticasse di uscire.

Naturalmente non succedeva mai.

Di lì a poco il campanello di casa suonava.

Sapevo già chi fosse.

Era il dottore.

Appoggiava la bicicletta accanto alla porta d’ingresso.

Sul manubrio era fissato un cestino di metallo, dentro il quale teneva la sua inseparabile borsa di cuoio.

Ogni tanto, approfittando di una sua distrazione, sbirciavo dentro quella borsa.

C’erano lo stetoscopio, le medicine, il ricettario e tanti strumenti di cui allora ignoravo perfino il nome.

Ai miei occhi di bambina, lì dentro c’era davvero di tutto… Tranne un briciolo di empatia o di pietà per me.

«Apri la bocca.»

Il medico guardava la gola, quasi sempre aiutandosi con il manico di un cucchiaio.

Le mie tonsille, grandi come due palle da tennis, parlavano prima ancora di me.

Scriveva la ricetta, la consegnava a papà e mi abbozzava un sorriso che, nella mia fantasia di bambina, sembrava dirmi:

«Adesso tocca a te.»

Poi risaliva sulla sua bicicletta e ripartiva per raggiungere un’altra casa del paese, dove qualcuno lo stava già aspettando.

Per me cominciava il conto alla rovescia.

La sentenza era quasi sempre la stessa.

Sette punture di penicillina.

Non sei.

Non quattro.

Non due.

Sette.

Per una bambina come me erano un’eternità.

Dopo qualche tempo arrivava chi avrebbe praticato l’iniezione.

Molto spesso era la mia amata zia Rita.

Qualche volta una vicina di casa.

Altre volte Gino, un infermiere e amico di papà.

In paese c’erano persone diventate un punto di riferimento.

Avevano imparato a praticare le iniezioni con attenzione, esperienza e un profondo senso di responsabilità.

Bastava mandarle a chiamare e, appena potevano, arrivavano.

Lo facevano con grande generosità e con un autentico spirito di condivisione.

Era un modo semplice e silenzioso di prendersi cura degli altri.

E chi riceveva quell’aiuto trovava sempre un modo altrettanto semplice per dire grazie.

Spesso bastavano un cestino di uova fresche, un pacco di caffè, un po’ di zucchero o gli agrumi raccolti nel proprio giardino.

Non contava il valore del dono.

Contava la riconoscenza.

E mi piace pensare che, ancora oggi, esistano persone capaci della stessa disponibilità.

Noi bambini vedevamo tutto con occhi diversi.

Quante volte ci siamo sentiti dire:

«Fai il bravo… altrimenti chiamo chi fa le punture.»

Oppure:

«Guarda che adesso arriva il dottore.»

Ma, senza volerlo, finivamo per vedere proprio quelle persone venute a curarci come i cattivi della situazione.

Oggi so che non era così.

Arrivavano per aiutarci.

Mai per punirci.

Quando vedevo entrare la zia Rita con il suo meraviglioso sorriso, il mio cuore si divideva in due.

Da una parte ero felice di vederla.

Dall’altra sapevo perfettamente perché fosse venuta.

Tra le mani portava quella piccola cassettina di metallo.

Lucida.

Custodita con una cura quasi affettuosa.

Dentro c’erano due siringhe di vetro, perfettamente trasparenti, e aghi di diverse misure, con quella base dorata che, ai miei occhi, sembrava enorme.

La cassettina veniva riempita d’acqua e sistemata sul fornello, pronta per la sterilizzazione.

Per me quel tempo sembrava infinito.

Poi iniziava quel tintinnio.

Era il vetro che sfiorava il metallo mentre l’acqua bolliva.

Ancora oggi sono convinta che riconoscerei quel suono fra mille altri.

Io, nel frattempo, facevo il tifo per il fornello.

Speravo che non si spegnesse mai e che continuasse a bollire ancora.

Ancora.

La mia fantasia andava perfino oltre.

Speravo che la cassettina scivolasse di mano, cadesse sul pavimento e si rompesse.

Nella mia testa era un piano perfetto.

Niente cassettina.

Niente siringhe.

Niente punture.

Naturalmente non accadeva mai.

La cassettina veniva sollevata dal fornello e appoggiata sul tavolo, dove l’aspettavano già una tovaglietta di cotone bianca, il cotone idrofilo e la bottiglietta di alcol denaturato, di quel caratteristico colore rosa.

Il suo odore intenso invadeva lentamente tutta la casa.

Ancora oggi basta sentirlo per tornare bambina.

Prima di iniziare, la zia Rita si disinfettava accuratamente le mani.

Palmo contro palmo.

Dorso contro dorso.

Negli spazi interdigitali.

Quel gesto si ripeteva prima della preparazione, prima dell’iniezione e ancora dopo aver terminato.

Anche senza conoscere le regole dell’igiene, avevo già capito che, per chi si prendeva cura degli altri, la pulizia e l’attenzione erano una forma di cura e rispetto.

Il momento che temevo più di ogni altro stava per arrivare.

La zia Rita apriva lentamente la cassettina con una calma che, in quel momento, proprio non riuscivo a capire.

Intanto il mio cuore cominciava a battere sempre più forte.

Io, invece, avrei preferito che la richiudesse subito.

Per sempre.

Con delicatezza prendeva tra le mani la siringa di vetro.

Inseriva lentamente lo stantuffo.

Poi osservava gli aghi, uno a uno.

Ed ecco che iniziava un altro momento di autentico terrore.

Mi guardava.

Guardava la siringa.

Mi riguardava.

Sembrava dovesse prendere le misure.

Altezza della bambina.

Farmaco da iniettare.

Misura dell’ago.

Dentro di me speravo sempre che scegliesse quello più piccolo.

Naturalmente, ai miei occhi, erano tutti enormi.

Preparava il farmaco.

Diluiva la penicillina con movimenti lenti e sicuri, poi la aspirava nella siringa.

A quel punto arrivava un gesto che conoscevo fin troppo bene.

Con un leggero colpetto dato con un dito sul vetro faceva salire la piccola bolla d’aria.

Subito dopo spingeva delicatamente lo stantuffo.

Dalla punta dell’ago usciva una piccola goccia.

Era il segnale.

Per me significava soltanto una cosa.

Non c’era più speranza.

E pensare che, nel frattempo, avevo già il cuore in gola.

Le mani sudate.

Le gambe molli.

Lo stomaco chiuso.

Ero convinta di aver già sofferto abbastanza.

Invece…

L’iniezione non era ancora cominciata.

A quel punto iniziava la mia fuga.

Prima dietro una porta.

Poi sotto il tavolo.

Qualche volta persino dentro un armadio.

E quando proprio non volevo arrendermi, scappavo in giardino.

Peccato che quei muri fossero troppo alti per poterli scavalcare.

Io ero convinta di avere escogitato un piano perfetto.

Gli adulti, però, sembravano conoscerlo ancora prima di me.

La mia libertà finiva sempre lì.

E, puntualmente, qualcuno mi riportava indietro.

Intanto fratelli, sorelle e cugini assistevano alla scena.

Qualcuno sorrideva.

Qualcuno tratteneva una risata.

E sono sicura che, dentro di sé, stesse pensando:

«Meno male che oggi tocca a lei.»

Quando finalmente mi prendevano, iniziava la trattativa.

Promettevo qualunque cosa.

Che da quel giorno sarei stata bravissima.

Che non avrei fatto più capricci.

Che avrei preso tutte le medicine senza protestare.

Tentativi disperati.

Non funzionavano mai.

Finivo stesa sulle ginocchia della mamma.

Qualcuno mi teneva ferme le gambe.

Qualcun altro cercava di tranquillizzarmi.

Poi arrivava la frase che mi terrorizzava quasi quanto la puntura.

«Stai ferma… altrimenti si spezza l’ago dentro e dobbiamo andare in ospedale. E lì ti fanno tante altre punture.»

A quel punto diventavo immobile.

Piangevo.

Non mi muovevo più.

La penicillina sembrava non finire mai.

Entrava lentamente.

Così lentamente che, nella mia fantasia, ero convinta lo facessero apposta.

Quando finalmente qualcuno diceva:

«È finita.»

Scoppiavo in un pianto liberatorio.

La mia consolazione aveva sempre lo stesso rifugio.

Le braccia della mamma.

La sera, prima di dormire, arrivava un altro gesto d’amore.

Con un pezzetto di cotone idrofilo stendeva delicatamente un velo di pomata Hirudoid nel punto dell’iniezione.

Lo faceva con una dolcezza infinita.

Quel massaggio leggero aiutava ad alleviare il dolore e a riassorbire il piccolo indurimento che, a volte, la puntura lasciava nel muscolo.

Ma, più di tutto, serviva a farmi sentire protetta.

L’odore inconfondibile dell’Hirudoid mi accompagnava per tutta la notte e, insieme a quel profumo, tornava anche il pensiero che il giorno dopo mi aspettava un’altra puntura.

Ne avevo fatta una in meno, è vero. Ma il conto alla rovescia non era ancora finito.

Gli anni sono passati.

Le siringhe di vetro hanno lasciato il posto a quelle monouso, più sicure e fondamentali per prevenire le infezioni.

Quel tintinnio è scomparso dalle nostre case.

Ma non dalla memoria.

E c’è una cosa che il tempo ha reso ancora più bella.

Quando sono diventata mamma e arrivò il momento di accompagnare i miei figli a fare i vaccini, io non ne ero capace.

La paura delle punture era rimasta quella della bambina.

Così, accanto a me, c’era ancora una volta la mia amata zia Rita.

Questa volta non per fare una puntura a me.

Ma per aiutarmi a trovare il coraggio di essere mamma.

Non sono diventata infermiera.

Forse anche per quel timore, mai del tutto scomparso, di provocare dolore a qualcuno.

La vita, però, mi ha portata comunque a prendermi cura degli altri, diventando operatrice socio-sanitaria.

E se oggi qualcuno deve farmi un’iniezione, succede ancora una cosa curiosa.

Senza nemmeno accorgermene, cerco di bloccare con la mia mano il polso di chi tiene la siringa.

Loro sorridono.

Qualcuno scherza bonariamente con me.

Qualcun altro mi dice, ridendo, che ormai sono una donna.

Io sorrido con loro.

Poi chiudo gli occhi, respiro profondamente… E quella puntura, in fondo, me la piango ancora.

E torno, puntualmente, a essere quella bambina.

Sfido chiunque sia cresciuto con il tintinnio delle siringhe di vetro nell’acqua che bolliva a dire di non aver avuto, almeno una volta, la mia stessa paura.

Perché il tempo ci fa diventare adulti.

Ma certe paure continuano, ostinatamente, a restare bambine.

___________________

( 4 – continua )

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Category: Costume e società, Cultura

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Comments (1)

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  1. Nadia Marcuccio ha detto:

    La siringa di vetro…….faceva paura anche a me,mia zia che mi faceva le punture si chiama Lidia mi rincorreva intorno al tavolo, e poi mi arrendevo.

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