IL PANE DELLA LIBERTÀ AVEVA LA CRUSCA. UN STORIA DI GUERRA ISPIRATA DAL LIBRO DI RICORDI DI PAOLA MATTIOLI “Viera. Un’italiana del ’23” DEDICATO ALLA MADRE

di Cristina Pipoli ________________
16 gennaio 1944.
Trentacinque persone chiuse in una casa. Un pozzo in cantina. Quattro paia di calzini di lana ai piedi. Una ragazza con l’appendicite. Le mine sotto la neve.
E noi oggi abbiamo il coraggio di chiamare tutto questo soltanto <<un ricordo della guerra>>.
No. Non era un ricordo.
Era la vita.
La famiglia di Viera aveva dovuto lasciare la propria casa, occupata dai tedeschi, che vi avevano installato una radio trasmittente. Trovarono rifugio dalla famiglia Mongardi. Trentacinque persone. Non trentaquattro, non trentasei. Trentacinque.
Dormivano su cuccette improvvisate e materassi buttati a terra. Il tetto a volta era una delle poche cose che potessero proteggerli dalle granate.
In cantina c’era un pozzo.
Il pozzo era la loro fonte di vita.
Il cibo, invece, era quasi niente.
Di notte le granate colpivano anche le poche mucche rimaste alla signora Mongardi. E quando una mucca moriva, i tedeschi ne utilizzavano la carne.
Questa è la guerra raccontata da chi la subisce.
Non quella delle cartine geografiche. Non quella delle date imparate a scuola. Non quella delle fotografie in bianco e nero che guardiamo per qualche secondo e poi archiviamo.
La guerra è avere fame.
È avere freddo.
È sapere che una malattia può ucciderti perché non esiste un ospedale raggiungibile.
E infatti arrivarono le febbri, le infezioni, il tifo influenzale, le tonsilliti, i disturbi intestinali.
Poi una ragazza ebbe un’appendicite.
Il medico fu categorico: doveva essere portata in ospedale.
Subito.
Ma dove?
Per arrivarci bisognava attraversare la linea del fiume Soeigava, raggiungere una passerella e superare un tratto pieno di mine.
Era gennaio.
Aveva nevicato.
Il medico propose di trasportare la ragazza con delle lenzuola bianche. Bianche perché fossero riconoscibili.
E per camminare?
Bisognava seguire le orme già presenti sulla neve.
Esattamente quelle.
Non un passo di lato.
Non un passo più avanti.
Le orme lasciate dagli altri, esattamente dagli indiani, erano l’unica garanzia possibile contro le mine.
Viera decise di andare insieme ai genitori.
Prima di uscire, piansero tutti.
La signora Natalia consegnò loro un sacchetto con dello zucchero e alcuni quadretti di cognac.
Non era un regalo.
Era una razione di speranza.
Il padre della ragazza era gravemente ferito. Non poteva accompagnarla. La affidò a Viera e le chiese di fare tutto il possibile.
Poi le disse:
<<Il cielo ti proteggerà.>>
Viera uscì con il cuore che batteva all’impazzata.
16 gennaio 1944.
Alla passerella si tolsero le scarpe e le legarono al collo con i lacci.
Poi camminarono.
Sulla neve.
Sulle orme degli altri.
Sopra le mine.
Superarono la staccionata.
Tutti.
E pensarono che il Signore li avesse protetti.
Poco dopo videro quella che sembrava una salita altissima.
Non era una salita.
Erano carri armati ricoperti di neve.
E c’erano militari vestiti di bianco.
Questa volta non arrivò una granata.
Arrivò una bevanda calda.
Del pane bianco.
Del cioccolato al latte.
La ragazza venne portata all’ospedale di Rimini e successivamente operata a Torre Pedrera.
Viera e gli altri erano stremati.
Passarono i giorni.
Poi, quando ormai si trovavano in un campo profughi, andarono a trovarla.
La ragazza li vide.
E sorrise.
Un sorriso.
Tutto qui.
Ma Viera non lo dimenticò.
Perché quel sorriso le fece capire qualcosa che forse noi, oggi, abbiamo dimenticato.
<<Quel sorriso mi portò a pensare che non bisogna mai disperare e che nella sofferenza, quando è comune a tutti, si trova vera fratellanza perché ognuno di noi dà uno meglio di sé.>>
Poi arriva la parte che dovrebbe farci riflettere.
E forse anche vergognare.
<<Non è vero che siamo cattivi, non è così; nelle vere difficoltà della vita trovi sempre qualcuno che ti porge la mano.>>
Sempre?
Forse no.
Ma abbastanza spesso da permettere a qualcuno di sopravvivere.
La Croce Rossa continuava a distribuire il cibo. Il padre di Viera riuscì a trovare una sistemazione per la famiglia, lontano dalla cantina e dal freddo.
In quella casa c’era una nonna che filava la lana.
Faceva maglie grosse e pesanti.
Non aveva molto.
Eppure dava quello che aveva.
È qui che la storia diventa scomoda.
Perché Viera non si limita a raccontare la guerra.
Giudica il mondo che viene dopo.
<<Forse è nell’agiatezza e nell’opulenza che si annidano sentimenti di egoismo, invidia, indifferenza.>>
Questa frase non appartiene soltanto al 1944.
È una frase che arriva fino a noi.
Forse proprio per questo dà fastidio.
Perché è più facile commuoversi davanti alla fame di settant’anni fa che domandarsi cosa siamo diventati quando la fame non l’abbiamo più conosciuta.
È più facile parlare della solidarietà dei poveri che chiederci perché, quando abbiamo abbastanza, spesso non sappiamo più condividere.
È più facile ricordare i morti che ascoltare ciò che i sopravvissuti ci stanno dicendo.
Incolpare chi non può parlare ma non accusare il vivo che ha sbagliato con prive evidenti, lui che lascia dubbi ed è lì a guardare, e voi tutti non fate nulla. Cercate appigli per non cercare il vero responsabile di atti crudeli.
Viera lo dice senza sconti:
<<Coloro che si trovano in questo stato d’animo non provano più niente né per sé né per gli altri, e allora vi è un’aridità totale ed è peggio della morte stessa.>>
Poi arrivò aprile del 1945.
La Liberazione.
Arrivarono gli americani. Lanciavano gallette e cioccolato.
E finalmente si tornò a mangiare il pane.
Anche quello con la crusca.
Noi oggi forse sorrideremmo davanti a un pane così.
Viera no.
Lei sapeva quanto valeva.
Perché aveva conosciuto il tempo in cui il pane non era un alimento.
Era una speranza.
Questa storia non chiede compassione.
Chiede memoria.
E forse qualcosa di più difficile: chiede di guardarci allo specchio.
Perché Viera non ci sta dicendo che durante la guerra gli uomini erano migliori.
Ci sta dicendo qualcosa di molto più inquietante.
Che quando non hai niente, puoi ancora imparare a dare.
E quando hai tutto, puoi diventare incapace di provare qualcosa.
È questa la parte che dovrebbe disturbare.
Non le mine.
Non la neve.
Non la fame.
Quella è storia.
A disturbare dovrebbe essere la domanda che rimane dopo aver chiuso queste pagine:
quanto di quella solidarietà è rimasto in noi, adesso che non dobbiamo più camminare sulle orme degli altri per non saltare su una mina?
Le orme di chi non è tornato
Viera ha attraversato quella passerella.
Noi oggi conosciamo la sua storia perché lei è sopravvissuta.
Ma davanti a lei, sulla neve, c’erano delle orme.
Qualcuno era passato prima.
Chi?
Quanti?
E dove sono finiti quelli che hanno lasciato quelle impronte?
Forse qualcuno è arrivato dall’altra parte. Forse qualcuno ha calpestato una mina. Forse qualcuno è rimasto sotto quella neve senza che nessuno abbia mai raccontato il suo nome.
Non lo sappiamo.
E questo, forse, è il punto.
Perché della guerra ricordiamo le date, i generali, le battaglie, le liberazioni. Ma molto più raramente ricordiamo l’uomo che ha messo un piede davanti all’altro, senza sapere se il terreno sarebbe esploso.
Viera ricorda anche i soldati indiani feriti, arrivati a Brisighella e destinati agli ospedali.
Chi erano?
Da quale reparto provenivano?
Quanti di loro tornarono a casa?
Quanti morirono in Italia?
Dove sono le loro storie?
E soprattutto: chi ha lasciato quelle impronte sulla neve che permisero a Viera di attraversare la passerella senza morire?
Sono domande alle quali questa testimonianza, da sola, non può rispondere.
Ma forse è proprio questo il compito del giornalismo: non accontentarsi di ciò che è già stato raccontato. Cercare ciò che manca. Andare negli archivi. Cercare nomi. Confrontare testimonianze. Ricostruire i fatti. Dare voce anche a chi non ha più voce.
Io sono una futura giornalista.
E oggi, mentre raccolgo la storia di Viera, non voglio soltanto consegnarla alla memoria.
Voglio porre queste domande.
A chi legge.
A chi conosce quei luoghi.
A chi conserva fotografie, lettere, documenti.
A chi magari ha ascoltato in famiglia una storia simile e non l’ha mai raccontata.
Chi erano quelle persone?
Che fine fecero?
Quanti attraversarono quella passerella e non arrivarono mai dall’altra parte?
Quanti nomi sono rimasti sotto quella neve?
Forse qualcuno, leggendo queste righe, conosce una risposta.
Ed è per questo che questa storia secondo me non finisce qui e non deve finire qui.
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