L’ATTUALITA’ DI PAPA LUCIANI, SPIEGATA DA MONSIGNOR ERMENEGILDO FUSARO

di Cristina Pipoli ______________
C’è un’immagine di Albino Luciani che tutti ricordano: il Papa del sorriso.
Ma fermarsi al sorriso significherebbe non aver compreso fino in fondo Giovanni Paolo I.
Dietro quel volto mite, dietro quella voce flebile e quelle maniere dimesse, c’era un uomo profondamente consapevole della propria missione. Un uomo che aveva conosciuto la sofferenza e la fragilità e che proprio attraverso quelle esperienze aveva imparato a meditare, a guardare l’uomo e, soprattutto, a cercare Dio.
Il sacerdote veneziano Ermenegildo Fusaro (1914-2002, Monsignore veneziano, teologo, considerato protettore degli animali9 nel suo scritto “Un mese di magistero di Papa Giovanni Paolo I“, coglie un aspetto essenziale del pontificato di Luciani: la Verità.
Non una verità costruita dall’uomo, non una verità da modificare secondo le circostanze, ma quella Verità che la Chiesa ha il compito di custodire e annunciare.
Luciani lo disse con parole semplicissime e, nello stesso tempo, fortissime:
‘Le verità sono quelle, sostanzialmente immutabili’.
Èuna frase che permette di leggere tutto il suo brevissimo pontificato.
Giovanni Paolo I non venne a proporre una nuova Verità. Venne a ricordare quella che la Chiesa aveva ricevuto e che egli, come successore di Pietro, aveva il dovere di custodire.
Per questo il suo sorriso non era debolezza.
Era il sorriso di un uomo che aveva trovato nella fede una certezza più grande delle paure del mondo.
Già nel primo mese del suo pontificato Luciani fece capire quale sarebbe stato il tono del suo magistero.
Ai giornalisti raccomandò di preoccuparsi della comunione più ancora che della comunicazione.
Ma che cosa accade quando la comunicazione smette di cercare la verità e diventa strumento di interessi, silenzi e convenienze?
Esistono anche penne nere, nere come il petrolio, capaci di raccontare ciò che conviene e di tacere ciò che disturba.
Agli scienziati rivolse un ammonimento altrettanto preciso: salvaguardare la vita.
E allora una domanda diventa inevitabile: cosa accade quando la scienza viene usata per coprire crimini ambientali o interessi economici illeciti? Chi ha deciso di falsificare la scienza?
Nel suo primo radiomessaggio al mondo individuò una delle grandi tentazioni dell’uomo moderno: quella di sostituirsi a Dio attraverso decisioni autonome che prescindono dalle leggi morali.
Era una diagnosi lucida.
Quando l’uomo pretende di diventare misura assoluta di ogni cosa, la libertà rischia di trasformarsi in arbitrio; la scienza in potere senza responsabilità; il progresso in distruzione.
E allora la domanda riguarda anche il nostro Paese: quanto di quella intuizione ritroviamo oggi nelle regioni italiane che convivono con l’inquinamento, il dissesto ambientale e le ferite lasciate da decenni di sviluppo senza sufficiente responsabilità?
Luciani aveva previsto tutto?
Forse sarebbe eccessivo dirlo. Ma aveva certamente intuito il pericolo: quando il profitto perde il limite della responsabilità, l’uomo rischia di consumare ciò che gli è stato affidato.
Come facevano uomini come Luciani ed Ermenegildo Fusaro a cogliere così lucidamente i pericoli di un modello di sviluppo che avrebbe lasciato ferite tanto profonde?
Non è necessario pensare che conoscessero in anticipo ogni vicenda futura. Bastava osservare ciò che stava accadendo: l’inquinamento, la trasformazione industriale, la fragilità dei territori, la crescita dei grandi interessi energetici e industriali e il rischio che la logica economica prevalesse sulla responsabilità verso l’uomo e il creato.
Ed è qui che bisogna tornare indietro di quattro anni.
Nel Natale del 1974, quando era ancora Patriarca di Venezia, Albino Luciani scrisse una pagina dedicata a Charles Dickens, nella quale affrontava il tema della povertà e delle grandi inquietudini del mondo.
Il testo, riproposto dal Bollettino della Comunità di Felina e pubblicato da Redacon, contiene una frase che oggi appare quasi profetica:
<<Si credeva che i pozzi di petrolio fossero come il pozzo di San Patrizio, senza fondo; improvvisamente ci si accorge che siamo quasi agli sgoccioli.>>
Non è soltanto una riflessione sul petrolio.
Luciani vede dietro quella crisi energetica un mondo che sta diventando sempre più interdipendente, più fragile, più esposto a tensioni e conflitti.
E allora richiama i principi che Dickens aveva caldeggiato, adattandoli al nuovo tempo: amore ai poveri, solidarietà, fiducia in Dio.
Ma c’è un passaggio che sembra contenere in anticipo una parte del suo stesso programma pastorale:
<<Siamo un’unica barca piena di popoli ormai ravvicinati nello spazio e nel costume, ma in un mare molto mosso.>>
Un’unica barca.
Popoli sempre più vicini, ma dentro un mare agitato.
E se quella barca vuole evitare il disastro, Luciani indica una regola semplicissima:
<<Tutti per uno e uno per tutti; insistere su quello che unisce, lasciar perdere quello che divide.>>
È una precisa idea dell’uomo e della società.
Luciani sa che la povertà, l’ingiustizia, la guerra e la competizione esasperata possono trasformare uomini e popoli in avversari.
Per questo parla di solidarietà.
E indica ai cristiani una scelta precisa: ai poveri deve essere data, <<sull’esempio di Cristo, la preferenza sincera e aperta.>>
Ed è sorprendente osservare il filo che unisce il Luciani del 1974 al Giovanni Paolo I del 1978.
Nel 1974 vede i pozzi agli sgoccioli.
Nel 1978 denuncia una società che rischia di portare la morte là dove Dio vuole la vita.
Non sono due discorsi separati.
È la stessa preoccupazione.
Luciani vede un uomo che rischia di consumare tutto: le risorse della Terra, la dignità della persona, il senso della solidarietà, perfino il riferimento a Dio.
E davanti a questo non propone paura.
Propone responsabilità.
La Verità, per Luciani, non è una parola astratta.
Ha conseguenze concrete.
Se la vita è un dono di Dio, deve essere difesa.
Se ogni uomo è figlio di Dio, il povero non può essere scartato.
Se i popoli vivono sulla stessa barca, nessuno può pensare di salvarsi distruggendo l’altro.
A questo proposito, sono particolarmente significative le parole di Novella Castori, socia onoraria dell’Associazione socio-culturale ‘Monsignor Ermenegildo Fusaro’ di Venezia:
<<Oggi, le intuizioni di Albino Luciani risuonano con una forza drammatica e profetica. Da romagnola, non posso non legare il suo richiamo alla responsabilità verso il creato alle ferite ancora aperte della mia terra, colpita dal devastante disastro ambientale dell’alluvione in Romagna del maggio 2023, che mi ha visto profondamente coinvolta. Quell’evento ha mostrato, nella sua forma più brutale, gli effetti dello squilibrio ecologico e della vulnerabilità dei territori di fronte alla logica del possesso e del “prendere tutto”,in nome dello sfruttamento e del dio denaro.>>
Ed ecco allora il significato più profondo del coraggio di dire no.
Luciani è stato ricordato come il Papa buono, il Papa semplice, il Papa sorridente.
Ma proprio perché amava l’uomo, sapeva che qualche volta amare significa dire no.
No alla guerra.
No alla morte.
No alla povertà accettata come una fatalità.
No all’indifferenza.
No alla pretesa dell’uomo di sostituirsi a Dio.
No alla trasformazione della persona in un automa.
No a una Chiesa che rinunci alla propria missione per paura di essere impopolare.
No a un pastore che preferisca il consenso alla fedeltà.
No ai pozzi che inquinano e devastano i territori.
No a un sistema nel quale il denaro possa diventare più importante della vita, della salute, della dignità e della verità.
E soprattutto: no alla menzogna che si traveste da verità.
Perché il punto centrale di tutto il suo magistero rimane proprio questo:
la Verità.
Una Verità che non ha bisogno di urlare.
Una Verità che può essere pronunciata con dolcezza.
Una Verità che non umilia l’uomo, ma lo richiama alla sua dignità.
Una Verità che non distrugge la speranza, ma la fonda.
Forse, allora, dobbiamo guardare diversamente quel sorriso.
Non era il sorriso di chi non vedeva i problemi.
Era il sorriso di chi li vedeva e, nonostante tutto, continuava ad avere fiducia.
Luciani aveva visto la povertà, le divisioni, la guerra e i pericoli di un mondo che consumava le proprie risorse e pretendeva di fare a meno di Dio.
Eppure sorrideva.
I pozzi possono essere agli sgoccioli.
Il mare può essere molto mosso.
La barca può essere piena di popoli impauriti.
Il mondo può essere tentato dalla guerra e dalla divisione.
Ma la risposta di Luciani rimane sorprendentemente semplice:
Verità.
Solidarietà.
Fiducia in Dio.
E, quando necessario, il coraggio di dire no.
Perché il vero sorriso cristiano non nasce dal non vedere il male.
Nasce dal sapere che il male non avrà l’ultima parola.
E forse è proprio questa la grande eredità di Albino Luciani, il Papa del sorriso: averci insegnato che si può essere miti senza essere deboli, misericordiosi senza rinunciare alla Verità, uomini di pace senza avere paura di denunciare la guerra, uomini di Dio senza smettere di guardare con lucidità il mondo.
Ma resta una domanda, forse la più scomoda di tutte:
Cosa accade a chi si scontra con chi vuole fermare e denuncia questo sistema, lasciando delle tracce?

Category: Cultura


























