IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / DI Lu Mamau, DI Lu Carcarulu, DI Nonna Uccia, E DELLE ALTRE INQUIETANTI PRESENZE NELLE NOSTRE PAURE DI BAMBINI

| 25 Ottobre 2026 | 2 Comments

di Anna Maria Greco _________________

Oggi, a pensarci bene, ci voleva un bel coraggio a essere bambini.

Io avevo una casa in cui sentirmi al sicuro, una famiglia che mi voleva bene e nessun motivo particolare per preoccuparmi. Eppure, il mondo intorno a me e agli altri bambini era popolato da creature affamate, presenze invisibili e personaggi pronti a portarci via. Non ne avevamo mai incontrato uno, ma conoscevamo già le loro abitudini, gli orari e perfino i gusti.

Il bello era che non bisognava andare a cercare i guai. Erano gli adulti a raccontarceli.

Bastava essere un po’ vivaci, fare qualche capriccio o non voler mangiare, e qualcuno minacciava:

«Mo chiamu lu Mamau!»

A sentirlo, mi fermavo.

Si raccontava che fosse un uomo gigantesco, dalla voce cavernosa e sempre affamato. Mangiava le persone, ma preferiva i bambini, perché erano più teneri e morbidi.

Una notizia poco incoraggiante per chi, come noi, era ancora abbastanza piccolo da rientrare nel suo menù.

Nessuno sembrava averlo incontrato, eppure tutti sapevano come farlo arrivare. Qualche volta qualcuno annunciava la sua presenza e, guarda caso, proprio allora si sentiva bussare alla porta, suonare il campanello o battere con forza dietro una finestra. Noi cercavamo immediatamente riparo, mentre gli adulti si scambiavano occhiate divertite.

La puntualità di lu Mamau era impressionante.

Quando non riuscivo a prendere sonno, poi, qualcuno trovava il modo di avvertirmi:

«Ene lu Mamau e ti ni porta.»

E lì cominciava il dramma.

Già non riuscivo a dormire. Adesso dovevo riuscirci immediatamente, prima che arrivasse lui. Chiudevo gli occhi, contavo fino a dieci, poi fino a venti, poi a trenta. Quando i numeri non bastavano, arrivavano le pecorelle, una dietro l’altra, tutte impegnate a saltare una staccionata.

Ma il sonno non arrivava e quelle povere bestiole continuavano a saltare davanti ai miei occhi spalancati.

Neppure in chiesa si poteva stare tranquilli.

Durante la messa cercavo di seguire quello che succedeva intorno a me, ma dopo un po’ le gambe cominciavano a muoversi da sole. Mi sistemavo sulla panca, mi giravo, cambiavo posizione. Era impossibile restare immobile per tutto quel tempo.

Qualche persona adulta si voltava a guardarmi con un’espressione così severa che mi fermavo all’istante. C’era chi aggrottava le sopracciglia, chi faceva una smorfia di disapprovazione e chi, con un gesto della mano, mi indicava il cielo, come a ricordarmi che Gesù mi stava osservando.

«Fai la brava, che Gesù vede tutto, sente tutto e sa tutto.»

Io tornavo composta, almeno per qualche minuto. Ma intanto mi chiedevo come fosse possibile che Gesù, con tutte le cose importanti di cui doveva occuparsi, trovasse anche il tempo di controllare se muovevo i piedi sotto la panca.

Fuori, per strada, le cose non miglioravano.

Un anziano con il bastone, quando ci vedeva saltellare, si divertiva a chiamarci con aria minacciosa:

«Vieni qua! Vieni, vieni qua!»

Noi scappavamo e lui, soddisfatto dello spavento che ci aveva procurato, se la rideva.

Ci voleva coraggio, e anche un cuore resistente, per essere bambini. Quando la paura lo faceva battere all’impazzata, le gambe cominciavano a correre e non si capiva più chi avesse fretta di arrivare per primo: i piedi o il cuore. Di solito, a precederli entrambi, era un urlo.

Persino gli ospiti avevano una curiosa abitudine. Dopo aver trascorso qualche ora a casa nostra, quando erano già sulla porta per andare via, si voltavano verso noi bambini e, come ultimo saluto, aggiungevano:

«Mi raccomando, fate i bravi, sennò viene l’uomo nero!»

Poi se ne andavano tranquillamente.

A loro rimaneva il piacere della visita. A noi, quello di immaginare l’uomo nero dietro ogni angolo.

D’estate, nelle serate trascorse in compagnia, e d’inverno, raccolti intorno al braciere, gli anziani raccontavano storie che sembravano non finire mai. Noi bambini ci avvicinavamo, incuriositi, e ascoltavamo con gli occhi spalancati. Più diventavano spaventose, più volevamo conoscere il seguito.

Nelle campagne, per esempio, si aggirava Nanni Orcu, pronto a catturare i ragazzini che si allontanavano troppo in bicicletta, arrostirli e mangiarli. Una pedalata poteva così trasformarsi in un’avventura dalla quale era meglio tornare prima del tramonto.

Ma la creatura che più di tutte riusciva a toglierci il sonno era lu Carcaluru.

Era un omino piccolo, un folletto che, secondo la leggenda, si muoveva indisturbato durante la notte. Nelle masserie intrecciava le criniere e le code dei cavalli; nelle case, invece, si posava sul petto delle persone addormentate, diventando così pesante da impedir loro di muoversi, parlare e respirare.

Gli adulti raccontavano perfino di persone che avevano vissuto quell’esperienza, svegliandosi paralizzate e incapaci di chiamare aiuto. Lo dicevano con tale convinzione che quelle storie ci sembravano vere.

Dopo averle ascoltate, andare a letto diventava un’impresa. Bisognava addormentarsi per non far arrivare lu Mamau, ma addormentarsi significava esporsi alla visita del Carcaluru.

La mattina dopo ci alzavamo con gli occhi pesanti, ancora storditi dalle paure della sera precedente.

Gli adulti, invece, avevano riposato benissimo.

C’erano poi le anime dei morti. Quando moriva qualcuno nel vicinato o in famiglia, si raccontava che a mezzanotte andassero a fargli visita. Il pensiero di quelle presenze invisibili, in cammino mentre tutti dormivano, bastava a rendere inquietante anche il più piccolo rumore.

Un giorno scoprii che le anime non aspettavano necessariamente la mezzanotte.

Una zia anziana stava per gettare via dell’acqua bollente quando la sentii esclamare:

«Scansatipe anime!»

Le chiesi perché lo dicesse. Mi rispose, con assoluta naturalezza, che le anime erano intorno a noi e che bisognava avvertirle per non rischiare di bruciarle.

Rimasi impietrita. Dunque potevano trovarsi anche in cucina, in pieno giorno, proprio dove stavo io!

Mi tappai le orecchie e scappai, ma mentre correvo cercavo di evitare quelle presenze che non vedevo. Avevo paura perfino di urtarle.

Mia zia si preoccupava di non scottarle con l’acqua bollente. Io rischiavo di travolgerle nel tentativo di fuggire.

Bastava anche il racconto di una figura inquietante nascosta dietro un uscio perché una casa diventasse misteriosa e attraversare quel tratto di strada richiedesse un coraggio straordinario.

Nonna Uccia, invece, esisteva davvero. Era una donna vestita tutta di nero, con un fazzoletto sulla testa, che passava vicino casa. Non so come fosse diventata una minaccia, ma bastava sentir dire che sarebbe venuta a portarci via perché ci mettessimo subito buoni.

Lei continuava tranquillamente per la sua strada, ignara del terrore che il suo nome suscitava.

E quando tutte quelle creature non bastavano, c’era sempre la puntura. Quella non apparteneva alle leggende: la siringa esisteva davvero, e faceva male sul serio.

Sentivo raccontare anche che ai bambini più grandicelli, se continuavano a fare la pipì a letto, la nonna avrebbe preparato i topi fritti.

I topi fritti!

La minaccia era sufficiente a tenere sveglio un bambino, impegnato a controllare perfino ciò che sarebbe potuto accadere mentre dormiva.

Bisognava vigilare su tutto, anche su se stessi.

Una sera d’inverno ero seduta per terra con una mia cuginetta. Giocavamo con una bambola, poco lontano dagli adulti che chiacchieravano tra loro.

A un certo punto sentii pronunciare una parola che conoscevo appena: nfascinu.

Una donna raccontava di una persona che da giorni soffriva di un terribile mal di testa. Qualcuno le aveva fatto lu nfascinu, il malocchio. Era già andata a farselo togliere, ma era talmente forte che avrebbe dovuto tornarci.

Io e mia cuginetta interrompemmo il gioco. La bambola rimase tra noi, dimenticata, mentre tendevamo le orecchie per non perdere una parola.

Si parlava di donne anziane capaci di riconoscere quel male invisibile attraverso un piattino d’acqua e alcune gocce d’olio. Osservavano come l’olio si disponeva sulla superficie, tracciavano segni di croce e recitavano sottovoce preghiere che non tutti conoscevano. Se il malocchio era particolarmente forte, il rito poteva essere ripetuto.

Ascoltavamo affascinate e intimorite. Poi gli adulti si voltarono verso di noi.

Ci raccomandarono di non guardare troppo negli occhi certe persone e di stare attente perfino ai complimenti. Uno sguardo, soprattutto se rivolto a una bambina o a un bambino particolarmente bello, poteva nascondere lu nfascinu.

Io e mia cuginetta ci guardammo per un istante.

Poi abbassammo gli occhi.

Era davvero difficile capire come comportarsi: bisognava essere educate e salutare le persone, ma senza guardarle troppo; accettare i complimenti, ma senza fidarsi completamente.

Per precauzione, gli anziani facevano anche la fava, stringendo il pugno con il pollice tra due dita, un gesto che avrebbe dovuto allontanare il malocchio.

Neanche le ninne nanne, che avrebbero dovuto accompagnare dolcemente i più piccoli nel sonno, erano prive di sorprese.

Sentivo cantare:

Ninna nanna, ninna oh,
questo bimbo a chi lo do?
Lo do alla Befana,
se lo tiene una settimana.
Lo do all’uomo nero,
se lo tiene un anno intero.

Una settimana con la Befana, un anno intero con l’uomo nero. Non sembrava il modo migliore per augurare la buonanotte a un bambino.

Eppure la Befana, quella dei regali, la aspettavamo con impazienza. Durante le festività natalizie ci raccomandavano di fare i bravi, altrimenti non sarebbe venuta. Ma quando finalmente arrivava la notte tra il cinque e il sei gennaio, l’attesa si trasformava in paura.

Dicevano che sarebbe scesa dal camino e che non bisognava sentirla, altrimenti non avrebbe lasciato i doni. Così mi infilavo sotto le coperte, mettevo la testa sotto il cuscino e mi tappavo le orecchie con tutte le mie forze.

La desideravo da settimane e, proprio quando stava per arrivare, facevo di tutto per non accorgermene.

Anche la caduta di un dentino comportava una visita notturna. La mamma lo metteva sotto il cuscino e mi raccontava che sarebbe arrivato il topolino, oppure la fatina o un folletto, a prenderlo e lasciare qualche soldino.

Io cercavo di rimanere sveglia, divisa tra la curiosità e il timore di quella presenza misteriosa. Al mattino il dentino era sparito e al suo posto trovavo il regalo.

Dunque qualcuno era venuto davvero.

A quel punto avrei preferito tenermi tutti i denti.

C’era però una cosa che mi procurava una soddisfazione particolare: il temporale.

Finalmente qualcosa che faceva paura anche agli adulti!

Una nostra vicina, appena il cielo si oscurava, arrivava a casa nostra terrorizzata. Recitava il Rosario e dopo ogni lampo esclamava:

«Mmaculata Maria!»

Sentivo raccontare di persone anziane che, al primo tuono, correvano a letto e si nascondevano completamente sotto le coperte.

Io, invece, correvo alla finestra che dava sul giardino. Guardavo i lampi illuminare il cielo, aspettavo il tuono, seguivo la pioggia sulle piante. E appena smetteva, uscivo a saltare nelle pozzanghere.

Quella paura degli adulti mi divertiva moltissimo. Dopo tutti gli orchi, le anime, i folletti e le minacce, mi sembrava una piccola rivincita.

Ma quando arrivava la notte, il mio coraggio tornava a farsi piccolo.

Attraversare il corridoio buio richiedeva una certa determinazione. Bastava lo scricchiolio di un mobile perché tornassero a galla le storie ascoltate durante il giorno. I miei fratelli conoscevano benissimo quella paura e qualche volta si divertivano a sfiorarmi improvvisamente i piedi mentre ero a letto.

Io lanciavo un urlo, loro ridevano, e io tiravo le coperte fin sopra la testa, cercando di non lasciare scoperto nemmeno un centimetro.

A ripensarci, quelle paure non erano nate con noi. Le avevano conosciute i nostri genitori, prima ancora i nonni e, chissà, i bisnonni. Passavano di bocca in bocca, attraversavano gli usci, entravano nelle case insieme alle persone. Appartenevano a un mondo in cui si condividevano le giornate, i giochi, le risate e perfino gli spaventi.

Forse gli adulti non immaginavano quanto lontano potessero arrivare certe parole nella fantasia di un bambino.

Per loro la storia finiva quando smettevano di raccontarla.

Per noi continuava nel buio.

E quando il silenzio diventava troppo grande, chiamavo la mamma.

Lei rispondeva. Poco dopo riconoscevo i suoi passi nel corridoio.

Di tutti quelli che, secondo gli adulti, sarebbero potuti venire a prendermi, lei era l’unica che desideravo davvero vedere arrivare.

___________________

( 15 – continua )

Category: Cultura

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Comments (2)

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  1. Giovanna Bray ha detto:

    Raccontato in maniera dettagliata e precisa così com’era a quei tempi, sei fantastica Anna Maria bravissima

  2. Patrizia De Paolis ha detto:

    Lu carcaluru e la puntura erano i miei incubi da bambina che mi sono portata dietro sino ad oggi!!! Sì, anche se sono ormai “molto” adulta ho ancora paura di un eventuale visita del mostriciattolo notturno.

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