L’ASSOCIAZIONE RURALE ITALIANA CONTESTA LE NUOVE POLITICHE AGRICOLE DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Associazione Rurale Italiana, “per la crescita della società civile, un’agricoltura contadina socialmente giusta, rispettosa della biodiversità ed
ecologicamente sostenibile verso la Sovranità Alimentare“, ci manda il seguente comunicato ____________
«È ormai chiaro chi detta le regole per la politica agricola europea e i sistemi alimentari: sono l’agroindustria e le potenti corporation dell’agroalimentare. Sono loro, e i politici della destra al Parlamento Europeo, la vera “maggioranza” nella Commissione e nel Consiglio europeo da cui è uscito il testo della Presidenza del Consiglio sulla PAC post-2027 »:
è l’amara constatazione dell’Associazione Rurale Italiana (ARI), che bolla come irricevibile il testo che è stato diffuso.
«Per chi produce cibo in aziende di dimensioni ridotte, la PAC 2028-2034 si riduce a un menù nazionale senza alcuna garanzia minima europea – prosegue ARI – Gli strumenti esistenti per limitare i finanziamenti ai grandi “latifondi” (degressività, capping, importi per ettaro) vengono depotenziati e relegati in un limbo, sostanzialmente rinviati a successivi confronti che chissà cosa produrranno».
«Cade, di fatto, l’obbligo di mirare il sostegno al reddito dell’agricoltura familiare e delle piccole aziende» – è la constatazione dell’associazione che in Italia tutela i piccoli contadini virtuosi e dediti all’agroecologia – senza minimamente tenere in conto che nel nostro Paese le aziende agricole con produzione inferiore agli 8000 euro sono ben il 54%. Resta solo il vincolo (e per fortuna, almeno quello!) di destinare fondi ai giovani.
Inoltre, l’indennità per le zone soggette a vincoli naturali diventa facoltativa, perché, secondo il testo, quei vincoli sono da considerarsi “superati”, come se la tutela delle aree interne fosse qualcosa di cui disfarsi, perché seccante. Ciò penalizza chi, con fatica e spirito di “restanza”, continua a coltivare sull’Appennino e le Alpi».
«E si cala la mannaia anche sul biologico, con la probabile cancellazione di questo approccio produttivo virtuoso come area prioritaria autonoma – prosegue ARI – In questo modo l’Europa vanifica decenni di lotta per sistemi produttivi meno distruttivi, cancellando gli obiettivi della Strategia “Farm to Fork”, tra cui quello di raggiungere il 25% di superficie agricola coltivata in bio entro il 2030. Per il biologico resta solo il sostegno al suo mantenimento, ma la transizione e la conversione diventano facoltative nei piani nazionali».
Enormi passi indietro anche sulle tutele e i diritti: «Viene svuotato di significato il meccanismo che lega l’erogazione dei fondi al rispetto delle norme sul lavoro e sulla sicurezza dei lavoratori, poiché vengono di fatto eliminati i controlli. Il ricorso agli ispettorati del lavoro diventa facoltativo e la notifica annuale all’organismo pagatore non è più garantita. La conseguenza? Vince il caporalato».
Il malcontento dilaga, «ma non basta protestare solo sul rincaro del carburante: è necessario affiancare una riflessione critica sulla dipendenza del sistema agroalimentare dagli incentivi statali, dal trasporto su gomma e dal gasolio. Se non verranno dati agli agricoltori i fondi necessari per effettuare una reale transizione ecologica, il gasolio resterà un fattore decisivo nella produzione alimentare, con tutta l’instabilità che ne consegue a livello di fornitura e di prezzi – prosegue ARI – A cosa servirà ottenere prezzi calmierati sul carburante per le imbarcazioni, se in mare non c’è più pesce da pescare? A chi venderemo i nostri prodotti se i salari da fame dei cittadini stanno minando la possibilità di fornire cibo sano a prezzi ragionevoli per tutti?».
La PAC riformata «infliggerà un altro duro colpo all’agricoltura contadina che ancora sorregge i nostri sistemi alimentari. La catena di valore sarà sempre più lunga, più dispendiosa e più fragile, ma soprattutto più sbilanciata a favore dell’industria agroalimentare e della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), che si arricchisce sulle spalle di produttori e cittadini – spiega ancora ARI – Mentre sempre più risorse vengono sperperate nell’industria della guerra, la povertà assoluta in Italia colpisce l’8% delle famiglie (2,1 milioni di persone) e il 9,3% degli individui (5,4 milioni di persone). Nel 2025 l’Italia è tornata nel gruppo dei paesi europei in cui le aree rurali stanno peggio delle città (24% contro 21,3% di persone a rischio di povertà o esclusione sociale). Nelle piccole aziende agricole il reddito netto medio per azienda (8377 euro) e quello per unità di lavoro familiare (10.973 euro) sono sotto la soglia di povertà. Dobbiamo portare in strada la lotta per un reddito giusto che copra i costi di produzione, per salari dignitosi e sicurezza sul lavoro, per l’agroecologia contadina (e non agroindustriale!), per la difesa delle aree rurali, per il diritto di accedere e restare alla terra, per la sovranità alimentare che disdegna il libero mercato e rivendica il diritto di chi produce e chi consuma a decidere cosa produrre, come e per chi».
Viva la terra e chi la lavora!
Category: Cronaca, Politica, Riceviamo e volentieri pubblichiamo


























