DEGRADO ESISTENZIALE E QUINDI FAMILIARE DEL MONDO GIOVANILE

| 26 Ottobre 2026 | 0 Comments

di Mario Bozzi Sentieri _______________

Un dato certo nella gran massa delle analisi, dei distinguo, dei facili giustificazionismi, che hanno accompagnato le devastazioni del sabato milanese (17-18 ottobre) , è il degrado esistenziale (e quindi familiare) di ampi settori del mondo giovanile. Un degrado segnato – a botta calda – dalla lunga fila dei genitori in attesa dei rispettivi figli davanti alla questura di Via Fatebenefratelli: padri e madri costernati, confusi come i 271 giovani fermati dalle forze dell’ordine, 220 minorenni (l’81 per cento), sessanta stranieri, 23 minori.

Ad  accomunare le diverse realtà è l’idea del  “fare branco” quale fattore deresponsabilizzante, nella misura in cui si agisce tutti insieme e non in prima persona, scaricando sul gruppo le rispettive azioni. A questo si aggiunga la “modernità” della comunicazione, con la messa in rete delle strategie di massa, delle azioni compiute e dell’esaltazione dell’impresa, autentico collante identitario per i diversi gruppi.

Di fronte a questi fenomeni, in crescita esponenziale, prevenire è necessario. Anche reprimere. Ma ancora di più – dal punto di vista antropologico  –  è urgente andare alle radici del problema, che nasce da quello che è stato definito un tipo complesso  di “analfabetismo culturale”, fatto di diritti e di doveri non rispettati, di mancanza di responsabilità e di autocontrollo, soprattutto di esempi diretti e positivi non avuti. A cominciare dalla famiglia e dall’indebolirsi del suo  ruolo, depotenziato nelle sue ragioni di fondo e nei suoi stessi componenti, sotto i colpi di un relativismo diffuso e dalla conseguente perdita delle sue ragioni fondanti.

Non a caso in una società senza madri e senza padri, dove i rispettivi ruoli si perdono e si sbiadiscono, a pagarne le prime conseguenze sono proprio i  figli, privi di riferimenti certi, di indirizzi, di “valori protettivi”. Perciò il rischio è il “liberi tutti”, con le conseguenze che abbiamo visto nelle strade,  corollari  della  povertà di modelli educativi-familiari a cui le istituzioni possono rispondere solo parzialmente (altro discorso evidentemente la tenuta dell’ordine pubblico).

Quando, in questo ambito, si parla di politiche di inclusione sociale, attraverso la scuola e l’associazionismo, si percepisce infatti solo una parte del problema. Al fondo c’è un relativismo etico sulle cui conseguenze in pochi sembrano essere coscienti. Soprattutto i genitori  non sono allertati.

Nel contempo  i genitori (e non solo loro) sono  quotidianamente sottoposti ad una costante opera di indottrinamento inconsapevole, in grado di rendere dolce il processo di depotenziamento collettivo, di resa, di assuefazione, di deresponsabilizzazione.  E tutto questo senza che le conseguenze concrete di tale deriva siano ben chiare. Senza che i costi sociali e personali di certe scelte siano chiaramente indicati. Senza che le responsabilità dei genitori siano percepite all’interno delle famiglie.

Si parta allora dai “fondamentali”. Come notava, ormai dieci anni orsono, Massimo Gandolfini, in premessa del saggio di Giancarlo Cerrelli e Marco Invernizzi La famiglia in Italia – Dal divorzio al gender (Sugarco Edizioni 2017) : “La famiglia è il luogo antropologico per eccellenza, è la ‘fabbrica’ e il ‘laboratorio’ della relazione, è lo ‘specchio’ che fa conoscere se stessi in quanto si conosce l’altro, è la prima agorà della vita, spazio di incontro e scontro, di mutuo soccorso e di irriducibile contrasto, fucina di caratteri e personalità, atelier ove la creta dell’essenza umana prende forma con gli strumenti dello sguardo, delle parole, dei suoni, delle emozioni, delle interazioni – fisiche e psichiche – fra corpi e anime”.

In realtà  questo essenziale luogo di crescita e di formazione dei giovani (e di equilibrio sociale) è stato, nel corso degli ultimi cinquant’anni, attaccato e delegittimato da un processo di modernizzazione sistematico, costruito intorno a quella che Roberto De Mattei ha definito La dittatura del relativismo (Solfanelli 2007),  costruita sul rifiuto di principi e valori eticamente fondanti  e quindi sulla “visione” che tutto (principi e sue ricadute sociali) sia relativo ai tempi, ai luoghi, alle circostanze. In questo contesto a vincere è stata la secolarizzazione, impegnata a promuovere – per dirla con Augusto Del Noce – i valori del neo-capitalismo consumistico e l’oblio della memoria religiosa, portando alle masse la concezione immanentistica e secolarizzata della vita (Cfr. Augusto Del Noce, Il suicidio della Rivoluzione, Rusconi 1978).

Esemplare in questo processo di “decomposizione” sociale il saggio La morte della famiglia. Il nucleo familiare nella società capitalistica (Einaudi 1972) di David Graham Cooper, uno dei pionieri dell’antipsichiatria, impegnato a delegittimare  le “strutture alienanti” della famiglia, accusata di   produrre la “normalità” e le basi del cosiddetto conformismo,  fino a attaccare  a fondo le istituzioni destinate a perpetuare una condizione da cui non si sfugge se non con la pazzia o con la rivolta.

La letteratura in materia è ricca. Al centro l’idea di fondo della morte della madre e del padre, base “teorica” di un processo di delegittimazione della famiglia che  ha dato i suoi “frutti”, con le relazioni familiari diventate  teatro di conflitti e frustrazioni,  con l’aumento dei divorzi, la denatalità, la frammentazione dei ruoli genitoriali fino alla paura o al rifiuto di avere figli e alla difficoltà-impreparazione  nel crescerli.

Poi certamente ci sono i “contesti urbani”, laddove esistono aree del Paese, in cui è il degrado a dettare legge, un degrado sociale, economico, perfino architettonico, del quale a pagarne le conseguenze sono soprattutto i giovani ed i giovanissimi, abbandonati a se stessi, spesso senza saldi riferimenti familiari, senza occasioni di socialità culturali e sportive. E dunque in balia di “aggregazioni” malsane quali sono le baby gang e di una “cultura diffusa” che premia i “trasgressivi”, spettacolarizza l’esistenza, azzera il limite, sopraffà i soggetti fragili.

La famiglia è l’ultima spiaggia di questo processo degenerativo, luogo di coltura e di crescita di un “disagio giovanile” con cui bisognerà sempre più confrontarsi. Esserne consapevoli è un primo, essenziale passo per un’opera di “riequilibrio” culturale sociale, in grado di innervare  dal punto di vista esistenziale l’intera comunità nazionale.

                                                                                  

Category: Costume e società, Cronaca, Cultura, Politica

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