NEI RICORDI DI PAOLA MATTIOLI NEL LIBRO “Viera. Un’italiana del ’23” DEDICATO ALLA MADRE UN DESTINO IN COMUNE CONDIVISO DALLA SUA GENERAZIONE

di Cristina Pipoli _______________
C’è un’Italia che non compare nei discorsi ufficiali. Non ha inaugurazioni da celebrare, né grandi nomi da consegnare ai libri di storia. Ha officine, magazzini, mani sporche di lavoro. Ha uomini che si alzano la mattina e non si domandano se ce la faranno: si mettono al lavoro, perché non hanno molta scelta. E ha donne che entrano in un ufficio e, senza proclami, cominciano a scrivere la propria parte di storia.
Viera nasce nel 1923. Un anno, una data, e dietro quella data un Paese che non conosce ancora il benessere che verrà, che deve inventarsi il futuro con quello che possiede. La sua storia è quella di una famiglia, certo. Ma è anche la storia di un’Italia che non si limitava a consumare: produceva, trasformava, rischiava. E qualche volta riusciva a inventare persino il sapore di ciò che non poteva permettersi.
Prima c’era un appartamento da comprare, fuori Porta Santo Stefano, in via Verthema, al civico 30. Una casa, dunque. Un progetto domestico, una sistemazione, forse l’idea di una vita ordinata.
Poi arrivò un’altra possibilità. E le possibilità, quando si presentano a chi lavora, non sempre hanno la forma che ci si aspetta.
Un amico offrì al padre di Viera l’occasione di rilevare una piccola fabbrica di surrogati del caffè, d’orzo e di altre miscele. Non una fortuna piovuta dal cielo. Non un’impresa già pronta a generare ricchezza. Una fabbrica da mandare avanti, macchine da far funzionare, materie prime da procurare, conti da far quadrare.
Il padre accettò. E da quel momento il lavoro smise di essere soltanto un mezzo per vivere: diventò una responsabilità che occupava le giornate, assorbiva le energie e pretendeva una presenza continua.
Dalla mattina alla sera, era lì.
Ma non era il genere di imprenditore che si chiudeva in un ufficio e impartiva ordini agli altri. Conosceva la produzione perché ci metteva le mani. Disegnava personalmente i rulli della macchina destinata a lavorare l’orzo macinato. Non delegava all’ingegno altrui ciò che poteva capire, progettare e costruire da sé.
Oggi si chiamerebbe capacità tecnica, spirito d’iniziativa, integrazione tra progettazione e produzione. Allora, forse, aveva un nome più semplice: arrangiarsi. E arrangiarsi non significava fare le cose alla buona. Significava trovare una soluzione quando non c’erano soldi per comprarla, competenze esterne da chiamare o margini per sbagliare.
Il padre di Viera non si limitava a dirigere la fabbrica. La fabbrica la conosceva da dentro.
È un dettaglio? No. È precisamente in questi dettagli che si riconosce un certo modo di fare impresa: non l’impresa raccontata nei convegni, ma quella che deve produrre davvero, ogni giorno, anche quando qualcosa non funziona.
E intanto Viera cresceva dentro quella realtà. Fino al momento in cui non fu più soltanto la figlia dell’uomo che lavorava in fabbrica. Divenne parte dell’attività.
PBG: tre lettere, tre cognomi, una storia di lavoro
Viera entrò in azienda come impiegata. La sua storia professionale cominciò lì, tra le esigenze concrete di una piccola impresa e le responsabilità che una famiglia si portava dietro.
Accanto ai familiari entrò nella società anche Pasturini. L’attività prese il nome di PBG: Pasturini, Bruni e Galli, quest’ultimo legato alla torrefazione.
Tre lettere. Tre cognomi. Una sigla che non aveva bisogno di raccontare una filosofia aziendale: identificava le persone che stavano dietro al lavoro.
Ma dietro ogni sigla ci sono domande che vale la pena fare. Chi decideva? Chi produceva? Chi teneva i conti? Chi si assumeva il rischio quando gli affari andavano male? E quanto pesava, in un’impresa di quelle dimensioni, il rapporto personale tra i soci?
Non abbiamo bisogno di inventare risposte. Abbiamo bisogno di cercarle.
Perché raccontare un’azienda non significa soltanto registrare la sua nascita. Significa capire come funzionava, quali competenze la tenevano in piedi, quali rapporti la rendevano possibile. La PBG non era un’astrazione economica. Era un insieme di persone, di accordi, di capacità e di lavoro quotidiano.
E poi c’era il prodotto.
Il caffè che caffè non era.
Chi ha conosciuto un’Italia diversa sa che non sempre ciò che si desiderava era ciò che si poteva comprare. Il caffè, oggi presenza quasi scontata nelle nostre case, ha avuto una storia fatta anche di scarsità, sostituzioni e compromessi.
Ma attenzione: sarebbe troppo facile raccontare il surrogato soltanto come il simbolo della povertà. Per capire davvero la storia della PBG bisogna guardare dentro la miscela, seguire la lavorazione, chiedersi come si trasformava una materia prima in un prodotto vendibile.
Il padre di Viera acquistava l’orzo attraverso un amico originario dell’Iraq. L’orzo arrivava in fabbrica e doveva essere lavorato. La tostatura era una fase decisiva: dal calore applicato ai chicchi dipendevano l’aroma e il gusto della bevanda.
Non bastava avere una materia prima. Bisognava sapere cosa farne.
La miscela non era composta soltanto da orzo. Comprendeva anche carruba, ceci, soia e altri ingredienti, combinati per ottenere una bevanda alternativa al caffè tradizionale.
È qui che la storia economica incontra quella materiale. Un cereale, una macchina, una tostatura, una miscela. E poi il confezionamento, la distribuzione, il consumatore. Tra il campo e la tazza c’era un’intera catena di lavoro, e ogni anello doveva funzionare.
Il prodotto si chiamava La Tazzina.
Un nome semplice, domestico, quasi disarmante. Non prometteva lusso, non vendeva un mondo irraggiungibile. Richiamava un gesto quotidiano: preparare una bevanda calda, fermarsi qualche minuto, portare una tazza alle labbra.
Ma quella tazzina racconta anche una contraddizione. Il desiderio di bere caffè e la necessità di sostituirlo. L’abitudine e il suo surrogato. La familiarità di un gesto e la differenza di ciò che c’era dentro.
E allora la domanda è inevitabile: quanto c’è, in un prodotto, del tempo in cui viene fabbricato? E quanto del tempo in cui viene consumato?
La Tazzina non era soltanto una miscela di cereali. Era un prodotto pensato per entrare nelle abitudini delle persone. Per riuscirci, doveva avere un gusto riconoscibile, un nome facile da ricordare e un prezzo compatibile con il mercato a cui si rivolgeva. Su questi aspetti, però, servirebbero documenti, listini e testimonianze: senza di essi, la storia deve fermarsi dove finiscono le prove.
È una distinzione importante. La memoria merita rispetto, ma non può essere trasformata in certezza ogni volta che manca un documento.
Le ragazze che lavoravano da casa.
La PBG non era fatta soltanto dei soci, degli uomini impegnati nella produzione e degli uffici. Nel tempo furono assunte anche alcune ragazze, che svolgevano parte del lavoro da casa, con un sistema a cottimo.
Ecco un particolare che merita più di una riga.
Il lavoro usciva dalla fabbrica ed entrava nelle abitazioni. La produzione non si fermava ai cancelli dello stabilimento: proseguiva nelle case di altre persone, si intrecciava con la vita familiare, occupava tavoli e spazi domestici.
Ma che cosa significava, concretamente, lavorare a cottimo? Quanto si veniva pagate? Quante ore occorrevano per completare una certa quantità di lavoro? Chi stabiliva i compensi? Le ragazze potevano organizzare liberamente la propria giornata oppure quel lavoro si aggiungeva ad altri obblighi domestici?
Perché la parola opportunità non basta a descrivere ogni forma di lavoro. Un’attività poteva offrire un reddito a chi ne aveva bisogno e, nello stesso tempo, richiedere una quantità di fatica che oggi vorremmo conoscere meglio. Le due cose non si escludono. Possono coesistere.
Sarebbe ingiusto giudicare quelle donne senza conoscere le loro condizioni. Sarebbe altrettanto ingiusto cancellarle dietro una formula rassicurante.
Erano lavoratrici. Facevano parte della produzione. E il loro contributo merita di essere ricostruito con la stessa attenzione riservata a chi dirigeva l’impresa.
La storia del lavoro non è completa finché racconta chi possedeva la fabbrica e dimentica chi lavorava, anche quando la fabbrica era casa propria.
La camomilla e l’arte di farsi ricordare
Il padre di Viera non si fermò all’orzo e ai surrogati del caffè. Decise di ampliare la produzione introducendo anche la camomilla, acquistata a Faenza.
Diversificare significava cercare altre possibilità commerciali, non affidare tutto a un unico prodotto. Una scelta concreta, dettata dalla necessità di allargare il mercato e di dare continuità all’attività.
Ma l’uomo aveva capito anche un’altra cosa: non basta produrre. Bisogna farsi riconoscere.
Per le scatolette di camomilla ideò uno slogan in rima:
<<Come finisce il fior di camomilla, la PBG lo raccoglie e lo sigilla>>.
La frase ha qualcosa di immediato. Si ricorda facilmente, suona come una filastrocca, mette in relazione il fiore con il prodotto confezionato. In poche parole, racconta un percorso: la raccolta, la lavorazione, la scatoletta pronta per essere venduta.
Non sappiamo quanto quello slogan abbia inciso sulle vendite. Per dirlo occorrerebbero testimonianze, materiali pubblicitari o dati commerciali. Sappiamo, però, che qualcuno dentro quella piccola impresa aveva compreso il valore della comunicazione.
Anche questo è fare impresa: non soltanto costruire una macchina, tostare un cereale o chiudere una confezione. È pensare a come il prodotto verrà percepito da chi lo acquista.
E forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della vicenda. In una realtà che viveva di lavoro pratico e di conoscenze tecniche, c’era spazio anche per l’invenzione linguistica. Il padre di Viera progettava rulli e inventava rime. Due attività apparentemente lontane, unite dalla stessa esigenza: trasformare un’idea in qualcosa che funzionasse.
Il Monopolio, la Guardia di Finanza e il controllo sulla tazzina. Poi c’era lo Stato.
Ed è qui che il racconto si fa meno domestico e più istituzionale. Perché produrre surrogati del caffè non significava soltanto acquistare materie prime, lavorarle e venderle. L’attività era sottoposta al regime del Monopolio di Stato e a controlli che riguardavano la materia prima e il prodotto finito.
Nell’ufficio accanto a quello dell’azienda lavorava un ufficiale della Guardia di Finanza. La sua presenza faceva parte della quotidianità della PBG. Controllava l’orzo in entrata, prima della tostatura, e quello in uscita, dopo la lavorazione.
Dalla materia prima alla merce pronta per il commercio, il prodotto veniva seguito attraverso le diverse fasi. Una volta completata la lavorazione, sulle confezioni si applicavano le fascette previste dal Monopolio di Stato, necessarie per gli adempimenti fiscali e il controllo del prodotto.
La famiglia ricorda che la PBG era in regola e rispettava le procedure richieste. È un elemento importante, ma va raccontato per quello che è: una testimonianza sulla condotta dell’azienda, non una verifica documentale compiuta oggi.
E allora, da giornalista, mi chiedo: che cosa significava lavorare con un controllo così vicino? Come venivano registrate le quantità? Quali procedure dovevano essere rispettate? Quali costi comportavano gli adempimenti? E come si conciliavano le esigenze di una piccola impresa con quelle di un sistema statale che regolava il settore?
Non sono domande che mettono in discussione la correttezza della PBG. Sono domande che aiutano a capire il mondo nel quale operava.
Lo Stato, in questa storia, non è una presenza lontana. È un ufficio accanto a quello dell’azienda. È un uomo che controlla l’orzo prima e dopo la lavorazione. È una fascetta applicata sulla confezione. È una regola che entra materialmente nella produzione.
Ecco come la storia economica smette di essere una parola astratta: quando la si può vedere, quasi toccare, su una scatoletta.
Viera, oltre la nostalgia
Che cosa resta, oggi, della PBG? Tre lettere, un nome commerciale, il ricordo di una fabbrica e la testimonianza di una donna nata nel 1923.
Ma sarebbe troppo poco liquidare tutto questo come una bella storia di famiglia. E sarebbe troppo comodo trasformarla nella solita celebrazione dell’Italia di una volta, quella in cui tutti lavoravano, tutti si sacrificavano e tutto, in qualche modo, finiva bene.
La realtà non è mai così semplice. Non lo era allora e non lo è adesso.
Quello che emerge è il ritratto di una piccola impresa nella quale competenze tecniche, relazioni personali, produzione, lavoro femminile e controlli pubblici convivevano nella stessa quotidianità. Un’impresa che cercava di stare sul mercato con prodotti accessibili, che ampliava la propria offerta e che provava a distinguersi anche attraverso la comunicazione.
Ma c’è un’altra cosa da ricordare: Viera non è soltanto una figlia che ha assistito al lavoro del padre. È una donna che è entrata in azienda e ne ha fatto parte. La sua esperienza merita di essere ricostruita attraverso ciò che ha visto, fatto e ricordato, senza ridurla a una comparsa nella storia di un uomo intraprendente.
È questo il punto. Non basta ricordare chi ha avuto l’idea di una fabbrica. Bisogna raccontare anche chi l’ha mandata avanti, chi ha lavorato alle confezioni, chi ha controllato le merci, chi ha acquistato le materie prime e chi ha portato quei prodotti nelle case dei consumatori.
Perché dietro ogni impresa c’è una rete di persone. E quando la storia ne illumina soltanto una, lascia le altre al buio.
Viera è nata nel 1923. La PBG ha prodotto orzo e surrogati del caffè. La Tazzina ha dato un nome a una bevanda che cercava di somigliare a un’altra. La camomilla ha trovato il suo slogan. E lo Stato, con i suoi controlli, ha accompagnato la produzione.
Sono fatti che, messi insieme, raccontano qualcosa di più di una fabbrica.
Raccontano un Paese nel quale il lavoro passava dalle mani alla macchina, dalla macchina alla confezione, dalla confezione alla tavola. Un Paese in cui l’ingegno poteva essere disegnare un rullo, inventare una rima o trovare il modo di utilizzare una miscela di cereali per creare un prodotto da vendere.
Non occorre santificare quel mondo. Non occorre nemmeno condannarlo con gli occhi di oggi.
Occorre fare qualcosa di più difficile: guardarlo senza abbellimenti.
E soprattutto continuare a fare domande. Perché la memoria, quando diventa soltanto nostalgia, smette di raccontare. Quando invece accetta di essere interrogata, torna a essere storia. E lo Stato torna a controllare.


























