NOVITA’ DISCOGRAFICHE / BLESSED CHILD OPERA, “The traveler challenges death”

di Roberto Molle _________________
Questo è il resoconto del nuovo disco di un musicista abbastanza sopra le righe, poco riconducibile allo scibile italico e direttamente collegato da condotti sotterranei a quel suono angloamericano giocato tra dark, folk e pulsioni post-punk. Il disco si chiama “The Traveler Challenges Death”, l’uomo dietro la regia è Paolo Messere, che si presenta come Blessed Child Opera (progetto nato verso la fine degli anni Novanta). Nei Blessed, Paolo canta e suona chitarra, tastiere e campionatori, supportato dall’ottimo polistrumentista Matteo Anelli alla batteria. Ero rimasto molto colpito e affascinato dall’ottimo lavoro fatto da Paolo come musicista e produttore nell’album tributo “Lievi Favole”, dedicato al musicista sardo Gavinuccio Canu un paio di anni fa; in seguito, il confronto con il suo background mi ha dato conferma del fatto che sia un ottimo cantautore, musicista raffinato e produttore impegnato a raccogliere suoni di diverse epoche e convogliarli dentro composizioni cesellate come piccole opere d’arte.
La storia di Paolo Messere è ricca di particolari interessanti; partenopeo non stanziale, con puntate in Toscana, Lazio, Sardegna e infine Sicilia, a Catania. Ha fondato la sua etichetta Seahorse Recordings e registrato una manciata di album con la sigla di Blessed Child Opera a iniziare dal 2001. È presente nei crediti di almeno cinquanta album, ha suonato chitarra e tastiere in alcuni tour del gruppo francese Ulan Bator e ha portato avanti un paio di esperienze parallele: Ostara’s Bless e The Big Self. Un’attività artistica intensa che, per ovvi motivi, non può essere approfondita nelle colonne di un quotidiano di cronaca (si rimanda all’ottima webzine OndaRock per una bella ed esauriente monografia di Paolo).
Dunque si diceva di “The Traveler Challenges Death”, uscito qualche giorno fa e da subito entrato nelle grazie del sottoscritto. Nato dalla selezione di oltre settanta bozze, undici i brani alla fine inseriti nel disco. Già dal titolo si può percepire il mood che sorregge un concept sulla sfida alla morte, intesa come metafora della fine di qualcosa, anche semplicemente di quella di un giorno. Il languore sotteso, l’emotività, una sensibilità dolorosa, incarnate nel contesto, rimandano l’identikit di un dandy mai rassegnato; tra i solchi dei brani di “The Traveler Challenges Death” prendono corpo e respiro mille immagini stratificate dal tempo e rimandate da un controller impazzito sull’iride del suo autore. Le nebbie notturne di Vienna degli Ultravox orfani di John Foxx, la straziante Eternaldei Joy Division, l’orientaleggiante Decline and Fall degli irredenti Virgin Prunes, la spettrale Electra Descending dei Christian Death, e potrei continuare con gli indizi. Una discesa agli inferi e ritorno, omaggio a un’epoca mai veramente lasciata andare; i prodromi e le spore del movimento dark (se così può intendersi) sono ancora nell’aria, dispersi tra nuove tendenze sonore e vecchie percezioni.
Ascoltare “The Traveler Challenges Death” è come guardare un film a occhi bendati. Le immagini, i colori, i volti si possono immaginare attraverso le canzoni. E allora l’ho fatto! Mi sono bendato e ho lasciato che Blessed Child Opera mi portasse per mano come dentro un esperimento suono-visivo, aiutandomi a tratteggiare storie, visioni, emozioni.
The End of the Line / And Yet I Remain Still – C’è qualcuno al centro della stanza, immobile, con lo sguardo fisso verso una porta. Nella penombra, da una fessura filtra un fascio di luce sporcato dal pulviscolo che si leva leggero nell’aria. La musica arriva da tutte le parti, le tempie sembrano voler scoppiare, il giorno si alterna alla notte; i ricordi riaffiorano chiari, fili di suono si aggrovigliano. Sul cielo della stanza ectoplasmi prendono forma. Ritmi tribali infestano l’intero brano. Un angelo triste si aggira tra le rovine di un amore che gli è scoppiato in mano. Quando tutto sembra impazzire, una figura eterea irrompe fluttuando nell’aria, ha il volto e la voce languida di Siouxsie e il corpo di un suonatore che percuote l’albero del tamburo. Poi tutto finisce, i suoni si stoppano, le immagini evaporano e il sonno pone fine al tormento.
Even Before It All Ends – È notte, gli incubi cercano di prendere il sopravvento e il canto di uno sciamano in lontananza li tiene lontani. Paolo è lo sciamano: mutante dentro epoche sonore capaci di trasfigurazioni. La caverna di fuoco in cui è scivolato Peter Murphy cercando di riportare in vita i suoi Bauhaus crea rifrazioni vocali che calmano il dolore. La bellezza si distilla dalle lacrime che scivolano da volti inesistenti.
Gray Calm – La sabbia si ritrova, riconta le sue dune portate a Oriente da un monsone leggero. Il mare vira al grigio dal blu, gli alberi sono capovolti. Il silenzio si sporca di silenzi, la calma è irreale. La musica corre per non essere fermata, la porta si chiude sull’ultimo suono, tranciandolo di netto.
Sudden Pain – “Goditi il dolore” cantava Jayne Casey in una delle sue diverse mutazioni synth-pop. Quarant’anni dopo, lo stesso mood si libera in tempi inquinati da guerre sanguinose e genocidi spacciati per videogiochi virtuali. Paolo Messere, come un parafulmine, ha assorbito lustri di tendenze sonore, generi che si sono avvicendati annientandosi, per poi ricompattarsi. Una specie di profeta capace di mettere il mondo di fronte al suo passato, accompagnandolo con una speciale colonna sonora realizzata con frame di vita reale, suoni incubati nel tempo, poesia post-romantica.
Like Souls in Heat – La voce cavernosa, il ritmo intenso, le macchine emotive, lo spleen eternamente presente. Brani uno più bello dell’altro; atmosfere che qualche epoca fa sarebbero state in linea con i tempi. Ma qui non siamo negli anni Ottanta, non è questione di riflussi o di mode. Sono tempi distopici, drogati da qualunquismi sfrenati, dominati dalla cultura dell’immagine e da edonismi contagiosi. Qualcosa non torna, tutto in questo disco suona dannatamente post-apocalittico. Anche la canzone più bella possiede qualcosa di ossessivamente dark; non la stessa ingenua oscurità delle opere dei Cure, dei Banshees, dei Joy Division o degli Smiths, per capirsi. Nel magnifico, ipnotico, surreale “The Traveler Challenges Death” c’è molto di più: la consapevolezza di un non ritorno, la percezione di vivere tempi post-atomici, la disperata ricerca di barlumi di umanità.
The World by a Mistake– Una batteria analogica batte il tempo scandendo una fuga nel bosco, seminando insidie e falsi profeti. La voce di Paolo, liberata da germi patogeni, si fa ancestrale e liberatoria.
I Will No Longer Be Here – Acque profonde, limpide. Cerchi concentrici si allargano sullo specchio che non ristagna. Robert Smith, imprigionato dentro un corteo che si muove lento, grida tutta la sua disperazione dentro un urlo senza voce. Funeral Party è lontana nel tempo, ma l’eco viaggia alla velocità della luce, la sua bellezza avvolge in un abbraccio algido, il pianto sgorga spontaneo; dietro, in fondo al corteo, Ian Curtis si dimena in quella sua insolita danza.
Nothing That Can Nourish Me – Siamo reincarnati, spiriti che vagano fino a quando non trovano un corpo, una storia, un’esistenza da occupare. Paolo Messere concentra nella sua arte l’essenza di mondi che gli (ci) sono appartenuti. Presenze preziose si aggirano tra i solchi di “The Traveler Challenges Death”; il viaggiatore sfida la morte e la invita a sostenerlo in un viaggio attraverso il segnale di una pulsar che rimanda il lamento di qualche stella morta: come detto, Ian, Rozz Williams (Christian Death), Nico, Adrian Borland (The Sound) si aggirano, convitati di pietra, in questo album, mappa-manifesto clandestino.
Nothing Can Be Controlled Anymore – Tutto gira a velocità pazzesca, niente è più controllabile, le risposte sono custodite dentro scrigni celati nelle segrete di torri inesistenti. Ma la ricerca non si può fermare, la speranza non può cedere al pragmatismo, la musica non può morire.
One Less Reason Not to Try Again – Ritmi circolari, atmosfere stratificate, il canto si fa languido. Là fuori tutto sembra morire, i sentimenti sciogliersi sotto raggi di ghiaccio… ma innamorarsi può essere un ripartire, un gioco di cui si conosce già il finale. Provare, riprovare, fino al punto di sentire di poter impazzire. L’assunto sembra emergere: cos’è che muove il mondo se non un disperato bisogno d’amore, una chimica che non va in dissoluzione, un sentire che nasce ogni volta dal profondo.
I Feel Like I Don’t Feel (Nostalgia) – Alla fine, poi, basterebbe poco… un segno, uno sguardo, una carezza. I mondi distopici contenuti nelle canzoni dei Blessed Child Opera sono microcosmi proiettati su schermi siderali dalla sensibilità di un musicista che risponde alle sollecitazioni esterne con i suoni e le parole forniti dai tempi alienanti che sta vivendo.
L’ascolto è terminato. Libero la vista, tutto gira un po’, poi si ferma. L’idea di un rinascimento musicale mi resta più viva che mai. La decadente bellezza, il nichilismo dolciastro, le nostalgie folk-dark-wave, la poetica strisciante di “The Traveler Challenges Death”, il genio, la creatività e la sensibilità di Paolo Messere ne sono prove inconfutabili.

Category: Cultura



























