IL PRANZO DELLA DOMENICA / A MELENDUGNO CON ANTONIO NAHI, CON QUALCHE RICORDO E TANTA POESIA

| 4 Gennaio 2026 | 0 Comments

di Raffaele Polo ___________

Da bravo intellettuale, il poeta Tonio Nahi  mi ha invitato per spiegarmi quale è, secondo lui, il senso de ‘Il pranzo della domenica’. E gli lascio volentieri il palcoscenico…

«Caro Raffaele aderisco volentieri al tuo invito ma, “a modo mio”. Tu sai che sono un nostalgico cultore del passato, per cui non posso non ricordare che “La domenica è sempre domenica” titolava un film del 1958, vecchio quanto me, con Achille Togliani e Dorian Gray. Ebbene i miei piatti preferiti mi riportano inevitabilmente alle domeniche indimenticabili che risalgono alla fine degli anni Sessanta o giù di lì, quando la domenica era sacra fin dal mattino. Mio padre non lavorava per cui alle 8 in punto accendeva la radio e la casa già si riempiva di musiche allegre e serene. Ma un paio di ore dopo alla musica subentravano profumi appetitosi e invitanti; in particolar modo quello del sugo al pomodoro di cui ancora conservo l’odore nel ricordo, se così si può dire.

Le polpette fritte erano poi d’obbligo la domenica. Inevitabilmente dovevo carpirne almeno una ancora fumante per meglio gustare la crosta prima di tuffarmi nel composto di carni e formaggio, lontanamente insaporita dal sale, aglio e prezzemolo. A tavola poi sarebbero state servite con invitanti patatine al forno magari, belle croccanti e guarnite dagli odori del rosmarino e origano.

La pasta fatta in casa si preparava la sera del sabato e lasciata lievitare la pasta veniva lavorata per ricavarne orecchiette e “sagne” dal formato piccolo e ricciuto per meglio trattenere il sapore del sugo. Ma il tripudio avveniva con l’immancabile torta che la mia povera mamma la domenica non faceva mancare, fosse pure il solito pan di Spagna farcito da crema dal gusto insuperabile e decorato con mandorle tritate e pinoli.

Credo però il sapore più attese e ambito fosse la famiglia riunita, l’affetto incommisurato che anche il piatto più frugale rende unico e insostituibile. Se pure le domeniche odierne – ma così non è –  possono essere più ricche e sontuose, purtroppo non conservano più il condimento che un tempo le rendeva esclusive: il calore familiare dello stare tutti assieme.

Purtroppo poi, con gli anni, mi è riuscito in poche occasioni rivivere questi momenti, prima preso dal mio lavoro che spesso mi teneva lontano da casa, e ora inevitabilmente con analoghi problemi che non consentono ai miei figli di stare assieme in questi frangenti. Sono tante le domeniche che per un motivo o un altro qualche componente della famiglia deserta l’appuntamento domenicale e non solo; a volte si tratta di ricorrenze ben più importanti.

Così spesso la domenica compensa qualche vuoto a tavola il mio buon Aharon, un labrador che è con noi da ben 9 anni. È così affettuoso il mio Aharon da meritarsi perfino una poesia come un componente della famiglia, quando una rigida sera d’inverno, riuscì a trasmettermi tante emozioni e scrissi questi versi:

L’inverno di Ahàron

Ahàron lungo il sentiero aduso la sera

cerca l’odore che non trova; dall’erba

diaccia ritrae lo zampino che raggela.

Scruta bruni nuvoli gonfi di tormenta;

guaisce a sparuti tordi intirizziti

raccolti tra ramagli spettrali d’ulivi.

Immobile acuisce l’udito a muso serrato:

sul muro dell’orto dei limoni ispidi e neri:

punta l’ombra grigia dal passo felpato.

Mi chiedi poi, caro Raffaele, cosa penso della poesia odierna.

La poesia per me è principalmente fatta di emozioni. ‘Genesi Emotiva’, come sai, è appunto il titolo dell’intera mia raccolta di versi, comprendente sette raccolte scritte in oltre 50 anni. E quindi nel rispondere alla tua domanda riguardo la poesia odierna, quella d’avanguardia, dico che per fortuna gli estremi esempi di poesia contemporanea, al nostro Meridione non sono giunti e neppure ci è stato chiesto di uniformarci alle avanguardie letterarie dotte e saccenti del Nord proliferate specialmente nell’ultimo trentennio. Qualche sporadico tentativo dei nostri migliori, ha varcato i confini, per “cause di forza maggiore”, direi, tra cui Antonio Prete, ma egli ha saputo e voluto mantenere legami tesi con le origini nostre, con capace originalità e dignitosa contemporaneità.

La poesia contemporanea, utilizza linguaggi evoluti e sperimentali dalle diversificazioni contenutistico-trascendentali nelle tematiche estremamente odierne e, al medesimo tempo, permeate di sterile messaggistica. Sono testi – ritengo – che esternano in primis, l’alterità significante dell’autore e, quanto intende e voglia dire – ancora una volta – imposto all’inconsapevole ascoltatore o lettore soggiogato dal fumus verbale con supina accettazione.

Vero è che i cambiamenti non avvengono più con frequenza epocale, ma gli adattamenti appaiono più congeniti che contingenti al pathos quotidiano. Una sorta di voluto adattamento al vento che soffia, più che esternazione dell’anima. Reportage sensazionalistico dunque, che poco ha a che fare con la maturazione interiore al cospetto dei conflitti umani.

Non una spugna che assorbe le evidenze del vissuto ma un osservatore che appunta – più che sensazioni – il sensazionalismo che gli ruota attorno, acché vada poi col verso (testo?) a colpo sicuro, dando al lettore quello che vuole farsi dire, non quello che l’autore sente di dire. Una poesia – se lo è – in “riga” con i tempi, circuita e circoscritta, rigidamente inscatolata e contingentata. Priva di dinamismo interiore, forte di dinamismo esteriore che tutto ingloba e fa “verso” di una realtà ritagliata a piacimento, spesso senza gambe per cui – claudicante a dir poco – è pilotata dall’autore – e non solo – in luoghi e tempi preventivati e predestinati.

Estremamente colta e politicizata, si avvale della facoltà di non rispondere, difesa com’è da premeditate filosofie – ancora – inespresse. Spesso sono testi accuratamente studiati e lavorati a tavolino a tal punto che, tra e dalle righe, sfugge l’anima e, nello sperimentalismo estremo, giungono al cuore col fiato corto, zavorrati da artriti cronachistiche, di fragili epifanie giornaliere. L’irrazionalità interpretativa spesso demotiva e discosta ogni emozione propria del testo poetico, tanto da poterla agglomerare in prosastici “senzaccapo” dove l’assetto sintattico per nulla si duole, che nulla ha da dolersi, influente su versi e significati evocati. Versi di stagione, oserei definirli, prodotti nell’orto dell’adeguatezza; inseminati dal vento che tira; capaci di riprodursi – fin quando l’autore produrrà magie? –, foraggiati dalle medesime accondiscendenze editoriali che hanno dissodato il terreno per farli attecchire. accondiscendenze editoriali dunque foraggiano una poesia che al meridione non appartiene. Pure questa prodotto domenicale nei salotti del Nord quando si decise di emarginare le voci poetiche meridionali, quando i “movimenti di ascolto” da Luzi, Gatto, Bodini, Comi in giù furono culturalmente ridimensionati perfino nei programmi scolastici per dare “largo uso” allecongiunture dei poeti della Linea Lombarda, emersi nel secondo Dopoguerra,attenti ai cambiamenti sociali e storici, con egregi nomi come Vittorio Sereni, Luciano Erba, Nelo Risi, Roberto Rebora eccetera. Ma dagli anni Settanta in poi a questi, si aggiunsero molte “voci” non più in linea ma in riga con dettami alquanto e solo politici.

Caro Raffaele, come ho avuto modo di dirti altrove, scusami se a conclusione di questo pranzo domenicale offro un caffè, a dir poco, amaro: ma ben sai quanto dagli zuccheri ho da difendermi».

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( 85 ‐ continua )

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Category: Costume e società, Cultura

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