PER PAOLA MATTIOLI IL NUOVO ANNO INIZIA CON IL RICORDO DELLA MADRE, NEL LIBRO “Viera, un’italiana del ’23”

| 3 Gennaio 2026 | 0 Comments

di Cristina Pipoli ____________

Dove il sistema ha cercato di seppellire la verità?

Non è forse vero che la penna è un’arma potente per scardinare il tabù del “non detto” e ridare finalmente dignità e voce alla storia di donne che hanno partecipato alla Resistenza e di donne madri che lasciano una traccia alle figlie e di tutte le donne come lei?

Dare voce a Viera nel 2026, specie nel mese di gennaio, significa riconoscere che la modernità nata nelle trincee domestiche non è stata una parentesi, ma la radice di ogni nostra conquista. Il messaggio di Paola Mattioli, la figlia di Viera, è chiaro e risuona come un impegno per l’anno appena iniziato.

Viera lasciando una traccia di sé ha detto apertamente “Io non dimentico, e non vi permetterò di far dimenticare”.

Solo così avviene il passaggio del testimone, dove la figlia prosegue il lavoro della madre.

Il libro descrive con grande forza emotiva l’atto dello scrivere come una forma di resistenza e giustizia storica. Nel 2026, il tema della memoria femminile si conferma centrale per comprendere non solo il passato, ma anche le fondamenta della nostra società attuale.

È questo il nome in cui la scrittura si trasformarsi in un’arma contro l’oblio, perché la letteratura della memoria e alle voci femminili dimenticate viene riscattata.

Dare dignità alle “trincee domestiche” significa trasformare il ricordo individuale in un patrimonio collettivo, garantendo che le conquiste delle donne del passato non vengano mai più silenziate.

Questo non è un semplice omaggio: è un atto di accusa contro un sistema che per decenni ha costruito il suo equilibrio sul silenzio forzato delle donne.

Nel 2026, la storia di Viera smette di essere un ricordo privato per diventare un libro che merita attenzione. Non stiamo parlando di passato, ma di un presente che ancora fatica a riconoscere il valore del lavoro invisibile e del sacrificio imposto tra le mura di casa.

La trincea del silenzio: un sistema sotto processo.

Per anni, le “trincee domestiche” sono state il motore nascosto della società. Il sistema ha deliberatamente ignorato questo sforzo, considerandolo un “dovere naturale” e mai una conquista civile. Paola, con la sua voce, mette in evidenza l’ipocrisia di un progresso che ha calpestato i diritti di chi lo rendeva possibile.

Il Tabù del “Non Detto”: Rompere il tabù significa smascherare un meccanismo di controllo sociale che voleva le donne custodi del focolare e, contemporaneamente, prigioniere di una storia mai scritta. Scrivere significa restituire alle “Viera” di ieri e di oggi il diritto all’identità.

Memoria intesa come resistenza; nel 2026, ricordare non è un esercizio nostalgico, ma un impegno militante. Il messaggio di Viera è stato chiaro— “Io non dimentico e non vi permetterò di far dimenticare” — è un monito contro la tentazione del sistema di archiviare queste lotte come capitoli chiusi.

Ecco come il libro su Viera diventa strumento per la rottura.

Per chi vuole trasformare la riflessione in azione e approfondire la critica alla società patriarcale e alla gestione della memoria:

Il tempo del silenzio è scaduto. 

Dare voce a Viera oggi significa mettere in crisi ogni struttura che pretende ancora di decidere chi ha diritto a una storia e chi deve restare un’ombra nel fondo di una cucina.

Nel 1923, il fascismo consolidò il potere trasformandosi in regime attraverso riforme chiave: l’istituzionalizzazione delle squadracce nella Milizia Volontaria (MVSN), la creazione del Gran Consiglio del Fascismo e per finire l’approvazione della Legge Acerbo. Quest’ultima garantì il controllo del Parlamento. Sul piano sociale, la Riforma Gentile ideologizzò la scuola, mentre l’abolizione del 1° Maggio a favore del Natale di Roma segnò l’inizio del controllo totalitario sulla vita dei cittadini.

Il silenzio che circondava le donne che combatterono e vissero la Grande Guerra nel 1923 non fu casuale, ma una strategia politica e sociale mirata a spingerle al ritorno nei ruoli tradizionali di mogli e madri dopo il ricollocamento dei reduci maschi nel mercato del lavoro.

La maggior parte delle donne erano impiegate nelle fabbriche belliche, successivamente furono licenziate nel dopoguerra, quelle nel settore tessile o impiegate stabilirono standard di modernità economica e sociale.

La storia di Viera è una storia di coraggio e tenacia perché mette in evidenza come le donne del suo calibro furono seppellite nel silenzio della memoria comune.

Ancora oggi, il silenzio sul ruolo di donne come Viera non è casuale, ma è alimentato da diversi fattori strutturali che tendono a preservare una narrazione storica parziale:

Nei sistemi patriarcali e nelle norme sociali: persistono tutt’ora strutture che favoriscono una visione della storia centrata sull’uomo eroe o combattente, relegando le donne a figure gregarie o vittime passive. Questo “muro dell’omertà” serve a mantenere inalterati i rapporti di potere e le gerarchie tradizionali.

Nella storiografia tradizionale e scolastica, i programmi scolastici e i libri di testo minimizzano o omettono il contributo femminile, focalizzandosi quasi esclusivamente sulle dinamiche militari maschili. Questa “sepoltura naturale” della memoria impedisce alle nuove generazioni di avere modelli di riferimento femminili forti e indipendenti.

Come accadde nel 1923, ogni fase di crisi o Dopoguerra può innescare spinte conservatrici che vedono nell’emancipazione femminile una minaccia alla stabilità economica e occupazionale maschile. Chi promuove un ritorno al “focolare” ha interesse a non celebrare l’autonomia dimostrata dalle donne in tempo di guerra.

Persiste la mancanza di archivi sistematici e il disinteresse istituzionale per le storie quotidiane e private hanno reso queste testimonianze difficili da reperire, facilitando il compito di chi preferisce mantenere il silenzio su un passato “scomodo” che ha visto le donne protagoniste.

Dare voce a Viera nel 2026 significa riconoscere che quella modernità, nata nel dolore delle fabbriche e delle trincee domestiche, non è stata una parentesi ma la base di ogni conquista successiva.

Restituire voce a Viera nel 2026 non è solo un atto di giustizia storica, ma la realizzazione di una promessa. Una promessa che si legge nelle prime pagine dell’opera: «Cara mamma, il tuo desiderio si è avverato: il tuo libro è pubblicato. Con immenso amore Paola, tua figlia minore.>>

Il cuore del ritrovamento e la premessa di Paola.

Proseguendo in questo atto di giustizia, emerge il momento cruciale in cui la memoria ha smesso di essere un’ombra per farsi carta. Paola racconta così l’inizio di tutto:

«Un giorno trovai nella libreria un quaderno in pelle verde, profilato di camoscio, tenuto bene e avvolto scrupolosamente all’interno dell’agenda. Lo aprii lentamente per paura di rovinarlo. Riconobbi subito la calligrafia di mia madre e il cuore mi balzò nel petto. Le prime righe mi portarono indietro nel tempo, ai ricordi di una vita passata, a pensieri e parole mai detti, racchiusi in un quaderno dimenticato, o lasciato per essere ritrovato. Procedendo nella lettura mi venne in mente il persistente accennare di mia madre al desiderio di scrivere e pubblicare il libro della sua vita. L’esigenza era di far sapere alle persone a lei care la sua esperienza di vita, dalla nascita agli ultimi momenti, e di lasciare una testimonianza per le figlie, così che potessero trarne giovamento, insegnamento e amore per quello in cui credono».

L’inizio della vita e la prima ingiustizia subita.

È proprio all’inizio di quelle pagine che Viera fissa subito l’identità della sua esistenza, marcata fin dal primo giorno dalla discriminazione di genere. Scrive Viera: “Sono nata il 24 gennaio 1923”. E il padre la registrò il giorno dopo perché era indispettito dal fatto che fosse nata una femmina. Sosteneva che le femmine creano dei problemi, ma col tempo si è pentito di averlo pensato.

La Memoria di gennaio è il filo rosso tra storia e vita.

Il destino ha voluto che Viera nascesse il 24 gennaio, una data che oggi precede di pochi giorni la Giornata della Memoria. Non è una coincidenza priva di significato: questo libro appartiene pienamente a quel dovere di restituzione di ciò che la guerra e i regimi tolgono. Se la Storia con la “S” maiuscola spesso cancella le tracce dei singoli, la testimonianza di Viera agisce come un atto di riparazione, restituendo alla luce quel patrimonio di umanità e dignità che i conflitti e il silenzio hanno cercato di sequestrare. Ricordare Viera a gennaio significa onorare ogni frammento di verità che sopravvive alle macerie del tempo.

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PAOLA MATTIOLI, “Viera, un’italiana del ’23”, casa editrice Pendragon

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Category: Cultura, Libri

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