NO LOGO, SI’ IDENTITA’. IN QUESTA BELLA INTERVISTA A leccecronaca.it ELISA BUONO PARLA DEL SUO LAVORO DI CREAZIONI ARTIGIANALI IN APERTA POLEMICA CON LA MODA INDUSTRIALE DEL CONSUMISMO

| 2 Gennaio 2026 | 0 Comments

di Cristina Pipoli ____________

“In quella firma non c’è l’identità di chi la indossa, c’è un marchio economico, e forse, una rappresentanza di livello sociale. La personalità e l’identità individuale per me sono un’ altra cosa, sono sacre!”

Elisa Buono non fa sconti ai marchi griffati, e non ammette silenzi.

D- Quando osserva le donne che oggi indossano i suoi lavori, vede ancora dei ‘caratteri’ o si trova davanti a un esercito di manichini seriali, svuotati di ogni identità dalla dittatura dell’usa e getta?

R- “È una domanda complessa, la risposta sarà altrettanto, nel senso che entrano in gioco più fattori. Facciamo un esempio, il Sarto che confeziona abiti su misura, non esiste più o quasi. Perché?

A)Tessuti di qualità è più difficile reperirli

B)Nonostante la qualità, la durata, e l’identità della creazione, a chi lo indossa risulta ‘SEMPRE QUELLO’ nel tempo

C)Il costo

D)La velocità al cambiamento 

In sintesi: sì, siamo cambiati molto, meglio dieci abiti scarsi senza qualità e identità, piuttosto che due di livello maggiore ma indossati più volte. Questo atteggiamento però penalizza tantissimo sia lo stile italiano nel mondo, sia la classe, sia l’identità individuale”.

D- Questa moda che inquina non solo i fiumi, ma anche i cervelli, ha trasformato l’eleganza in un’uniforme di plastica. Lei, che modella non prova nausea nel vedere come l’uomo contemporaneo preferisca apparire fotocopiato piuttosto che essere unico?

R- “A questa domanda risponderei gli stessi concetti della prima. Il consumismo è la morte dell’identità individuale, sia nello stile, sia nel pensiero”.

D-C’è una solitudine terribile nel fare le cose bene quando tutti le fanno in fretta. Quante volte ha avuto voglia di buttare all’aria i suoi strumenti e arrendersi a questa società che preferisce un logo stampato a una cucitura fatta a regola d’arte?

R- “Tantissime volte mi sarei arresa, soprattutto come dice lei, quando una firma supera tutto. Qui però il concetto è diverso. Quella firma rappresenta uno status sociale. Ma la mia domanda è: quale status?  quale livello?” 

D- Oggi tutti si riempiono la bocca con la parola ‘sostenibilità’ per vendere stracci sintetici. Lei che combatte con la materia vera, quanto la offende questo ambientalismo da salotto fatto da chi non ha mai visto il sudore di un laboratorio?

R- “Mi offende tanto, e il significato di alcune parole, stanno perdendo la loro verità.

Prendiamo come esempio il ‘BIO’; le mie origini sono calabresi, ricordo benissimo l’orto di mio nonno o la “pagnotta di pane di casa”. Per i pomodori c’era la terra l’acqua e il sole. Per il pane, la farina del mugnaio, acqua e lievito. Oggi questo viene definito BIO quando in realtà è solo natura e fatica. Uguale per i tessuti, per quelli naturali ci vuole la stessa fatica dell’orto, rispetto a quelli sintetici.

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Potete trovare le creazioni di Elisa Buono sul sito:

https://elimeliart.it/

o sulla pagina facebook

https://www.facebook.com/profile.php?id=100093355862888

D- Se la qualità è diventata un lusso per pochi, e la mediocrità un obbligo per molti, mi dica francamente: chi vincerà questa guerra? La sua pelle conciata al vegetale o la plastica che sta soffocando il mondo?

R- “Onestamente non le so rispondere, non perché non abbia un’opinione (non farei quello che faccio), ma perché tutti viviamo la crisi economica globale. Certo la plastica costa meno, rispetto ad altre materie. Le fabbriche producono dieci prodotti al secondo, prezzo basso e tutti uguali…Ma quando la notte non dormo perché una cucitura non è come voglio, oppure il risultato non mi convince, e penso, scucio, rifaccio. Senza pensare a che ora è finché non sono soddisfatta, questo per me ha un valore enorme, non conta la fatica ma il risultato e….spero che sempre più persone riprendano ad apprezzare quel sarto che continua a creare guardando solo chi sei”.

Mentre fuori il 2026 muove i suoi primi passi incerti, resta qui sul tavolo la Nairobi. Quel tessuto Gobelin con motivi tribali sembra un riassunto di ciò che ci siamo dette: una trama complessa, densa di radici. È perfetta per una serata elegante e raffinata perché sa essere delicatamente protagonista; attira l’attenzione senza pretenderla, proprio come la verità che abbiamo cercato oggi. Brindo a questo anno nuovo: che ci insegni a stare al mondo così, con l’eleganza di chi non ha bisogno di gridare per esistere. 

Alzo il bicchiere a questo 2026, sperando che somigli più alla trama di un Gobelin che al vuoto di certi discorsi; un po’ come il nostro confronto.

Category: Costume e società, Cronaca, Cultura

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