NEL SUO SAGGIO DEDICATO AGLI “Intrecci” FRA MAFIA E POTERI FORTI, DOMENICO SCAPATI RIPERCORRE ANCHE LA STORIA DEL BANDITO SARDO GRAZIANO MESINA

di Cristina Pipoli ___________
C’è una parola che Domenico Scapati usa nel suo libro, “intrecci”, ed è una parola dannatamente giusta per raccontare la storia di quest’uomo, Graziano Mesina, il bandito di Nuoro. Una storia italiana di quelle che tolgono il respiro per la loro assurdità. Non è la cronaca romantica di un pastore tra le rocce del Supramonte, è la storia cruda di un criminale che ha sfidato lo Stato e di uno Stato che, per troppi anni, ha accettato la sfida senza mai vincerla davvero.
Nato a Orgosolo il 4 aprile 1942, in una Sardegna aspra e senza sconti, Mesina comincia presto. A quattordici anni, nel 1956, il primo arresto per un fucile rubato. È l’inizio di una carriera che definire criminale è poco: sequestri di persona, omicidi, rapine, droga. Tutta la litania dell’orrore che ha insanguinato il nuorese. Diventa la “primula rossa”, un’icona per i balordi e un incubo per la gente perbene. Cinque milioni di lire di taglia per un uomo capace di tentare l’evasione ventidue volte, riuscendoci in dieci. Fughe da circo: dai muri di Sassari al salto da un treno in corsa. Ogni sua fuga è stata uno schiaffo in faccia a chi credeva ancora nella legge e nell’ordine.
Proprio in questo contesto brutale, tra i rovi e il codice dell’omertà, si è forgiata la tempra dei carabinieri onesti. La storia insegna che i servitori dello Stato più integri si sono formati sul campo, a Nuoro, affrontando il banditismo faccia a faccia, nel fango delle latitanze e nel rigore morale di chi non scende a patti. La loro formazione non è avvenuta nelle aule, ma nella resistenza quotidiana a un sistema che tentava di piegarli. Essi rappresentano l’unica risposta possibile agli “intrecci” descritti da Scapati: il volto di uno Stato che non tratta con l’infamia.
Ma il marcio emerge quando il crimine e il potere si toccano, si strizzano l’occhio, si cercano. Scapati scava esattamente in questo punto: dove la legalità si fa nebbia. Mesina ne è stato il protagonista assoluto. Si pensi alla mediazione per il sequestro di Farouk Kassam nel 1992: un criminale che tratta per conto delle istituzioni. È qui che la dignità dello Stato vacilla. E il premio arriva puntuale: la scarcerazione e poi quella grazia concessa da Carlo Azeglio Ciampi nel 2004. Un atto che sa di resa e di compromesso politico, non certo di giustizia.
Da uomo libero, Mesina ha osato persino reinventarsi guida turistica a Orgosolo, portando i curiosi nei luoghi della sua latitanza. Una farsa grottesca che sembrava voler cancellare il sangue con il folklore. Ma la natura di certi uomini non cambia, si mimetizza soltanto. Il 10 giugno 2013 la realtà torna a galla: un nuovo arresto per traffico di droga e associazione a delinquere. La maschera cade definitivamente, rivelando che il bandito non se n’era mai andato.
Graziano Mesina è morto l’11 aprile 2025, stroncato da un tumore poco dopo essere uscito di galera per motivi di salute. La sua parabola si chiude nel silenzio di un letto d’ospedale, ma il suo fantasma resta lì, a ricordarci le domande sospese: chi lo ha protetto? Chi ha permesso che un bandito giocasse a fare l’uomo d’onore per decenni? La risposta è tra le pagine di Scapati. È nel torbido potere di certi apparati dove il confine tra il diritto e il delitto è spesso solo un intreccio ben orchestrato.
I carabinieri onesti in questo scenario erano il bersaglio di chi quegli “intrecci” voleva mantenerli vivi. La corruzione, quando presente, si annidava dove il dovere di arrestare il bandito cedeva il passo alla convenienza politica di usarlo come pedina. Il libro di Scapati ci insegna proprio questo: che i carabinieri onesti sono stati i primi a essere traditi quando lo Stato ha deciso di trattare con l’infamia invece di combatterla.



























