LE MERAVIGLIE DEL SALENTO. UNO STUDIO DELL’UNIVERSITA’ DI MILANO SULLE TESTIMONIANZE PREISTORICHE DELLA GROTTA ROMANELLI A CASTRO APRE NUOVI SCENARI DI CONOSCENZA

L’Ufficio Stampa dell’Università degli Studi di Milano ci manda la seguente comunicazione __________
Grotta Romanelli (Lecce): il riesame di nove pietre figurative apre nuove prospettive sulle dinamiche culturali e artistiche nel Mediterraneo alla fine del Paleolitico superiore
Uno studio dell’Università Statale di Milano ha riesaminato nove pietre con temi figurativi provenienti da Grotta Romanelli (Lecce). L’analisi aggiorna il quadro delle raffigurazioni note, individuando 15 figure zoomorfe e un raro soggetto antropomorfo, mettendo in luce novità nei temi, negli stili e nell’inquadramento cronologico e offrendo uno sguardo nuovo sulle dinamiche culturali nel Mediterraneo alla fine del Paleolitico superiore. Il lavoro è stato pubblicato su Journal of Archaeological Science: Reports

Milano, 9 marzo 2026 – Affacciata sulla costa del Salento, Grotta Romanelli (Castro, Puglia) custodisce uno dei più ricchi patrimoni di arte mobiliare paleolitica d’Italia: un insieme di quasi 200 oggetti decorati su pietra e osso, con temi e tecniche differenti. Un patrimonio che, nonostante la sua importanza, è stato finora solo parzialmente pubblicato e studiato in modo sistematico.
Ora, un nuovo studio coordinato da Dario Sigari, ricercatore di Archeologia dell’Università degli Studi di Milano, nell’ambito del progetto di ricerca Dec.O. (Decorated Objects of Romanelli Cave, a key site of the Late Pleistocene–Early Holocene Mediterranean) ha riesaminato le pietre con raffigurazioni figurative, in tutto nove, per chiarirne contesto, stile, tecniche e cronologia. La ricerca è stata realizzata durante due anni di borsa post dottorato, finanziata dalla Fondation Fyssen, tra il laboratorio del CNRS francese TRACES di Toulouse (Francia) e l’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale (ISPC) del CNR italiano, con la collaborazione di diversi enti, tra cui l’Università Sapienza di Roma, che dirige lo scavo a Grotta Romanelli, e l’Istituto Italiano di Paleonotologia Umana, il Museo delle Civiltà di Roma, e il Museo Archeologico di Taranto, che conservano i reperti studiati da Sigari.
Il lavoro, pubblicato sulla rivista Journal of Archaeological Science Reports, aggiorna il quadro complessivo delle figure note a Grotta Romanelli, rinvenute in diverse campagne archeologiche tra il 1900 e il 1960, e mostra che, all’interno di una produzione in cui prevalgono segni e motivi non figurativi, le pietre incise con motivi figurativi sono nove e le unità grafiche identificate sono sedici: quattro pesci, tre bovini, due asini selvatici, una cerva, un cervo, un canide, un cinghiale, un leone delle caverne, un animale indefinibile e un raro soggetto antropomorfo, ossia una rappresentazione fallica. Quest’ultima è importante perché indica che, a Grotta Romanelli, tra i motivi figurativi compaiono non solo soggetti zoomorfi ma anche antropomorfi.
“Questo studio dimostra una serie di novità che riguardano i temi, gli stili e la cronologia e impone uno sguardo diverso sulle dinamiche culturali verificatesi attorno al Mediterraneo alla fine del Paleolitico superiore” spiega Dario Sigari.
Prima di tutto, grazie al nuovo inquadramento stratigrafico e cronologico, la ricerca amplia i limiti cronologici delle nove pietre a un periodo più antico rispetto a quello che si riteneva nel passato, collocandole tra circa 13.400 e 10.400 anni fa (nella fase finale dell’Epigravettiano).
Un altro aspetto che emerge è il rapporto tra “globale” e “locale”. Da un lato, temi e caratteristiche stilistiche confermano la diffusione a livello europeo di una tradizione visiva condivisa, dovuta probabilmente all’espansione demografica e allo sviluppo di una rete di contatti; dall’altro, la presenza di alcuni soggetti – come pesci, cinghiale, canide o leone delle caverne – suggerisce l’influenza del paesaggio e delle condizioni ambientali circostanti nell’immaginario preistorico, attestando così lo sviluppo di tradizioni locali.
Anche le tecniche mostrano variabilità: le figure sono realizzate principalmente con incisioni, ma in almeno due casi compaiono tracce di pigmento rosso (ematite), a indicare che pittura e incisione potevano convivere. Inoltre, su alcune superfici si leggono sovrapposizioni di segni e incisioni, indizio di correzioni e possibile riuso delle pietre stesse.
La reinterpretazione dei motivi figurativi dell’arte mobiliare di Grotta Romanelli colloca queste decorazioni nel cosiddetto “quinto stile”: una fase tardo-glaciale dell’arte paleolitica caratterizzata dalla convivenza tra un naturalismo semplificato e uno schematismo.
“Lo studio mira a riportare Grotta Romanelli al centro del dibattito preistorico internazionale, valorizzando allo stesso tempo l’importanza della revisione delle collezioni storiche e della ricomposizione, seppur virtuale, di un patrimonio oggi disperso. Ne emerge l’auspicio di una futura riunificazione dei reperti, anche temporanea, per una restituzione pubblica di un patrimonio archeologico di rilevanza cruciale per l’intero contesto europeo e mediterraneo”, conclude Dario Sigari.
Ufficio Stampa Università degli Studi di Milano
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