IL PREZZO DEL “NO”. Giudici intoccabili e sentenze creative
Melcore________Se c’è una cosa che il nostro Paese non si fa mancare mai, è la fantasia. La esportiamo nel mondo con l’arte, il cibo, la moda e, a quanto pare, anche con la Giurisprudenza. C’era stato chi dall’interno del Governo aveva dichiarato che se vinceva il NO, ci sarebbero stati Magistrati che sapendo di non dover dare conto a nessuno avrebbero interpretato la legge a loro piacimento. In tanti ci siamo fatti delle grandi risate e abbiamo votato NO. Gli italiani hanno fatto sapere che a loro va bene che i giudici non vengano sanzionati e che se sbagliano non paghino, ma soprattutto gli va bene che gli inciuci con una parte politica continui come è avvenuto in passato.
In democrazia il voto dei cittadini è sacro, gli italiani hanno votato NO…ma c’è un però. C’era una volta il Codice Penale, un tomo noioso e polveroso dove a una determinata azione corrispondeva una determinata sanzione. Oggi, invece, le aule di tribunale assomigliano sempre di più a dei salotti letterari dove la legge non si applica, ma si interpreta, si modella, si smussa a seconda delle vibrazioni cosmiche o dell’ispirazione del magistrato di turno.
Siamo passati dalla certezza del diritto alla “creatività del diritto”. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti, in un cortocircuito logico che lascia i cittadini perplessi e, giustamente, indignati.
Partiamo dall’ultimo capolavoro giurisprudenziale, la sentenza della Corte d’Appello di Bologna sui due seguaci italiani del movimento Hare Krishna. La legge italiana, quella scritta nero su bianco, parla chiaro in materia di stupefacenti. Se vieni trovato nel bosco con 32 piante di cannabis, 48 grammi di erba pronta e un po’ di hashish, solitamente il sistema ti presenta il conto. E invece no.
I due “santoni” dell’Appennino tosco-romagnolo vengono assolti perché “il fatto non sussiste”.
Il motivo? Quelle piante non erano droga, ma “liturgia”. Un bel ribaltamento di fronte. Gli avvocati hanno dimostrato che l’erba serviva per onorare il dio Shiva e i giudici, di fronte al sacro, hanno chinato il capo.
Insomma, se ti fumi uno spinello al parco sei un tossicodipendente passibile di sanzione, se dici di farlo davanti a un altare votivo induista in una baita senza riscaldamento, sei un devoto tutelato dalla libertà religiosa. Il confine tra il reato e l’estasi mistica non lo stabilisce più il Testo Unico sugli Stupefacenti, ma il pantheon delle divinità a cui scegli di votarti.
Questo clima di giustizia “a la carte” genera un tale senso di smarrimento che l’opinione pubblica non ha più fiducia nelle istituzioni in generale e nella Magistratura in particolare.
Infatti poco più di due anni fa, durante un processo in cui la moglie denunciò il marito bengalese perché la picchiava, il Pubblico Ministero, ossia il PM, quello che dovrebbe perorare le tesi dell’accusa ebbe la brillante idea di chiedere l’assoluzione mettendo nero su bianco che gli abusi dell’uomo erano “il frutto dell’impianto culturale e non della sua volontà di annichilire la coniuge”. Avete capito? Se io vengo da un paese africano dove è normale prendere a mazzate la moglie perché in quel paese la cultura me lo permette posso farlo anche in Italia.
Rendiamoci conto della gravità, un rappresentante dello Stato, pagato per far rispettare le leggi italiane, ha teorizzato che la prevaricazione su una donna potesse essere giustificata, o quantomeno compresa, dal “background culturale” dell’aggressore. La follia di questo “relativismo giuridico” è stata tale che il Procuratore Capo di Brescia è dovuto intervenire pubblicamente per dissociarsi dalle parole del suo stesso PM, ribadendo che la Costituzione Italiana non ammette deroghe culturali sui diritti umani. Qualcuno sanzionerà quel Magistrato per le castronerie che ha detto? NO! del resto gli italiani hanno votato NO!
Category: Costume e società






























