TRA TRADIZIONE E RINNOVAMENTO LE NUOVE SFIDE VINCENTI DEL MADE IN ITALY

| 13 Aprile 2026 | 0 Comments

di Mario Bozzi Sentieri ______________

Immersi come siamo nelle trasformazioni economiche e tecnologiche del Terzo Millennio, non sempre siano in grado di percepirne, per il nostro Paese,  il “peso”, l’incidenza internazionale, l’influenza sul reddito delle famiglie, la trasformazione produttiva dei territori.

Un utile orientamento è ora il report Le nuove sfide del Made in Italy, elaborato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e curato dal professor Marco Fortis, in vista della Giornata Nazionale del Made in Italy, prevista per il 15 aprile.

Un primo dato ad emergere è che, seppure piccola, l’Italia ha saputo conquistare, anno dopo anno, il quarto posto al mondo per export,  esclusi veicoli ed energia (dietro Cina, Stati Uniti e Germania) ed addirittura il terzo posto assoluto per surplus, sempre esclusi veicoli ed energia (dietro Cina e Germania).

Dal  report Le nuove sfide del Made in Italy emerge che il modello manifatturiero del nostro Paese, un tempo assai criticato, con poche grandissime imprese,  ma protagonista e leader in tante specializzazioni medio grandi e di nicchia, in realtà oggi ci favorisce e ci pone in una situazione assai diversa, ad esempio, da quella della Germania e delle sue grandi multinazionali concentrate in pochi settori con elevate economie di scala.

Ma come è cambiato il Made in Italy negli ultimi venti anni?  

Chi continua a pensare al Made in Italy come sinonimo di moda, arredocasa e agroalimentare – il modello delle “cinque A” (Agroalimentare, Abbigliamento, Arredocasa, Automazione, Auto) – si trova di fronte a numeri che raccontano un’altra storia.

Nel 2004 i quindici principali prodotti del comparto tradizionale erano in testa con 26,8 miliardi di dollari di surplus, contro i 14,1 miliardi del NMI (“Nuovo” Made in Italy  – farmaceutica, cosmetica, occhiali, alimentari e bevande, cantieristica).

Nel 2024 la situazione si è rovesciata: il NMI ha raggiunto 62 miliardi di surplus – il 42,8% del totale dei quarantacinque prodotti analizzati – contro i 44,9 miliardi della Meccanica e i 38 miliardi del MIT (il Made in Italy tradizionale  – tessile, abbigliamento, pelletteria, calzature, mobili, ceramiche).  In vent’anni il peso relativo del nuovo Made in Italy è più che raddoppiato, passando dal 17,8% al 42,8% del totale.

Il Made in Italy si è in definitiva  evoluto negli ultimi decenni, con l’affermazione di cinque nuove filiere, che si sono affiancate a quelle classiche. Tra queste filiere, troviamo l’Economia della Salute, alla cui base ci sono i Dispositivi Medici e la Farmaceutica, che si è contraddistinta per una significativa crescita delle esportazioni italiane negli ultimi anni. Le filiere dell’Economia dello Spazio e delle Industrie della Difesa operano in un ambito caratterizzato da crescenti opportunità di investimento nei domini ad alta intensità tecnologica.

Analogamente, la filiera della Blue Economy e Cantieristica esprime un’eccellenza tutta italiana, con  l’Italia che si afferma come leader nella produzione di grandi navi e di superyacht, mentre emergono nuove attività legate alla tutela degli ecosistemi marini e alla generazione di energie rinnovabili.

Chiudono il quadro, due filiere legate al comparto terziario dell’economia, che costituiscono il cuore della capacità attrattiva  nazionale e valorizzano due pilastri fondamentali dell’identità italiana: la storia e il territorio. Si tratta delle filiere dell’Accoglienza, Turismo e Tempo Libero e delle Industrie Culturali, Creative e dell’Editoria, che rappresentano la dimensione più immateriale del Made in Italy. Pur non richiedendo ingenti investimenti produttivi iniziali, queste filiere generano un significativo effetto moltiplicatore sull’intera economia, consolidando il prestigio e la riconoscibilità dell’Italia nel mondo.

La capacità di adattamento (rispetto ai nuovi contesti) e di innovazione dell’Italia ha anche determinato una forte attrattività del nostro Sistema Paese.  Sul fronte degli investimenti esteri diretti, l’Italia ha infatti attirato  circa 92,1 miliardi di dollari tra il quarto trimestre 2022 e il terzo trimestre 2025, con una crescita del 20% negli ultimi tre anni. Nel 2025 il Global Attractiveness Index di Ambrosetti ha visto l’Italia avanzare dal 19° al 16° posto mondiale.

I dati macroeconomici completano il quadro. Il PIL è cresciuto dello 0,54% nel 2025, con la domanda interna a sostenere la crescita nonostante il contributo negativo della domanda estera netta. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 6,4% al 5,6% tra dicembre 2024 e dicembre 2025, unico caso tra i Paesi del G7 dove invece la disoccupazione è aumentata ovunque. Secondo l’Ocse, l’Italia è l’unico Paese del G7 in cui il reddito lordo reale delle famiglie ha registrato una crescita positiva nell’ultimo periodo analizzato: +1,7% nel terzo trimestre 2025 rispetto al trimestre precedente, in base ai dati destagionalizzati. Tutti gli altri Paesi (mancano i numeri aggiornati per il Giappone) stanno addirittura arretrando o sono quasi fermi: Stati Uniti e Canada entrambi -0,1%; Francia -0,3%; Regno Unito -0,8%; Germania +0,5%.

Il confronto è ancora più marcato se si considera la variazione reale tendenziale del reddito famigliare su base annua, cioè rispetto al terzo trimestre 2024: Italia +3,1%; Stati Uniti +1%; Germania +0,2%; Canada +0,1%; Gran Bretagna e Francia entrambe -0,4%. L’Ocse spiega che l’aumento del potere d’acquisto in Italia “è guidato dall’aumento delle retribuzioni degli occupati e dei redditi immobiliari”. Gran parte di questa crescita del reddito famigliare italiana per il momento si è dirottata soprattutto a ricostituire i risparmi dopo l’inflazione, ma una fetta importante si è trasformata anche in consumi, che in questa fase stanno sostenendo il PIL assieme agli investimenti. Le statistiche dell’OCSE ci permettono anche di effettuare delle comparazioni di lungo periodo sulla dinamica del reddito disponibile famigliare negli ultimi sei anni. Manca il dato del potere d’acquisto pro capite aggiornato del Giappone, che è ancora fermo al primo trimestre del 2024, ma che fino ad allora mostrava una dinamica negativa.

A livello normativo l’approvazione della Legge sul Made in Italy è la svolta che consente di portare in primo piano la valorizzazione, la promozione e la tutela del nostro patrimonio. Con essa è stato istituito anche il Liceo del Made in Italy che offre un percorso scolastico orientato all’economia, alla cultura industriale, al diritto commerciale e alle lingue straniere, per formare competenze allineate alle filiere produttive strategiche del Paese. Affinché i percorsi formativi siano coerenti con le direttrici di sviluppo del Paese, in supporto al Liceo, è stata istituita la Fondazione Imprese e Competenze per il Made in Italy, che promuove il raccordo tra formazione e fabbisogno delle imprese, diffonde la cultura d’impresa tra gli studenti e coordina risorse e sinergie a partire dai principali distretti industriali.

Rispetto a questo quadro consolidato, la nuova strategia per il Made in Italy 2030, il  Libro Bianco Made in Italy 2030 del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, presentato nel gennaio scorso,   rappresenta  la prima strategia industriale organica adottata dall’Italia in oltre 30 anni, e delinea una visione complessiva e di lungo periodo per il sistema industriale nazionale in una fase di profondi cambiamenti strutturali, definendo  un quadro di politiche coerenti e  riaffermando il ruolo della politica industriale come risposta a quattro grandi transizioni strutturali, demografica, geopolitica, digitale e verde.

Ad emergere,  in questo quadro complesso ed in profonda trasformazione,  un   Made in Italy  che vive contemporaneamente di tradizione e di rinnovamento, dinamico,  ben presente a livello nazionale ed internazionale. Un’immagine  diversa rispetto a  quella di una Paese stanco ed inadeguato, veicolata, in sede politica,  da certe forze d’opposizione. Laddove i numeri danno ragione all’impegno di Governo (con una nuova ed organica strategia industriale) qualcosa va tuttavia   fatto – in termini comunicativi – per “veicolare” quanto realizzato ed in via di realizzazione. Non basta insomma governare bene, ma è necessario che di questi processi sia consapevole la più vasta opinione pubblica.

                                                                                  

Category: Costume e società, Cronaca, Politica

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