A TU PER TU CON MARCELLO VENEZIANI: TRA NOSTALGIA E RINASCITA
Melcore Valerio___Ieri sera, le navate della chiesa di San Sebastiano a Galatone hanno fatto da magnifica e suggestiva cornice alla presentazione dell’ultimo libro di Marcello Veneziani, “C’era una volta il Sud”. Io, tenendo fede al mio personale copione, sono arrivato in ritardo. Quando ho varcato la soglia, la messa… pardon, la presentazione era già nel vivo, e la chiesa si presentava stracolma, densa di quell’atmosfera vibrante che in provincia si respira solo nelle grandi occasioni, quelle solitamente riservate ai battesimi, ai matrimoni o ai funerali di riguardo.
Vi fermo subito, però, quello che andava in scena non era affatto l’elogio funebre del Meridione, né il requiem malinconico della sua identità o delle sue tradizioni. Al contrario, si respirava il racconto di una possibile, ostinata rinascita. Veneziani ha messo sul tavolo un concetto tanto limpido quanto fondamentale: la Tradizione non è un reperto da museo da conservare sotto spirito. Per poter sopravvivere e continuare a pulsare, deve sapersi trasformare, accettando l’inevitabile e fecondo confronto con le sfide della modernità.
Guardandoci intorno, è esattamente ciò che è successo agli storici apparati delle nostre feste salentine, le celeberrime luminarie. Non parliamo di semplici abbellimenti, ma di vere e proprie cattedrali di luce, opere d’arte effimera che, specialmente nel cuore delle feste patronali, hanno il potere di trasfigurare i borghi del Salento in scenari onirici e fiabeschi. Questi vertiginosi allestimenti, che affondano le loro radici direttamente negli eccessi visivi del periodo barocco, rappresentano oggi un connubio irripetibile tra devozione popolare, sopraffina maestria artigiana e puro spettacolo scenografico. Sono nate secoli fa con modeste ciotole e tremolanti fiammelle alimentate a olio; poi hanno conosciuto il calore delle lampadine a incandescenza, il rigore dei led, e oggi sfoggiano architetture stroboscopiche capaci di generare coreografie visive richieste, esportate e ammirate da un capo all’altro del mondo. Eccola qui, la tradizione perfetta, quella che non teme di abbracciare il futuro per continuare a splendere.
Dopo i doverosi saluti istituzionali e gli interventi delle autorità presenti, tra i quali ha indubbiamente spiccato la riflessione acuta e puntuale dell’Assessore alla Cultura del Comune di Galatone, il professor Francesco Danieli, il microfono, come da rito, è passato alla platea per il momento delle domande all’autore.
Io, che dal mio cantuccio speravo di potergli strappare una vera e propria intervista a tu per tu, avevo fatto diligentemente i compiti a casa e mi ero preparato per l’occasione le mie brave sette domandine, appuntate sul cellulare. Sono rimaste lì, inespresse nel brusio della sala, ma ecco le principali questioni su cui avrei voluto interrogarlo frontalmente:
Sul valore politico e sociale della nostalgia. “Nel suo libro la nostalgia non appare come un semplice ripiegamento malinconico, ma quasi come un potente strumento di resistenza. Pensa che oggi la nostalgia possa essere considerata una forza attiva, capace di ispirare un’alternativa reale all’omologazione del presente, o è destinata a rimanere un rifugio puramente intimo e consolatorio?”
Sul rischio della romanticizzazione. “Il Sud che lei descrive è denso di mito, sacralità e dignità, ma storicamente è stato anche teatro di miseria, latifondismo feroce ed emigrazione dolorosa. Come si bilancia la necessità di salvare la bellezza di quella civiltà contadina con il rischio di idealizzare un passato che, per molti aspetti, era oggettivamente aspro e crudele?”
Sul dialogo intergenerazionale. “Lei definisce il Meridione come ‘l’infanzia del mondo’. Quale messaggio spera che un giovane nato al Sud oggi – magari costretto a emigrare per lavoro o totalmente immerso in una cultura iper-connessa e globale – possa cogliere sfogliando questo ‘album di famiglia’? È ancora possibile per le nuove generazioni abitare quel ‘Sud dello spirito’?”
Sull’impatto della modernità e del digitale. “Viviamo nell’era dell’intelligenza artificiale, dei social media e della memoria costantemente esternalizzata e digitalizzata. In che modo questa rivoluzione tecnologica sta alterando il nostro rapporto con i riti, i miti e la lentezza che caratterizzavano il mondo raccontato nel suo libro? C’è il rischio che la memoria diventi solo un freddo archivio di dati anziché un’eredità viva e palpitante?”
Sull’alchimia tra immagine e parola. “In ‘C’era una volta il Sud’, la sua prosa dialoga fittamente con la fotografia d’epoca. Da intellettuale abituato a fendere la realtà con il bisturi della parola, cosa le ha permesso di catturare l’immagine fotografica che la sola scrittura non riusciva a scalfire o a esprimere compiutamente?”
Sulla vertigine dello scatto. “Sfogliando l’immenso archivio iconografico selezionato per questo libro, c’è stata una singola fotografia, un volto antico, un vicolo o uno scorcio in grado di costringerla a fermarsi, sopraffatto dalla commozione, per sussurrare a se stesso: ‘Ecco, l’anima del Sud è tutta racchiusa qui’?”
Sulle tracce del Sud che resiste. “Per chiudere, Dottor Veneziani: esiste ancora, su qualche mappa fisica o emotiva, un luogo, un paese o persino un istante sfuggente in cui lei ritrova intatto quel ‘Meridione dello spirito’? Dove dovremmo incamminarci oggi per andarlo a cercare?”
Eppure, la cronaca degli eventi impone a volte di fare un passo indietro. Dopo aver ascoltato i primi, densi interventi sollevati dal pubblico, ho realizzato che estrarre il mio telefonino avrebbe significato solo sovrappormi a riflessioni già ampiamente evocate. Così, ho optato per la resa incondizionata del cronista, sono rimasto rintanato nella mia ultima fila, a godermi il privilegio di un religioso, attentissimo silenzio.
A tirare le fila della serata, alla fine, è stato lo stesso Marcello Veneziani, regalando alla platea una sintesi di rara densità filosofica. Un monologo che ha toccato vette altissime, riassumibile in questi termini:
“Parliamo di un mondo che, assecondando il corso inesorabile del tempo, sta scomparendo. Ma è un mondo che esige di essere ricordato, oggi più che mai, per il potente e magnetico richiamo che è ancora in grado di esercitare. Viviamo schiacciati in una società in cui l’economia si atteggia a sovrana assoluta, l’unica regina a dettare le regole dell’esistenza. Eppure, dobbiamo avere la lucidità di affermare che il Sud vive lacerazioni e dinamiche che sfuggono ai freddi calcoli, i suoi problemi derivano intimamente dalla sua cultura, dalla sua anima, da nodi che di puramente economico non hanno nulla. Indagare questo aspetto è un processo fecondo, che fortunatamente non si è limitato a una cerchia ristretta di intellettuali, e questo è un fatto di vitale importanza.
Per addentrarci in un territorio ancora più complesso, vorrei evocare una figura immensa: padre Pavel Florenskij. Parliamo di una delle intelligenze più taglienti e delle anime più cristalline dell’intero Novecento. Era presbitero e un padre amatissimo dai suoi innumerevoli figli, ma al contempo scienziato, filosofo, teologo, un formidabile esegeta dei simboli e dell’architettura; era considerato, a tutti gli effetti, il Leonardo da Vinci del suo secolo. Molti aspetti della Tradizione che abbiamo sfiorato in questa nostra conversazione si legano proprio alla sua grandiosa capacità di scorgere la vera sostanza celata dietro le icone. Perché, vedete, il pensiero delle icone, la teologia dell’immagine, è una prerogativa fortemente, intimamente meridionale. Il Sud non si racconta solo attraverso i testi, il Sud parla attraverso le facce, i solchi sulla pelle. La sua è una cultura prepotentemente visiva. Non solo letteraria, ma figurativa, carnale, una cultura del corpo. E Florenskij ha teorizzato tutto questo. Essendo russo, ha compiuto il miracolo di pizzicare, con precisione assoluta, le corde più intime e sensibili dell’anima mediterranea e meridionale.
Ed è proprio risalendo da questa inaudita profondità che si sprigiona la vera forza della vita. Quella capacità, quasi eroica, di tenere insieme due movimenti diametralmente opposti. Il saper restare immobili, piantati nella propria terra, e il saper partire per esplorare l’ignoto. Ma, al di sopra di tutto, si erge il coraggio di saper tornare. L’umanità intera, in fondo, si regge e si costituisce su questi tre pilastri: la restanza, la partenza e il ritorno. Tornare non è una sconfitta, è il destino ultimo dell’uomo. Le idee se ne stanno fisse e immobili nella loro dorata dimora, le macchine corrono frenetiche in ogni luogo. Ma l’uomo, l’uomo autentico, torna. Torna sempre alle sue radici. E le nostre radici, questa sera, sono qui”.
A conclusione della serata un’arzilla signora di 96 anni, battendo con maestria il suo tamburello ha intonato una dolcissima canzone nella lingua del Salento.

Category: Costume e società






























