L’INTERVISTA / MADE IN ITALY: SANGUE, PETROLIO O LINFA VITALE? ELISA BUONO: “La convinzione in quello che faccio mi rende competitiva ogni giorno. Il rumore delle macchine da cucire è il mio inno nazionale”

di Cristina Pipoli ______________
Siamo un Paese di sarti che vestono i manichini del potere e di cronisti che scrivono sotto dettatura dei ministeri. Mentre i palazzi romani stappano spumante per celebrare l’eccellenza, io sono andata dove l’eccellenza ha le unghie spezzate e le bollette che scottano. Ho chiesto a Elisa Buono se questa festa fosse un omaggio o un’estrema unzione. Le risposte non piaceranno a chi vive di passerelle.
D- Da pochi giorni si è conclusa la Giornata Nazionale del Made in Italy, una ricorrenza che parla di radici. Ma andando al sodo: quanto sangue e quanta rabbia ci sono nelle sue borse Elimeli? È questo che le rende davvero ‘italiane’, o è solo una questione di un’etichetta cucita all’ultimo momento per l’occasione?
R- “Onestamente di ‘sangue’ ce n’è tanto. Ma non la definirei rabbia, piuttosto determinazione e convinzione nel Made in Italy. Come dice Lei, si parla di radici molto profonde e di sicuro non basta un’etichetta per rappresentarle. Noi siamo stati i creatori della moda di classe, quella senza tempo, per cui credo che il rispetto per il nostro lavoro ci sia già: la cultura italiana ha un peso mondiale che nessun mercato asiatico può infangare”.
Il coraggio non è l’assenza di rabbia, ma la capacità di domarla per trasformarla in un punto perfetto. Mentre fuori si sventolano tricolori di poliestere, qui dentro il rumore della macchina da cucire è l’unico inno nazionale che non ammette stonature. È la dignità di chi non aspetta il permesso di esistere.
D- Se potesse parlare a chi ha istituito questa giornata, chiederebbe un applauso o chiederebbe rispetto per chi, come Lei, trasforma la materia in pensiero?
R- “Credo che la cultura italiana abbia un valore nel mondo non indifferente e che il rispetto sia già consolidato nei fatti. Personalmente mi rispecchio molto nella figura di Da Vinci: magari è stato definito un mezzo matto, ma è rimasto fedele a se stesso ed è questo che conta. Che sia il 15 aprile o i giorni a seguire per me non cambia nulla, non è una data che rappresenta quello che faccio”.
Le istituzioni amano i geni morti perché non possono più alzare la voce per reclamare diritti. Celebrano Leonardo mentre ignorano i Leonardo vivi che si spezzano la schiena sui banchi di lavoro. L’applauso è il rumore dei mediocri; l’artigiano, invece, cerca il silenzio necessario per far parlare le mani.
D- Dicono che il Made in Italy sia il nostro ‘petrolio’. Ma se lo Stato si limita a dedicarvi una data sul calendario senza proteggere le vostre mani dalle imitazioni, quel petrolio non rischia di diventare una scoria che sporca la vostra fatica?
R- “Credo che in parte sia vero che il Made in Italy sia il nostro petrolio, anche se a differenza di quello ‘reale’ che arricchisce pochi, la nostra cultura arricchisce tutti. Noi possediamo il gusto e il culto della bellezza che nessun mercato ci può eguagliare, tanto meno portarci via”.
Il petrolio puzza, unge le tasche dei furbi e soffoca la vita. L’artigianato, invece, è aria pulita. Definire la bellezza ‘petrolio’ è l’estremo insulto di una politica che sa dare un prezzo a tutto ma non conosce il valore di niente. Il fango delle imitazioni copre le strade, ma la vera seta resta impermeabile allo squallore.
D- Essere competitivi il 15 aprile è facile: basta una bandiera. Ma come si resta competitivi nei giorni a seguire, quando i riflettori si spengono e lei resta sola davanti alla sua macchina da cucire?
R- “Non mi sento affatto una superstite; al contrario, mi definirei più una combattente che lotta per quello che produce e per portare nel mondo la nostra Italia. Nonostante le difficoltà e la fatica dovute alla saturazione dei mercati, la convinzione in quello che faccio è ciò che mi spinge a restare competitiva ogni giorno, indipendentemente dalle celebrazioni”.
La solitudine della bottega è un campo di battaglia. Quando le luci della ribalta si spengono, resta l’odore del tessuto e la stanchezza che morde le spalle. È lì che si decide chi è un impostore e chi è un soldato. La competitività non è un grafico di borsa, è la tigna di chi non si arrende all’evidenza di un mercato che vorrebbe tutto uguale, tutto mediocre, tutto subito.
D- Hanno scelto la nascita di Leonardo da Vinci per celebrare il Made in Italy. Lei, nel suo laboratorio, si sente un’erede di quel ‘saper fare’ o un’ultima voce che tenta di ripulire il mondo dall’omologazione?
R- “Mi sento una persona fedele a se stessa. Preferisco raccontare chi, con il cotone grezzo, prova a ripulire il mondo dall’omologazione, anche a costo di risultare scomoda. L’artigianato per me è linfa vitale, è il respiro di chi non si vende alle logiche dell’industria che soffoca la creatività”.
Essere fedeli a se stessi è l’unico vero atto di rivoluzione rimasto in questo secolo di plastica. Non è nostalgia, è resistenza. Perché mentre il mondo corre verso l’abisso dell’omologazione, c’è chi ancora sceglie di restare scomodo, sporcandosi le mani per mantenere pulita l’anima di un intero Paese. Il saper fare non è un’eredità da museo, è un grido di battaglia.
Nota di chiusura
Se questo articolo vi sembra amaro, è perché non abbiamo usato il dolcificante dei comunicati ufficiali. Preferite la rassicurante menzogna di una festa nazionale o la verità scomoda di chi, all’indomani delle celebrazioni, ricomincia a combattere da solo?

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LA RICERCA nel nostro articolo del 13 aprile scorso
Category: Costume e società, Cultura






























