INDOVINA CHI VIENE A CENA? / UN ALGORITMO COME AMICO

di Emanuela Boccassini ________________
Nel tempo la tecnologia ha cambiato il nostro modo di vivere e, inevitabilmente, anche quello di lavorare. Ogni innovazione ha portato con sé entusiasmo, possibilità nuove, ma anche timori.
Oggi l’intelligenza artificiale è entrata così rapidamente nella nostra quotidianità da far nascere una domanda che riguarda tutti: cosa resterà davvero umano nel lavoro di domani?
Molti temono di essere sostituiti, di diventare improvvisamente superflui. Eppure la storia ci insegna che l’uomo, davanti al cambiamento, non ha mai smesso di reinventarsi.
Il timore di essere sostituiti dalle macchine non è nuovo. Mi torna in mente il protagonista dei Quaderni di Serafino Gubbio operatore di Pirandello, schiacciato da una modernità che trasforma l’uomo in un ingranaggio.
A distanza di più di un secolo, la domanda resta la stessa: quanto spazio rimane all’essere umano quando la tecnologia diventa sempre più veloce, efficiente e onnipresente? Forse il punto non è temere l’intelligenza artificiale, ma capire come conviverci, lasciandole ciò che è ripetitivo e meccanico e preservando ciò che resta irriducibilmente umano: fantasia, intuizione, immaginazione, sensibilità e imperfezione.
Del resto, ogni trasformazione tecnologica ha distrutto alcuni lavori e ne ha creati di nuovi. Fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare professioni nate dalla comunicazione digitale e dalla costruzione di contenuti e relazioni.
Forse però il rischio più grande non è la sostituzione dell’uomo, ma l’abitudine alla velocità: risposte immediate, idee pronte, creatività istantanea. Alcune cose, invece, continuano ad aver bisogno di tempo per maturare. E forse la vera domanda non è se l’intelligenza artificiale ci somiglierà sempre di più, ma se noi sapremo ancora riconoscere ciò che ci rende diversi da lei.
E mentre queste domande restano aperte, il discorso si sposta naturalmente in un altro modo di raccontare il tempo: quello della tavola, degli oggetti, della presenza.
Il mio ospite di questa sera lavora ogni giorno dentro un cambiamento che riguarda tutti: quello del modo in cui la tecnologia sta riscrivendo il lavoro e le sue regole. Non è una figura esterna a questo processo, ma qualcuno che lo attraversa mentre accade, tra strumenti nuovi, competenze che si trasformano e domande che restano aperte. È da questo punto di osservazione, concreto e quotidiano, che nasce la conversazione di questa sera.
Fabio Ciracì è Professore Associato di Storia della Filosofia presso l’Università del Salento, dove è Presidente del Consiglio Didattico in Filosofia e Scienze Filosofiche e Direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca in Digital Humanities. Studioso della filosofia tedesca dell’Ottocento e del pensiero di Arthur Schopenhauer, affianca alla ricerca storico-filosofica un costante interesse per l’innovazione metodologica negli studi umanistici.
Da anni promuove il dialogo tra sapere umanistico e tecnologie digitali, contribuendo allo sviluppo di percorsi di ricerca e formazione dedicati al rapporto tra filosofia e intelligenza artificiale. Membro del direttivo nazionale dell’Associazione per l’Informatica Umanistica e la Cultura Digitale (AIUCD), concentra la propria attenzione sulle implicazioni culturali, etiche e sociali delle nuove tecnologie, interrogandosi sul loro impatto nella produzione della conoscenza, sulla paternità intellettuale e sulle trasformazioni del lavoro. Nel 2008-2009 ha avviato un laboratorio di informatica umanistica rivolto solo al corso di laurea in Filosofia e dall’anno 2009-2010 il corso è stato esteso a Scienze della Comunicazione di Lettere e Filosofia.
Il suo percorso di ricerca rappresenta un punto d’incontro tra tradizione filosofica, cultura digitale e riflessione critica sulle sfide del futuro, indagando l’impatto etico e la paternità intellettuale.
Questa sera siede a tavola non solo come accademico, ma come osservatore attento e partecipe di una trasformazione che sta riscrivendo le regole del nostro essere umani.
Una concretezza che inizia dai dettagli della materia: sulla tovaglia rosa antico poggiano piatti in ceramica bianca fatta a mano dai bordi irregolari, attraversati da un sottile profilo rosato che richiama il tessuto. Candele slanciate in piccoli candelieri d’ottone e vasi di fiori di campo bianchi e viola disposti ad altezze diverse scaldano l’atmosfera, creando un equilibrio sottile tra eleganza e imperfezione. Accanto, i tumbler completano la tavola come piccole sculture d’acqua. Ne ho scelti due per ogni ospite: uno più grande e uno più piccolo per il vino, entrambi attraversati da delicate venature a rilievo e il rosa della base sfuma leggermente sino al bordo.
Il menù di questa serata nasce dall’idea che ogni gesto del cucinare, come ogni forma di lavoro, abbia un suo tempo preciso: lento, immediato, controllato, imprevedibile. In ogni portata il tempo cambia natura, ma non scompare mai: è il filo invisibile che attraversa la cena.
Anche la musica segue lo stesso respiro, muovendosi insieme alle conversazioni come un pensiero che cambia direzione.
Rimango un attimo a guardare l’insieme, come per verificare che tutto trovi il suo equilibrio.
Poi il citofono interrompe la quiete.
È arrivato il mio ospite.
Lo accolgo, lo accompagno sulla terrazza e lo invito a sedersi mentre la musica inizia a riempire lo spazio: prima le atmosfere più riflessive di Battiato, quasi a creare un luogo di ascolto e presenza; poi, con il procedere della serata, le inquietudini contemporanee dei Radiohead, dove la modernità e le domande sul presente trovano la loro eco naturale; infine, le suggestioni di Bowie, che introducono il tema della trasformazione e del confine sottile tra ciò che siamo e ciò che diventiamo.
Porto a tavola l’antipasto, una tartare di manzo servita su una crema calda di parmigiano. Il crudo e il caldo si incontrano nello stesso piatto, come due approcci diversi allo stesso gesto: da una parte la precisione essenziale della materia, dall’altra la trasformazione che avviene subito, senza attesa. È l’inizio di un dialogo tra ciò che è istintivo e ciò che viene elaborato.
Fabio, ti occupi di informatica umanistica da tempi non sospetti. Ricordi il momento esatto in cui, davanti allo schermo, hai capito per la prima volta l’autentico salto di qualità dell’IA generativa nel tuo campo? Vedendo la macchina analizzare testi o formulare concetti, dietro lo stupore hai avvertito il brivido che a essere ridefinito fosse proprio il pensiero critico umano?
“Sono un lettore di Sci-Fi da Philip K. Dick ad Asimov. Chi frequenta quei mondi, in fondo, si aspetta che prima o poi qualcosa del genere accada. L’intelligenza artificiale, del resto, non nasce oggi: se ne parla fin dagli anni Cinquanta. La vera novità è l’intelligenza artificiale generativa.
Già da decenni esistono sistemi che compiono operazioni “intelligenti”: persino un termostato, in un certo senso, prende decisioni in base a determinate condizioni. Ciò che è cambiato negli ultimi anni è il paradigma. Non tanto perché siano nate nuove teorie matematiche o informatiche, ma perché si sono verificati due eventi decisivi.
Da una parte l’evoluzione dell’hardware, con microchip sempre più potenti che hanno sostituito le vecchie tecnologie; dall’altra l’enorme quantità di dati prodotta soprattutto dall’avvento dei social network. La combinazione tra capacità di calcolo e disponibilità di Big Data ha reso possibile lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa così come la conosciamo oggi”.
Prende un istante di pausa, quasi a separare il dato tecnico dall’immaginario che lo accompagna.
“Sì, il brivido c’è stato. Ma era un brivido che, in qualche modo, mi aspettavo fin da ragazzo, quando guardavo i film di fantascienza degli anni Settanta. Il nostro compito, però, è distinguere la realtà dalla narrazione. Non credo ai robot che conquisteranno il mondo o che finiranno per schiavizzare l’umanità. Quell’immaginario appartiene soprattutto alla fantascienza. A noi studiosi spetta il compito di demitizzare, di capire davvero che cosa sta accadendo, senza lasciarci guidare né dall’entusiasmo ingenuo né dalla paura”.
Mentre porto in tavola il primo, una passata di ceci arricchita da calamari scottati, penso a quanto spesso attribuiamo alle macchine qualità che appartengono solo agli esseri umani. Eppure, osserva il professore, la somiglianza è solo apparente. In questo piatto il tempo si sdoppia: da un lato la lentezza della cucina domestica, quella che richiede attesa e sedimentazione; dall’altro il gesto rapido e tecnico, che interviene con precisione.
Nel tuo lavoro di docente e ricercatore, c’è un’intuizione, un modo di interpretare un testo o di cogliere il dubbio negli occhi di uno studente che lei difende strenuamente, convinto che nessun algoritmo potrà mai replicarlo? E, guardando invece al percorso fatto finora, qual è la prima attività intellettuale o di ricerca che ha ceduto alla macchina quasi senza accorgersene, accettando che l’automazione potesse farla al posto suo?
“Nel rapporto con gli studenti, così come in quello con qualsiasi essere umano, la differenza rispetto alla macchina resta sostanziale. L’intelligenza artificiale è una tecnologia straordinaria, ma qualcuno l’ha definita uno specchio: simula. E in uno specchio vediamo immagini, non persone. Questa distinzione è fondamentale.
Del resto, la storia dell’informatica ci insegna che i computer sono stati progettati prendendo come modello il nostro modo di pensare. John von Neumann, ideando l’architettura che ancora oggi è alla base dei computer, si ispirò al funzionamento della mente umana: una capacità di elaborazione affiancata dalla memoria.
Abbiamo costruito le macchine partendo da noi stessi, ma questo non significa che coincidano con la nostra natura. Noi siamo organismi a base di carbonio, loro sono sistemi a base di silicio. E non è una differenza soltanto materiale: per svolgere operazioni simili, il cervello umano consuma una quantità di energia infinitamente inferiore rispetto ai grandi modelli di intelligenza artificiale.
Per questo il rapporto con una macchina non potrà mai essere lo stesso che abbiamo con un essere umano, o persino con un altro essere vivente. Le intelligenze artificiali simulano processi che ci sorprendono per efficacia, ma resta aperta una domanda filosofica decisiva: possiamo davvero chiamare “pensiero” ciò che producono? E, soprattutto, cosa intendiamo noi quando parliamo di pensiero?“
Le sue parole sembrano riportare continuamente al punto di partenza: possiamo progettare macchine sempre più sofisticate, ma continuiamo a costruirle partendo da noi stessi. Continuo a gustare la passata di ceci ormai tiepida. È un piatto che ha bisogno di lentezza, proprio come certi ragionamenti: più passa il tempo, più i sapori si amalgamano e acquistano profondità.
“Per quanto riguarda l’automazione, non possiamo che essere grati a uno strumento capace di svolgere operazioni ripetitive e prive di reale giudizio critico. Se un’intelligenza artificiale può compilare verbali o automatizzare procedure particolarmente noiose, ben venga: ci libera, direbbe Marx, dal lavoro alienante. Naturalmente questo dovrebbe avvenire in un contesto realmente democratico, perché è inevitabile interrogarsi sulle conseguenze occupazionali. Tuttavia, molti dei lavori destinati a essere sostituiti sono attività che richiedono un “assoluto non pensiero”. L’auspicio è che l’umanità possa alleggerirsi di questi compiti per dedicarsi ad altri mestieri, fondati sulla creatività e sul pensiero critico. Non a caso, oggi si assiste a una rinnovata attenzione proprio verso discipline come la filosofia.
Il vero problema, però, non è che la tecnologia trasformi il lavoro: lo ha sempre fatto. Basti pensare al mestiere di chi, nell’Inghilterra del Settecento, bussava alle finestre per svegliare gli operai, scomparso con l’arrivo della sveglia. La differenza è la velocità. Se confronto ciò che l’intelligenza artificiale era in grado di fare appena pochi mesi fa con ciò che strumenti come Claude riescono a fare oggi, mi trovo di fronte a un’accelerazione impressionante, senza precedenti”.
La conversazione si sposta allora dal lavoro alla storia del rapporto tra uomo e tecnologia. Ogni innovazione porta con sé una promessa e una rinuncia: il punto, forse, non è chiedersi se cambieremo, ma capire che cosa siamo disposti a lasciare andare.
“Dal punto di vista della storia dell’uomo, tutte le tecnologie hanno sempre comportato una perdita e, allo stesso tempo, un guadagno. La domanda è capire se ciò che acquistiamo in termini di vantaggi valga ciò che lasciamo indietro. Pensiamo al passaggio dal libro miniato al libro a stampa. Non abbiamo più la straordinaria capacità calligrafica degli amanuensi, né realizziamo quelle opere d’arte che erano i manoscritti miniati. Però oggi possiamo avere accesso alla Bibbia di Gutenberg in pochi istanti, anche in formato digitale. Ogni trasformazione tecnologica è quindi una questione di equilibrio: stiamo guadagnando qualcosa? La perdita è compensata dai nuovi vantaggi? Il punto decisivo, però, riguarda chi gestisce questi strumenti. Se continuiamo a chiamarli “intelligenza artificiale”, rischiamo anche di attribuire loro caratteristiche umane che non possiedono. La vera questione è chi detiene questi sistemi, chi li costruisce e secondo quali logiche. Oggi queste tecnologie non sono strumenti completamente democratici: sono concentrate nelle mani di grandi poteri economici e geopolitici. E questo ci ricorda che la tecnologia non è mai neutrale. Come ci ha insegnato McLuhan, non è la stessa cosa esprimere un pensiero attraverso strumenti diversi: il mezzo modifica il messaggio. Le tecnologie non sono semplici strumenti, ma trasformano il modo in cui viviamo, comunichiamo e pensiamo.
Basti pensare alla comunicazione digitale: se oggi uno studente può scrivere a un docente a mezzanotte per raccontare una difficoltà, il rapporto tra persone è già cambiato rispetto a pochi anni fa, quando avrebbe dovuto aspettare il giorno successivo e un contatto più formale.
Dobbiamo quindi imparare a coabitare con l’intelligenza artificiale, riconoscendo che anche noi influenziamo la tecnologia e ne siamo influenzati. Ogni interazione modifica il processo: poniamo domande alla macchina, ma allo stesso tempo il modo in cui la macchina risponde condiziona il nostro pensiero”.
La tecnologia, dunque, non entra nelle nostre vite come uno strumento esterno, ma come una presenza con cui siamo chiamati a convivere. La questione non è soltanto cosa le macchine saranno capaci di fare, ma quale rapporto sapremo costruire con esse e quale spazio continueremo a riservare al pensiero umano.
La conversazione si interrompe per un momento. Porto in tavola la seconda portata.
Il petto d’anatra all’arancia con radicchio tardivo di Treviso grigliato racconta un altro modo di intendere il tempo. È il tempo della competenza, della cura e del controllo: quello in cui la trasformazione non è più istintiva, ma guidata, costruita passo dopo passo, fino a trovare un equilibrio preciso tra forza e misura.
Se l’intelligenza artificiale riuscisse davvero a liberarci dalle attività più burocratiche e ripetitive, quale spazio resterebbe per il lavoro intellettuale? Può diventare uno strumento capace di ampliare la nostra creatività o il rischio è quello di delegare alla macchina anche le nostre capacità di pensiero?
“Se l’algoritmo ci liberasse dalla burocrazia e dalla ripetizione, ci rimarrebbe finalmente la ricerca. E viva Dio.
Io ho una formazione legata alla teoria critica e alla Scuola di Francoforte. In quella tradizione c’è spesso stata una riflessione molto critica sulla tecnologia, anche se alcuni pensatori, come Marcuse, hanno saputo guardarla con uno sguardo più aperto e benevolo. Naturalmente parliamo di autori che hanno ragionato in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale non esisteva ancora nelle forme che conosciamo oggi.
Se la tecnologia ci libera dalla fatica e ci restituisce tempo, creatività e possibilità di sviluppare le nostre potenzialità, non possiamo che guardarla positivamente. Il problema, però, non è la tecnologia in sé: la tecnologia non è mai neutrale. La domanda fondamentale è chi la possiede e chi può accedere ai suoi benefici. Se, per esempio, una tecnologia permettesse di restituire la capacità di camminare a una persona paralizzata, sarebbe naturale considerarla una conquista straordinaria. Il problema nascerebbe se una possibilità simile fosse accessibile soltanto a pochi privilegiati. Lo stesso vale per gli strumenti tecnologici in generale. Un drone può essere utilizzato per cercare una persona dispersa in un bosco o per soccorrere qualcuno in difficoltà; lo stesso strumento può essere impiegato anche per scopi distruttivi. La tecnologia, quindi, è sempre anche espressione di un determinato potere.
Dobbiamo essere favorevoli agli strumenti che aumentano le nostre capacità e favoriscono la creatività. Il rischio nasce quando diventano così efficaci da portarci a rinunciare alle nostre facoltà, trasformandoci in soggetti passivi.
Il nostro cervello è una sorta di muscolo cognitivo: ha bisogno di essere allenato. L’intelligenza artificiale può essere un aiuto prezioso, ma dipende da come la utilizziamo. Se è come un compagno di banco molto bravo che fa i compiti al posto nostro, noi non impariamo nulla. Se invece ci aiuta a comprendere, a ragionare, a mettere in discussione ciò che facciamo, allora diventa uno strumento di crescita.
Naturalmente non dobbiamo dimenticare una cosa fondamentale: questi sistemi non sono persone. Sono strumenti straordinari, ma il rischio di attribuire loro caratteristiche umane è sempre presente”.
Arriva il sorbetto, il momento in cui la cena rallenta senza bisogno di essere guidata e tutto sembra trovare una propria posizione naturale. Le voci si diradano, i gesti si fanno più leggeri, le conversazioni perdono urgenza e si trasformano in riflessioni appena accennate.
Penso alle parole del professore: il nostro cervello è un muscolo cognitivo che ha bisogno di essere allenato. Forse anche il pensiero ha bisogno dello stesso spazio che concediamo ai sapori: un tempo lento, necessario, in cui ciò che abbiamo ascoltato può depositarsi.
È uno di quei passaggi in cui non succede nulla in apparenza, ma in realtà tutto si sedimenta.
Da questo silenzio arriva il dolce.
Un tortino al cioccolato fondente dal cuore liquido, accompagnato da gelato alla vaniglia. Qui il tempo si rovescia: ciò che appare compatto all’esterno custodisce un interno che si rivela solo al taglio, come se la forma nascondesse una verità più lenta e profonda.
Per un filosofo l’errore è spesso l’inizio di una scoperta. Oggi che le macchine tendono all’esattezza e alla risposta immediata, lo sbaglio rischia di essere visto solo come un bug da correggere. In questo scenario, soprattutto pensando ai giovani che formi nei tuoi corsi, cosa significherà essere “indispensabili” nel mondo del lavoro di domani? Basterà governare la tecnica o la vera dote sarà la capacità di rivendicare la nostra fallibile, imprevedibile umanità?
“La scienza compie i suoi progressi proprio attraverso gli errori. Lo abbiamo imparato: procede per ipotesi, prove, verifiche, conferme e confutazioni. L’errore, quindi, non è qualcosa da eliminare, ma uno strumento conoscitivo fondamentale.
Il problema oggi è che viviamo in ambienti, come spesso accade sui social, dove rischiamo di incontrare soltanto ciò che conferma le nostre convinzioni. Gli algoritmi tendono a creare comunità in cui troviamo sempre qualcuno disposto a darci ragione.
Se voglio convincermi, per esempio, che nell’Area 51 ci siano gli alieni, probabilmente troverò persone in diverse parti del mondo che condividono questa convinzione e che rafforzeranno la mia idea. Ma se sostengo di poter attraversare i muri e provo davvero a farlo, la realtà si incarica di smentirmi. La realtà, infatti, non ammette il falso: posso costruire tutte le narrazioni che voglio, ma alla fine devo fare i conti con ciò che accade. Per questo l’errore è fondamentale: ci rende umani e, come diceva Goethe, persino amabili. Ma soprattutto ci permette di conoscere.
Anche la nostra vulnerabilità è una caratteristica profondamente umana. Mi piace citare la filosofa Judith Butler, che ha individuato proprio nella vulnerabilità un elemento costitutivo dell’umanità: siamo esseri umani perché siamo vulnerabili.
È anche per questo che costruiamo società. Non siamo forti come i leoni né veloci come i ghepardi, ma attraverso la collaborazione siamo riusciti ad affrontare crisi enormi. La nostra forza nasce proprio dal fatto che abbiamo bisogno degli altri. E questo vale anche per gli strumenti che costruiamo. Gli algoritmi non sono entità perfette e autonome: sono prodotti dell’uomo e quindi portano con sé i nostri stessi limiti, compresi i nostri pregiudizi.
Quando affidiamo una decisione a un algoritmo dimentichiamo spesso che dietro quel sistema ci sono scelte umane: siamo noi a stabilire quali parametri utilizzare, quali categorie creare, come classificare una persona.
Decidere che cosa sia una persona, che cosa sia umano, che cosa significhi essere cittadini, non può essere lasciato soltanto a un calcolo. Come sostiene Luciano Floridi, l’uomo possiede un “capitale semantico”: la capacità di attribuire significato.
Ed è questa capacità che resta profondamente umana”.
Fuori dalla finestra la sera è ormai avanzata. La conversazione è arrivata al punto da cui forse era partita: non dalla paura di essere sostituiti, ma dalla necessità di capire chi siamo. La vulnerabilità che spesso consideriamo un limite diventa, invece, il luogo da cui nasce la nostra capacità di creare legami, conoscenza e futuro.
Dopo le domande, le paure e le possibilità del lavoro che cambia, resta forse una sola consapevolezza: ciò che è umano non si esaurisce nella sua funzione, ma nella sua capacità di trasformarsi senza perdere il proprio centro.
La serata volge al termine. Saluto Fabio con la sensazione di aver attraversato, più che un’intervista, un percorso di domande. Le sue parole hanno riportato continuamente il discorso alla responsabilità dell’uomo davanti alla tecnologia: non alla paura di ciò che verrà, ma alla necessità di comprendere ciò che siamo.
Lo ringrazio per il tempo dedicato e per una conversazione capace di unire filosofia, ricerca e quotidianità, lasciando una domanda che continua a rimanere aperta: non quale spazio concederemo alle macchine, ma quale spazio sapremo difendere per il pensiero umano.
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( 13 – continua )
Category: Costume e società, Cultura


























