IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / RITORNO A COPERTINO

di Anna Maria Greco _______________
Oggi voglio raccontarvi un ricordo d’estate che ancora oggi riesce a emozionarmi.
Tra gli anni Settanta e Ottanta aspettavo l’estate con un’emozione speciale. Non soltanto per il mare o per le vacanze, ma perché era il tempo in cui tornavano a casa gli emigranti, i figli della nostra terra partiti per la Germania, la Svizzera, la Francia e altri Paesi d’Europa in cerca di un futuro migliore.
Non c’erano telefoni cellulari, né messaggi capaci di dirci l’ora esatta del loro arrivo. Si sapeva soltanto che sarebbero tornati. Ed era proprio quell’attesa a rendere ogni ritorno un piccolo avvenimento per tutto il paese.
Quando, in fondo alla strada, compariva quasi sempre una Mercedes con la targa straniera, bastava uno sguardo per capire che erano arrivati.
Sul portapacchi erano sistemate valigie, scatoloni e pacchi, legati con spago ed elastici dai ganci metallici. Avevano attraversato centinaia di chilometri, sotto il sole, la pioggia e il vento. Quel carico raccontava sacrifici, nostalgia, speranze e il desiderio di non spezzare mai il legame con la propria terra.
Noi ragazzi sbirciavamo incuriositi all’interno dell’auto. I sedili rivestiti di pelle o i coprisedili in pelliccia ci sembravano un piccolo lusso. Dallo specchietto retrovisore pendevano quasi sempre un crocifisso e qualche piccolo souvenir del Paese in cui vivevano. Sul cruscotto non mancavano l’immagine della Madonna o quella di un santo, silenziosi compagni di quel lungo viaggio.
La notizia correva di casa in casa. Le donne uscivano sull’uscio asciugandosi le mani nel grembiule, gli uomini interrompevano quello che stavano facendo e noi bambini lasciavamo ogni gioco per correre in strada. Poi gli sportelli si aprivano e iniziavano gli abbracci: lunghi, sinceri, pieni di tutto il tempo trascorso lontani.
Non tutte le estati, però, erano uguali.
Qualche volta, ad aspettare quel ritorno, c’era una persona in meno. Nel tempo trascorso lontano qualcuno era venuto a mancare e la gioia del ritrovarsi si mescolava al dolore di un’assenza. Una sedia sarebbe rimasta vuota e, per un istante, lo sguardo cercava proprio chi non sarebbe più entrato da quella porta.
Dopo gli abbracci, tutti si mettevano ad aiutare. Chi prendeva una valigia, chi uno scatolone, chi saliva a sciogliere gli elastici del portapacchi. Nessuno restava a guardare. Era il modo più semplice per partecipare a quella gioia.
Nel giro di poche ore anche le case cambiavano volto. Dai ripostigli uscivano reti pieghevoli, materassi e cuscini; i salotti si trasformavano in camere da letto e ogni spazio veniva adattato per la notte. Le famiglie si stringevano un po’, ma nessuno si sentiva di troppo. Perché, quando tornavano i figli del Sud, non arrivavano semplicemente degli ospiti: tornava la famiglia.
Solo quando tutto era stato sistemato arrivava il momento che noi bambini aspettavamo con impazienza. Si aprivano le valigie e comparivano tavolette di cioccolato dal sapore che non avevamo mai conosciuto, biscotti, caramelle e dolci che per noi erano una vera delizia. Ogni assaggio sembrava arrivare da un altro mondo.
Le giornate scorrevano tra il mare, le passeggiate e i giochi che sembravano non finire mai. Bastava pochissimo per diventare amici. Noi provavamo a imparare qualche parola in tedesco o in francese, mentre i nostri cugini e gli amici arrivati dall’estero ridevano cercando di parlare il dialetto salentino. Ci correggevamo a vicenda, sbagliavamo, ridevamo ancora. Senza rendercene conto avevamo imparato una cosa bellissima: l’amicizia non ha bisogno della stessa lingua per farsi capire.
La sera era una festa.
Ogni giorno c’era un invito diverso: una sorella, un fratello, una zia. Le tavole si allungavano per accogliere tutti. Non mancavano mai le orecchiette fatte in casa, la pasta al forno, la parmigiana, l’anguria fresca e il vino delle nostre campagne.
Tra una portata e l’altra si parlava del lavoro, dei sacrifici affrontati lontano da casa, dei progetti per il futuro, dei figli che crescevano e dei sogni che ciascuno custodiva. Erano racconti che univano due mondi e che, ogni estate, facevano sentire la distanza un po’ più piccola.
L’estate, però, passava sempre troppo in fretta.
Quasi senza accorgercene arrivavano gli ultimi giorni di agosto e, con loro, il momento che nessuno avrebbe voluto vivere.
Le automobili tornavano a riempirsi. Tra i vestiti trovavano posto anche le provviste preparate con amore: bottiglie d’olio d’oliva, conserve di pomodoro fatte in casa, olive in salamoia, formaggi, vino e tutto quello che la nostra terra sapeva offrire. Le mamme continuavano ad aggiungere qualcosa fino all’ultimo momento.
«Porta anche questo… quando lo mangerai penserai a casa.»
In quella frase c’era tutto l’amore che non riuscivano a dire.
I saluti erano sempre gli stessi: abbracci lunghi, occhi lucidi e la promessa di rivedersi l’estate successiva.
Prima di salutarci, noi ragazzi ci scambiavamo gli indirizzi, scritti con cura su un foglietto, sul retro di una fotografia o sull’ultima pagina di un quaderno. C’era chi li custodiva in una scatolina dei ricordi e chi, gelosamente, li conservava nel diario con il lucchetto, insieme ai pensieri più belli di quell’età.
«Scrivimi.»
Era una promessa che mantenevamo davvero.
Dopo qualche settimana il postino riportava un pezzetto di quell’estate. Riconoscevamo subito quelle buste dai francobolli stranieri e bastava vederle per emozionarci. Dentro c’erano lettere scritte a mano e, qualche volta, le fotografie che avevano sviluppato al ritorno.
Anche noi facevamo lo stesso. Sviluppavamo i nostri rullini, sceglievamo con cura le fotografie più belle e le spedivamo ai cugini e agli amici conosciuti durante l’estate. Poco tempo dopo arrivavano le loro. Ogni busta era una piccola festa: aprendola, sembrava che un pezzetto di quell’estate tornasse ancora una volta tra le nostre mani.
Poi il tempo riprendeva il suo corso, in attesa dell’estate successiva.
Oggi, ripensando a quegli anni, mi accorgo che il ricordo più bello non è soltanto quello di chi tornava.
È l’attesa.
È quel paese che, per qualche settimana, ritrovava una parte di sé. Le porte restavano aperte, un posto a tavola si trovava sempre e ogni ritorno diventava una festa condivisa.
Ancora oggi, quando d’estate vedo passare un’auto con il portapacchi, il cuore torna a quei giorni.
Rivedo le mani che salutavano finché l’automobile non spariva in fondo alla strada e gli occhi di chi restava, già con il desiderio del prossimo ritorno.
Perché, quando tornavano i figli del Sud, non tornavano soltanto delle persone. Per qualche settimana tornava a casa anche il cuore del nostro paese.
______________
( 3 – continua )
Category: Costume e società, Cultura



























Copertino ,paese povero in passato ,diventato ancora piu povero con la distruzione dell agricoltura ,e”rimasto ancora terra di emigrazione verso il nord,italia,ho svizzera ,francia germania,ma questa volta non cafoni,ma intellettuali laureati,il nord occupato dai terroni laureati!!!!
Bellissima evocazione. Mi sono venute le lacrime agli occhi. Grazie.
Letto tutto d’un fiato… è un ricordo che appartiene anche a me, mi è sembrato di rivedere parte della mia infanzia riflessa in uno specchio !
Io sono di Leverano ma, i ricordi sono gli stessi. Ho vissuto la mia infanzia nel rione Pozzo Lungo, parte del quale è sorto proprio con le “rimesse” dei nostri emigranti.Negli anni ’60 quando frequentavo la Scuola Elementare, avevo un’amica il cui padre lavorava in Francia in una miniera; con orgoglio portava in classe dei fossili che il padre portava al suo ritorno in paese, erano dei pezzi di minerale bellissimi; lei li custodiva con orgoglio come una reliquia, in ricordo del padre lontano che le mancava.
Io sono di Leverano ma, i ricordi sono gli stessi. Ho vissuto la mia infanzia nel rione Pozzo Lungo, parte del quale è sorto proprio con le “rimesse” dei nostri emigranti.Negli anni ’60 quando frequentavo la Scuola Elementare, avevo un’amica il cui padre lavorava in Francia in una miniera; con orgoglio portava in classe dei fossili che il padre portava al suo ritorno in paese, erano dei pezzi di minerale bellissimi; lei li custodiva con orgoglio come una reliquia, in ricordo del padre lontano che le mancava.
Bellissima pagina, commovente e vera. ..era un po’ così in tutti i ns paesi del Salento, terra in quegli anni di emigranti.
Questa volta hai toccato il mio cuore in profondità, ho un nodo alla gola perché ho vissuto tutto ciò. Sono figlia di emigrati, cresciuta con i nonni e le zie a copertino i quali mi hanno riempito di un affetto immenso, ma la gioia di quando arrivavano i miei genitori dalla Germania non l’ho mai più vissuta!
Riesci a toccare il cuore cara Annamaria, i ricordi belli che fanno scendere la lacrimuccia, tempi vissuti che rievocano ricordi che sono custoditi nel nostro cuore e inconsapevoli emozioni che dimostrano un modo di vivere lontano da quello di oggi….. ma molto più bello
Grazie cara,mi hai fatto tornare indietro nel tempo.tra gioie e malinconia, ogni hanno si aspettavano i parenti lontani. ❤️
Hai colto proprio il senso della vita di quel periodo è stato un bellissimo film da vedere e rivedere in buona compagnia.
In questo racconto c’è tutto il processo di guarigione dalla nostalgia. La nostalgia per ciò che eravamo, non è mai il desiderio di rivivere un momento preciso, ma la profonda mancanza di uno specifico stato d’animo, spesso ci accorgiamo di aver smarrito una parte di noi, quando a rievocarla è una valigia, un ricordo, una fotografia, una canzone, …accettare la nostalgia significa fare pace con il silenzioso processo di cambiamento, che ci ha permesso di diventare chi siamo oggi. Non ci mancano quei ricordi, ma, chi eravamo noi in quei ricordi e grazie ai quali oggi ci rivediamo in tutto il buono che ai quei tempi abbiamo fatto vivere alla nostra anima…Anime fortunate le nostre❤️
Oggi ho rivissuto tutta la mia infanzia in pochi minuti,mi sono fortemente emozionata ricordando il mio caro papà che aspettavo con ansia dopo lunghi mesi di assenza …bellissimi ricordi,ma anche tanta nostalgia ❤️
Nel leggere questo racconto riaffiora nella mente tutto ciò che anch’io ho condiviso durante l’estate nel periodo della mia adolescenza.È come se tutto prende il suo posto così come viene raccontato. Era proprio così si attendeva l’arrivo delle persone che nella strada in cui si abitava mancavano tutto l’anno per motivi di lavoro ed era sempre una grande festa.
Bellissimi ricordi, mi permetto di aggiungere che da quelle valigie spuntavano oltre alla cioccolata, lo zucchero a cubetti è dolci, le stecche di sigarette.
Ritornano, e il Salento si apre:
tra condivisioni che profumano di casa, nate attorno ai tavoli di sempre,
attese che hanno il sapore delle estati passate,
accoglienze intrecciate alle storie di famiglia,gioie che tornano a fiorire dove tutto è cominciato.
Grazie Anna per questo tuffo nei ricordi belli.
❤️
Anche io ho vissuto la mia infanzia con gli zii e cugini che ogni estate tornavano al paese di origine
….. e la gioia di ricevere in inverno una cartolina spedita dalla Germana dall’amica del cuore con la promessa di rivederci nell’estate successiva.
Cari !
Parole forti che leggo tra le righe ed emozioni profonde che mi fa tornare tra i vostri ricordi identici ai i miei.
Sono di Presicce Acquarica e oggi credo di più al nostro Salento che alla Svizzera Germania, Francia o altri paesi d’emigrazione.
Oggi ho 60 anni eppure stando qui sento dentro la emozione dei miei 20 o 30 anni, emozione di una gioventù ancora da trascorrere a 60 anni perché questo il Salento ti dà col Dialetto e cultura di altri tempi che portiamo in noi raccontato dai nostri avi e mai allontanati da questo profondo sentimento…ho tanto da dire ancora, perché no una bella riunione…tutti insieme per raccontare e ancora raccontare..
Anna Maria un, bellissimo ritratto di vita passata in altri luoghi, che non fossero necessariamente l’ Italia del nord, ma Europa.
Quante generazioni, è dovuta e continua ad emigrare.
Però il Salento selvaggio, cruento e credo anche strano..riesce a catturare molta, moltissima gente.. specialmente nel periodo estivo.
Cosa, dico soltanto?
Salento cerchiamo di aiutarci l’ uno con l’ altro…non cerchiamo invece di farci male, l’ un l’ altro.
Tutti e tutte abbiamo bisogno di tutti e tutte.
Evviva il nostro territorio salentino, stativi bboni tutti e tutte!!
Leggendo questo racconto mi sono emozionato perché io ho vissuto tutto ciò prima con imiti che lavoravano in Svizzera negli anni 70 poi loro si sono rimpatriata ed è toccato a me partire prima ero io mio fratello e mia sorella ad aspettare oggi sono loro ad aspettarmi .
Bellissima immagine che tutti noi abbiamo vissuto.
Oggi non è cambiato nulla, i nostri figli, laureati, intellettuali,capaci, sono ancora costretti ad emigrare al nord e noi, ma soprattutto i giovani, subiscono senza battere ciglio.
Quando ci si ribellerà a questa
situazione?
Leggere queste frasi mi ha davvero commossa. Ho ritrovato esattamente quello che provavo anche io.. Si aspettavano con gioia le persone care e gli amici.
Bellissimo ricordo. Mi sono scese le lacrime