INDOVINA CHI VIENE A CENA? / SCAVANDO NEI GIORNALI CARTACEI DI UN TEMPO SI TROVANO I TESORI DELLA MEMORIA DI UNA LECCE CHE NON C’E’ PIU’

di Emanuela Boccassini ________________
«Si può dire che la memoria sia l’unica fonte del sapere, ch’ella sia legata, e quasi costituisca tutte le nostre cognizioni ed abilità materiali o mentali, e che senza memoria l’uomo non saprebbe nulla e non saprebbe far nulla».
Quando Giacomo Leopardi scriveva nello Zibaldone queste parole, riconosceva alla memoria un ruolo fondamentale nella costruzione di ciò che siamo: le esperienze, le conoscenze, le emozioni. Ma se questo vale per l’individuo, cosa accade quando a rischiare di smarrire i propri ricordi è un’intera comunità?
La memoria di una città non vive soltanto nei libri di storia. Vive nelle persone, nelle fotografie, nelle storie raccontate ancora una volta, nelle feste, nelle discussioni, nelle strade e nei luoghi che hanno visto passare generazioni. Vive, soprattutto, nelle tracce che qualcuno sceglie di conservare perché non vadano perdute.
E a Lecce una parte importante di questa memoria è custodita tra le pagine dei giornali.
A Lecce, una parte importante di questa memoria è custodita tra le pagine dei giornali. La Biblioteca Bernardini, e in particolare la sua Emeroteca, conserva la voce stampata della città. Tra giornali d’epoca, fogli locali, titoli d’inchiostro ormai sbiaditi ma mai spenti, si trova il racconto di oltre un secolo di vita politica, culturale, sociale e di costume del Salento.

È qui che Gabriele De Blasi svolge ogni giorno un lavoro paziente e prezioso: preservare la voce di ieri perché possa continuare a parlare al nostro domani. Giornalista, bibliotecario e responsabile dell’Emeroteca della Biblioteca Bernardini di Lecce, all’interno del Convitto Palmieri, ha dedicato gran parte del suo percorso professionale alla cura, all’ordinamento e alla digitalizzazione di questo vastissimo patrimonio.
Per Gabriele l’Emeroteca non è un semplice archivio di carta ingiallita, ma un vero e proprio archivio della memoria viva di Lecce e della sua comunità. Perché tra quelle pagine non ci sono soltanto grandi eventi, ma anche storie minime, persone, abitudini, cambiamenti e frammenti di vita quotidiana: tutto ciò che, senza qualcuno che lo conservi, rischierebbe di scomparire.
Partendo proprio da questo, stasera la memoria non si celebra soltanto: si assapora, si racconta e si condivide.
È il momento di apparecchiare la tavola. Comincio dalla tovaglia di cotone bianco, una base neutra e senza tempo sulla quale far risaltare i dettagli. Al centro, il ricamo Chintz azzurro chiaro richiama il bordo dei piatti in porcellana, mentre le posate d’argento aggiungono un tocco di eleganza discreta e, soprattutto, evocano i pranzi di famiglia di una volta.
I tumbler in vetro azzurro, decorati con motivi geometrici a rilievo, riportano invece a un’atmosfera più intima e domestica, quella delle case dell’infanzia e dei ricordi che sembrano riaffiorare attraverso gli oggetti. Accanto a ciascun posto, il calice in vetro intagliato per il vino trova la sua posizione appena a destra, sopra la punta del coltello. I tovaglioli, raccolti da un nastro azzurro e da un piccolo rametto di non ti scordar di me, completano l’apparecchiatura della tavola accanto alla forchetta.
Al centro della tavola, piccoli mazzi di non ti scordar di me raccolti in vasi di vetro rétro diventano il filo conduttore della serata. Li intreccio con steli di fiori secchi e li accompagno a candele coniche alte, così che la luce, morbida e tremolante, avvolga la tavola in un’atmosfera intima e raccolta. Un richiamo al tempo che passa, ma anche alla bellezza di ciò che, nonostante il tempo, scegliamo di conservare.
Per i segnaposto ho scelto piccole cornici rétro in legno, ognuna con una vecchia fotografia in bianco e nero della persona che siederà lì: un dettaglio personale, quasi un piccolo viaggio nel passato prima ancora che inizi la cena.
E per accompagnare la serata, una playlist di De Gregori e De André. Perché certi ricordi, come certe canzoni, non hanno bisogno di essere spiegati: basta lasciarli suonare.
Faccio il mio solito passo indietro per osservare l’insieme e assicurarmi che ogni elemento sia in armonia con gli altri. Ma, soprattutto, voglio verificare che la tavola riesca a raccontare qualcosa ancora prima che inizi la conversazione con il mio ospite.
Il citofono mi avverte che è arrivato. Lo accolgo con un sorriso e un bicchiere d’acqua già pronto per lui. Le scale, alte e numerose, unite al caldo estivo, rendono la salita tutt’altro che semplice: l’acqua, in questo momento, è decisamente più che un gesto di benvenuto.
Con estrema curiosità gli pongo la mia prima domanda.
Gabriele, durante la nostra chiacchierata informale quando ti ho invitato a questa cena hai affermato che l’Emeroteca è la memoria di Lecce e della sua comunità. Cosa significa esattamente?
“Questo luogo costituisce e custodisce la memoria storica di questa comunità per una ragione molto concreta. Qui, infatti, è conservata la pubblicistica della provincia di Terra d’Otranto, cioè delle attuali province di Lecce, Brindisi e Taranto, dall’Unità d’Italia ai giorni nostri.
Dobbiamo ricordare che, all’epoca della nascita dello Stato italiano, non esistevano naturalmente i mezzi di comunicazione che abbiamo oggi. Per sapere cosa accadeva nel nostro territorio, in Italia o nel resto del mondo, l’unico strumento erano i giornali. E il Salento, da questo punto di vista, ha avuto una storia particolarmente ricca: qui è sempre esistita una dialettica pubblicistica molto vivace e, se rapportiamo il numero delle testate alla popolazione, ci rendiamo conto di quanto fosse straordinaria la presenza dei giornali sul territorio.
Un esempio emblematico è Nicola Bernardini. Nella sua vita non fu soltanto direttore della Biblioteca di Lecce, ma soprattutto un valentissimo giornalista e un grande collezionista di giornali. Nel 1890 pubblicò la Guida alla stampa periodica italiana, un volume di oltre settecento pagine nel quale raccolse lo stato della stampa del Regno d’Italia di quegli anni. C’erano le schede di tutte le testate allora esistenti, ma anche di quelle che avevano cessato le pubblicazioni e che erano state attive al momento della proclamazione dell’Unità.
In altre parole, quella di Bernardini era una vera e propria Bibbia del giornalismo italiano. E il fatto che un’impresa di questa portata fosse stata realizzata da un leccese a Lecce ci fa capire bene quale fosse, già allora, il livello della nostra realtà giornalistica.
Quando nel 1907 Bernardini diventò direttore della Biblioteca di Lecce, portò con sé gran parte della sua collezione privata. Era un collezionista meticoloso: raccoglieva i giornali nella sua abitazione e, una volta arrivato in biblioteca, mise a disposizione anche quel patrimonio. La ricchezza della nostra emeroteca, soprattutto per quanto riguarda la fine dell’Ottocento e i primi trentacinque-quarant’anni del Novecento, deriva quindi sia dalla sensibilità dei direttori che si sono succeduti nel tempo, sia dalle donazioni di Bernardini, sia dagli abbonamenti alle testate locali sottoscritti dalla provincia di Lecce, che allora era ancora la provincia di Terra d’Otranto.
Per questo, nell’Emeroteca è materialmente conservata la memoria scritta e stampata di questa comunità. Chiunque voglia sapere cosa accadeva a Lecce cento, centoventi o centotrent’anni fa, prima o poi deve passare da qui.
Oggi, naturalmente, abbiamo anche un’altra possibilità: le moderne tecnologie ci permettono di consultare una parte consistente delle nostre raccolte, soprattutto quelle più antiche, che sono state digitalizzate e sono disponibili sul nostro sito, Bibliando.it.“
Mentre lo ascolto, penso a quanto i giornali fossero importanti all’epoca dell’Unità d’Italia. Erano il principale, se non l’unico, modo per sapere cosa accadeva oltre i confini della propria comunità. In fondo, anche allora si era collegati al resto del mondo, seppure in maniera molto diversa da oggi: le notizie viaggiavano più lentamente, ma riuscivano comunque a mettere in relazione luoghi e persone lontani.
Porto a tavola il primo. Ho scelto la pasta alla puttanesca. Avrei potuto optare per una carbonara, più rassicurante, più immediatamente legata all’idea della cucina tradizionale e della convivialità. Ma questa sera non voglio semplicemente parlare di tradizione: voglio parlare di memoria.
La puttanesca mi è sembrata più adatta perché arriva prima delle parole. Il profumo dell’aglio, l’intensità delle olive e dei capperi, il pomodoro, l’acciuga: sapori netti, mediterranei, capaci di riportare alla mente luoghi e momenti senza nemmeno doverli cercare.
La memoria, del resto, non è sempre ordinata. Non procede per capitoli e date, non chiede il permesso prima di riaffiorare. A volte basta un profumo, un sapore, un gesto familiare perché qualcosa che credevamo dimenticato, torni improvvisamente presente.
E forse è proprio questo che mi piace della puttanesca: una ricetta semplice, dai sapori decisi, capace di lasciare una traccia. Un po’ come i ricordi: non sempre sono quelli che abbiamo scelto di conservare a tornare per primi. A volte sono quelli che, semplicemente, hanno trovato il modo di non farsi dimenticare.
Gabriele, che cosa possono raccontarci i giornali di una città che spesso non troviamo nei libri di storia?
“I giornali ci possono raccontare tutto ciò che va oltre le informazioni istituzionali. Naturalmente, quando prendiamo in mano un giornale dell’epoca, dobbiamo ricordare che quel giornale era espressione di chi lo scriveva. E se, come dicevamo prima, a Lecce esistevano tante testate, è chiaro che non erano certo la fotocopia l’una dell’altra. Esprimevano opinioni politiche e culturali diverse, e anche visioni differenti della realtà. Più o meno, come accade oggi.
La differenza è che allora il giornale era praticamente l’unico strumento di informazione, ma anche di confronto. Per questo il dialogo e il dibattito erano molto più sviluppati. E una delle cose più interessanti che possiamo scoprire attraverso quei giornali è proprio lo stile.
Pensiamo ancora a Nicola Bernardini. Era direttore del Corriere Meridionale, probabilmente il più importante giornale leccese tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. A un certo punto, essendo anche una testa calda non indifferente, decise di lasciare il Corriere Meridionale e di fondare La Provincia di Lecce, un nuovo giornale direttamente concorrente. Già questo ci fa capire parecchio del personaggio.
La cosa davvero interessante, però, è andare a leggere quei giornali. Se chi ci ascolta o ci legge avesse la possibilità di venire in Emeroteca, oppure semplicemente di consultarli attraverso il nostro sito, dove sono stati digitalizzati, vedrebbe che gli esponenti delle diverse fazioni politiche, sociali e culturali salentine non se le mandavano certo a dire. Però lo facevano con uno stile e, direi, con un rispetto per l’avversario che oggi conosciamo molto meno.
Nei laboratori che abbiamo fatto con le scuole abbiamo trovato persino delle vere e proprie sfide a duello tra contendenti di opposte fazioni politiche. Eppure anche una dichiarazione di sfida, per quanto aspra, veniva affidata alla stampa con uno stile letterario forbito, con una padronanza della lingua italiana che oggi è diventata molto più rara.
Il dibattito politico, culturale e sui costumi era vivacissimo, ma si sviluppava attraverso un eloquio e una proprietà di linguaggio che oggi, purtroppo, incontriamo sempre meno. Questa, secondo me, è una delle cose più belle che possiamo riscoprire attraverso quei giornali.
E poi potremmo scoprire anche una Lecce diversa. Perché diciamocelo: noi leccesi ci siamo sempre sentiti un po’ superiori. E non soltanto rispetto alle altre città della regione. La riorganizzazione politico-amministrativa che negli anni Venti portò alla nascita della Puglia, con Foggia, Bari, Brindisi, Lecce e Taranto, noi non l’abbiamo mai digerita del tutto.
Perché noi eravamo i cittadini del capoluogo della provincia di Terra d’Otranto, il cosiddetto Grande Salento. E ritrovarci all’interno di una regione il cui capoluogo era Bari, culturalmente e linguisticamente diversa da Lecce, non ci è mai andato giù.
Noi leccesi ci sentiamo superiori, diciamolo pure. Non soltanto nei confronti della Daunia e del Barese, ma anche rispetto a Brindisi e Taranto. E, se proprio vogliamo essere sinceri, anche all’interno della stessa provincia: un leccese si sente tranquillamente superiore a uno di San Cesario o di Lequile. Siamo fatti così.
E questa maledetta puzza sotto il naso si sente ancora oggi, ma si sentiva anche nei dibattiti culturali di cento, centoventi anni fa. Il leccese aveva questa caratteristica e, a quanto pare, non ce la siamo ancora tolta.
Lo dico con cognizione di causa, perché io sono da trentacinque anni immerso nella memoria storica di questa comunità. Non so se per preparazione o per cultura acquisita, ma forse per osmosi: uno sta qui dentro per tanto tempo e inevitabilmente questo materiale qualcosa te lo trasmette. Ti trasmette la storia, la cultura, ma anche i pregi e i difetti della comunità che racconta.
E questo, in particolare, i leccesi non lo considerano neppure un difetto. Che ci vuoi fare? Siamo fatti così: «Ci dispiace per gli altri, ma noi siamo migliori» “.
Mentre Gabriele insiste sul senso di superiorità dei leccesi, mi viene da sorridere, perché mi dispiace ammetterlo, ma in parte è vero. È proprio a Lecce, per la prima volta, che ho sentito pronunciare la celebre frase: «Tu non sai chi sono io!». Naturalmente non sono tutti così, ma forse è proprio questo atteggiamento, con i suoi pregi e i suoi difetti, a raccontare qualcosa dell’identità della città. E se i giornali sono davvero lo specchio della società che li produce, più ascolto Gabriele più sento crescere la curiosità di andare a sfogliare quelle pagine e scoprire, oltre alle vicende raccontate, anche la qualità della scrittura con cui venivano raccontate.
Dopo aver tolto i piatti vuoti, porto in tavola il secondo: il filetto al pepe verde. Non l’ho scelto perché sia un piatto “storico” in senso stretto, ma perché porta con sé la memoria di un certo modo di vivere la ristorazione. Il carrello, la preparazione davanti al cliente, la padella, il flambé, la fiamma che si alza sotto gli occhi dei commensali: è quasi una piccola scenografia del passato. Un tempo in cui parte della cena si consumava anche con gli occhi, guardando il cameriere trasformare gli ingredienti nel piatto direttamente davanti a noi. Stasera però ci sono io, dall’altra parte del tavolo, che per qualche minuto mi improvviso maître, cuoca e addetta allo spettacolo a ricreare sulla mia terrazza quel piccolo rito che apparteneva a un modo ormai quasi scomparso di vivere la cena.
Ci sono storie, persone o avvenimenti che l’Emeroteca conserva e che la memoria di Lecce, invece, ha dimenticato?
“Assolutamente sì. E ti spiego anche perché. Perché l’inventariazione del materiale dell’Emeroteca procede così lentamente? Per un motivo molto semplice: non solo se ne occupa una sola persona, ma quella persona, quando trova un giornale vecchio da sistemare nell’annata della relativa testata, non si limita a guardare il titolo e la data e a metterlo al suo posto. Lo legge. E proprio questo, di tanto in tanto, mi ha permesso, in maniera del tutto casuale, di trovare delle vere e proprie chicche.
Te ne racconto due.
La prima riguarda Tito Schipa. Non ricordo esattamente la data, ma siamo chiaramente nei primi anni del Novecento. Schipa, che era molto amico di Nicola Bernardini, quando si trovava in America, dall’altra parte dell’oceano, e assisteva a cose che in Italia e in Europa ancora non erano arrivate, si divertiva a mandargli delle lettere molto dettagliate. Di fatto erano vere e proprie corrispondenze giornalistiche dall’altra parte del mondo, che poi venivano pubblicate.
Una di queste mi è rimasta particolarmente impressa. Schipa raccontava di aver assistito a uno spettacolo del famoso circo Barnum. Non c’erano soltanto acrobati e animali: lo spettacolo comprendeva anche quelle che allora venivano presentate come vere e proprie “stranezze” del mondo. E Schipa descriveva con dovizia di particolari la donna barbuta, l’uomo più alto del mondo e tutte quelle curiosità che, più di cento anni fa, costituivano una parte dello spettacolo circense.
La seconda chicca riguarda invece il pittore Geremia Re, e questa mi sta particolarmente a cuore perché era, in qualche modo, una persona di famiglia. Uno dei suoi figli sposò mia zia, la sorella di mia madre, e mio cugino si chiama proprio Geremia Re. Per noi, quindi, Geremia Re è sempre stata una figura familiare. Era anche molto amico di mio nonno: Geremia Re insegnava all’Istituto d’Arte e mio nonno, nei primi anni del Novecento, ne era il segretario. Erano talmente legati che alla fine i loro figli si fidanzarono e si sposarono.
In famiglia sapevamo che Geremia Re aveva combattuto nella Prima guerra mondiale. Mio zio raccontava che suo padre era entrato a Gorizia appena liberata. Considerando però che, nel dopoguerra, Geremia Re ebbe un forte impegno politico nel Partito Comunista e che tutti i suoi figli furono poi esponenti del PCI e della CGIL a Lecce, non avevamo mai immaginato che da giovane fosse stato un fervente interventista.
Pensavamo che fosse partito semplicemente perché aveva vent’anni, era stato arruolato e si era trovato a combattere. Invece scoprii che era partito volontario.
Lo trovai, ancora una volta casualmente, proprio su un giornale. Era stata pubblicata una lettera inviata al giornale dal direttore dell’Accademia d’Arte di Roma, dove Geremia Re studiava. Il direttore aveva ricevuto una lettera da un suo allievo di Leverano, che chiedeva di interrompere momentaneamente gli studi perché voleva partire volontario per la guerra.
Quell’allievo era Geremia Re.
E la cosa più incredibile è che questa storia non la conoscevano neppure i suoi figli. Quando feci questa scoperta, purtroppo mio zio era già morto. Era ancora viva una zia, nel frattempo è mancata anche lei, ma non ne sapeva nulla nemmeno lei.
E allora chissà quante altre storie come queste sono ancora nascoste nei giornali leccesi. Quando parliamo della memoria di una comunità, infatti, non parliamo soltanto dell’informazione istituzionale: le elezioni del sindaco, gli scavi di Cosimo De Giorgi all’anfiteatro e tutto il resto. Parliamo anche di queste piccole vicende, di queste minuzie che, messe insieme, fanno la storia. E spesso sono informazioni che non conoscono nemmeno i parenti delle persone coinvolte.
Io penso che ce ne siano migliaia. Quando andrò in pensione, se avrò il tempo, mi piacerebbe continuare a cercarle. Chissà quante altre storie potrebbero venire fuori. Ed è proprio questo il bello dei giornali: non raccontano soltanto la grande storia. Conservano anche quella piccola, quella quotidiana, quella che altrimenti rischierebbe di scomparire”.
È giunto il momento del sorbetto. Il mio preferito.
Per qualche istante cala un silenzio che non ha nulla di imbarazzante. È quello, quasi necessario, che arriva quando le parole sono state tante e hanno lasciato qualcosa su cui fermarsi a riflettere. Ripenso a ciò che Gabriele mi ha raccontato, alle storie nascoste tra le pagine di quei vecchi giornali e alla passione con cui parla del suo lavoro. Soprattutto, penso all’orgoglio con cui riesce a raccontare la sua Lecce, non soltanto attraverso i suoi grandi avvenimenti, ma anche attraverso le piccole storie che rischierebbero altrimenti di andare perdute.
Il sorbetto arriva quasi a fare da spartiacque. Un momento per respirare, prima di riprendere la conversazione e portare in tavola il dolce. La torta di tagliatelline arriva a chiudere la cena con un altro frammento di memoria gastronomica salentina. Un dolce semplice e sorprendente, che porta con sé l’eco di una cucina domestica, ingegnosa, capace di trasformare ingredienti e consuetudini in qualcosa di nuovo. Anche questo è memoria: ciò che nasce dalla quotidianità e, proprio perché appartiene alla vita di tutti i giorni, rischia di essere dimenticato.
Avrei ancora tante domande da rivolgergli. È un pozzo di conoscenze, di storie e di curiosità nel quale continuerei a immergermi per ore, senza mai avere la sensazione di averne abbastanza. Ogni risposta apre una nuova curiosità, ogni racconto conduce altrove. Ma la serata corre e devo arrivare all’ultima domanda. Quella che, forse, più di tutte, mi incuriosisce.
Se tra cento anni qualcuno aprisse i giornali di oggi, che cosa vorresti che scoprisse della Lecce e dei leccesi del nostro tempo?
“Che siamo una manica di irresponsabili. Che, in fondo, non meritiamo questa città. E te lo dico non tanto, e non soltanto, per ragioni politiche. Lo dico soprattutto per una questione culturale.
Siamo qui da alcune ore a parlare dell’importanza dell’Emeroteca come luogo della memoria storica della nostra comunità. Abbiamo citato personaggi eccelsi della storia del nostro territorio: Nicola Bernardini, Tito Schipa, Geremia Re. E allora ti faccio una provocazione. Vai in piazza Sant’Oronzo e chiedi alle prime persone che incontri chi è il centravanti del Lecce: praticamente tutti sapranno risponderti. Chiedi chi è stato acquistato nell’ultima campagna acquisti e ti sapranno dire anche quello.
Poi chiedi loro chi era Nicola Bernardini. Oppure Pietro Marti, Vittorio Bodini. Quanti saprebbero risponderti?
Ecco il punto. Per questo dico che non ci meritiamo questa città. Perché abbiamo perso esattamente ciò che l’Emeroteca conserva: la memoria della nostra comunità.
E non l’abbiamo persa perché siamo meno intelligenti di un tempo. Anzi, oggi abbiamo strumenti di ricerca, di conservazione e di accesso alle informazioni infinitamente superiori a quelli che esistevano cento anni fa, ma anche soltanto vent’anni fa. Il problema è che siamo diventati pigri. Non ci interessa più conoscere, non ci interessa più andare a cercare. E questa cosa fa rabbia.
Io sono un vecchiaccio di sessantaquattro anni che ha passato più della metà della propria vita in biblioteca. Eppure continuo a fare quello che faccio, a parlare dell’Emeroteca e a cercare di promuoverla. Non perché la Regione Puglia o la biblioteca debbano apprezzarmi o premiarmi. Lo faccio perché sono convinto che questo sia un luogo fondamentale per il futuro della nostra comunità e, soprattutto, per quello delle generazioni che verranno.
Il problema è che, se non siamo noi due, che evidentemente abbiamo una sensibilità particolare verso queste cose, chi se ne interesserà?
Da quando ho cominciato a fare attività con le scuole in biblioteca, quasi trent’anni fa, mi sono reso conto che il livello di curiosità e di voglia di conoscere è andato gradualmente scemando, in ogni ordine e grado di scuola. E possiamo discutere fino a domattina di chi sia la colpa: dei telefonini, degli insegnanti, del Covid, della società, di quello che volete. Ma per me è un dato oggettivo.
Io registro un’esperienza di oltre trent’anni.
Prendi un cittadino leccese del 1861 e fagli leggere il primo giornale pubblicato dopo l’Unità d’Italia. Io e te, oggi, probabilmente ci emozioneremmo. Troveremmo qualcosa di bello, qualcosa che ci parla di quella città e di quel mondo.
Poi entra in biblioteca una scolaresca di trenta liceali. Uno, due, magari cinque ragazzi ti dicono: “Che bello”. Gli altri giocano con il telefonino e le insegnanti non dicono nulla.
E allora io, che continuo a lavorare, a cercare, a conservare e a custodire la memoria di questa comunità, mi pongo una domanda: servirà?“.
Mentre parla, il tono della voce si fa più concitato. La delusione e l’irritazione per quell’indifferenza, per la crescente mancanza di interesse delle nuove generazioni verso la cultura, emergono sempre più chiaramente. Sembra che abbia trovato, in questa conversazione, il luogo giusto per dare voce a una rabbia che porta dentro da tempo. Lui, che trascorre gran parte della sua vita tra documenti antichi, testimonianze di epoche lontane, tradizioni e conoscenze che rischiano di scomparire troppo in fretta.
Ascoltandolo, mi rendo conto di essere d’accordo con lui. Certo, non possiamo fare di tutta l’erba un fascio, e sarebbe ingiusto attribuire a un’intera generazione gli stessi interessi e le stesse responsabilità. Eppure è difficile non notare quanto, per molti ragazzi, la notorietà e i like sembrino contare più della curiosità verso ciò che li circonda, della voglia di conoscere le proprie radici e di cercare risposte alle domande che il mondo pone loro.
Il tempo è volato via, come succede quando le parole e le persone sono quelle giuste. So che potrò ancora andare a trovarlo nel suo studio al secondo piano del Convitto Palmieri e continuare, prima o poi, quella conversazione rimasta necessariamente in sospeso perché tante sono le domande e tante le risposte taciute.
Ci congediamo e con un soffio spengo le candele ormai quasi consumate. Fermo la musica e la terrazza viene avvolta dal silenzio della sera. Rimangono i piatti vuoti, i bicchieri ancora sulla tavola e quella strana sensazione che lasciano le conversazioni belle: quella di aver imparato qualcosa, ma soprattutto di avere ancora voglia di sapere.
Forse è questo, in fondo, il senso della memoria: non conservare semplicemente ciò che è stato, ma continuare ad avere curiosità per ciò che siamo diventati.
Grazie, Gabriele.
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Category: Costume e società, Cultura


























