LA CITTA’ DI LECCE SI APPRESTA A FESTEGGIARE IL SUO SANT’ORONZO

di Maria Antonietta Vacca _______________ Tre giorni di festa, quattro secoli di storia e una città che nel suo Patrono ha affidato paure, speranze e memoria.
C’è un momento in cui Lecce cambia volto Ci sono feste che appartengono a una città. Per i leccesi Sant’Oronzo è una di quelle. Quando arrivano i giorni di agosto e le luminarie cominciano ad accendersi, quando le bande riempiono le strade e Piazza Sant’Oronzo si prepara ad accogliere migliaia di persone, Lecce sembra tornare indietro nel tempo. Perché la festa del Patrono non è soltanto una ricorrenza religiosa. È memoria. È infanzia. È odore di bancarelle e di cibo, musica di banda, luci, processioni, preghiere, incontri casuali, racconti tramandati dai nonni. È quella strana sensazione per cui, almeno per qualche giorno, una città intera sembra riconoscersi nello stesso simbolo. E quel simbolo è un uomo vissuto quasi duemila anni fa. Prima di Oronzo c’era Irene C’è un particolare che forse non tutti ricordano. Sant’Oronzo non è sempre stato il patrono di Lecce.
Per secoli la città fu affidata a Sant’Irene, considerata protettrice anche dai fulmini. Poi arrivò il Seicento. E arrivò la peste. Nel 1656 una terribile epidemia colpì il Regno di Napoli. Lecce e la Terra d’Otranto ne furono risparmiate e la popolazione interpretò quella salvezza come un intervento del santo. La devozione esplose. Il vescovo Luigi Pappacoda la sostenne con forza e nel 1658 Sant’Oronzo divenne ufficialmente il principale patrono della città. Da quel momento, la storia di Lecce e quella del suo Patrono cominciarono a diventare quasi inseparabili. E forse c’è qualcosa di profondamente umano in questa storia.
Quando arriva una calamità che non si riesce a spiegare, l’uomo cerca qualcuno a cui affidare la propria paura. Quando la calamità passa, cerca qualcuno da ringraziare. Al centro della città c’è un monumento che racconta questa storia meglio di qualsiasi libro. La colonna di Sant’Oronzo. Quei blocchi di marmo non sono nati a Lecce. Provengono da una delle antiche colonne romane che si trovavano a Brindisi, al termine della Via Appia. La città brindisina ne donò una a Lecce e Giuseppe Zimbalo ne curò la trasformazione monumentale. Nel 1684 la statua del Santo venne collocata sulla sommità. Ma anche qui la storia sembra voler lasciare spazio alla leggenda.
Nel 1737, durante i festeggiamenti, un fuoco d’artificio colpì la statua e la incendiò. Il Patrono bruciò proprio mentre Lecce festeggiava il suo Patrono. Due anni dopo ne fu realizzata una nuova, quella che per secoli avrebbe dominato la piazza. Quasi una storia nella storia. Il Santo che arrivò dalla peste e la città che continuò a chiedergli protezione.
Nel corso dei secoli Sant’Oronzo è diventato molto più di una figura religiosa. È diventato una sorta di custode simbolico della città. E Lecce, nei momenti difficili, ha continuato a guardare verso di lui. Non soltanto contro le epidemie. Anche contro terremoti, malattie, disgrazie e paure. Esiste infatti anche una tradizione legata al terremoto del 12 ottobre 1858, tanto che in passato, in autunno, si celebrava una seconda grande festa oronziana, con una processione verso il santuario fuori le mura. Come se i leccesi avessero avuto bisogno, più di una volta, di dire: “Sant’Oronzo, proteggici.” Ma la parte più bella è quella che non si trova nei libri. Perché una festa patronale non vive soltanto nei documenti. Vive nelle persone. Nelle nonne che raccontavano ai bambini la storia del Santo. Nei leccesi che da piccoli aspettavano la festa per vedere le luminarie. Nella banda che attraversa le strade. Nel profumo delle bancarelle. Nella processione. Nelle preghiere dette quasi sottovoce. E anche in quelle piccole credenze popolari che, passando da una generazione all’altra, finiscono per diventare patrimonio collettivo. La tradizione popolare ha attribuito a Sant’Oronzo una particolare capacità di proteggere Lecce dalle calamità. E forse non importa nemmeno stabilire dove finisca la storia e dove cominci la leggenda. Perché è proprio in quella zona di confine che nasce la memoria di un popolo.
C’è anche un Santo dentro la leggenda Secondo la tradizione agiografica, Oronzo sarebbe stato il primo vescovo di Lecce e avrebbe incontrato Giusto, legato alla predicazione di San Paolo. Oronzo, Giusto e Fortunato avrebbero evangelizzato il territorio e sarebbero infine morti martiri. Il luogo tradizionalmente indicato per il martirio è il santuario di Sant’Oronzo fuori le mura, dove ancora oggi la devozione leccese conserva uno dei suoi luoghi più importanti. E qui la storia diventa quasi un racconto. Una città. Un uomo. Una fede proibita. La persecuzione. Il martirio. E, quasi duemila anni dopo, una folla che ogni agosto torna a pronunciare quel nome: Oronzo.
Tre giorni per ricordare, tre giorni per sentirsi leccesi Il 24, il 25 e il 26 agosto non sono semplicemente tre date sul calendario. Sono i giorni nei quali Lecce ritrova una parte di sé. Il 24 agosto arriva la grande processione dei Patroni. Il 25 è il giorno legato al martirio e al santuario fuori le mura. Il 26 è la solennità di Sant’Oronzo. Tre giorni nei quali la dimensione religiosa convive con quella popolare: luminarie, bande, bancarelle, incontri, spettacoli e quell’atmosfera che trasforma il centro della città. La tradizione della festa patronale leccese affonda le proprie radici almeno nel XVI secolo, mentre il culto oronziano assunse nuova forza nel Seicento. Forse è questo il vero miracolo di Sant’Oronzo. Non sappiamo quanto ci sia di storia e quanto di leggenda. Non sappiamo se ogni racconto tramandato dai nostri nonni sia realmente accaduto. Ma sappiamo una cosa. Dopo quasi duemila anni, Lecce continua a parlare con il suo Patrono. Lo fa attraverso una statua. Attraverso una colonna romana. Attraverso una processione. Attraverso una preghiera. Attraverso una luce accesa. Attraverso una festa che ogni anno ritorna. E forse il vero miracolo non è che Sant’Oronzo abbia attraversato i secoli. Il vero miracolo è che una città abbia continuato a sentirlo vicino. Perché le feste patronali non sono soltanto celebrazioni. Sono il modo con cui una comunità racconta a se stessa chi è stata, chi è diventata e, forse, chi vorrebbe continuare ad essere. E quando a Lecce si accenderanno le prime luminarie, quando la banda comincerà a suonare e la folla riempirà Piazza Sant’Oronzo, per qualche giorno la città farà quello che fa da secoli: alzerà gli occhi verso il suo Santo. E gli parlerà.
Sono i giorni nei quali Lecce ritrova una parte di sé. Il 24 agosto arriva la grande processione dei Patroni. Il 25 è il giorno legato al martirio e al santuario fuori le mura. Il 26 è la solennità di Sant’Oronzo. Tre giorni nei quali la dimensione religiosa convive con quella popolare: luminarie, bande, bancarelle, incontri, spettacoli e quell’atmosfera che trasforma il centro della città. La tradizione della festa patronale leccese affonda le proprie radici almeno nel XVI secolo, mentre il culto oronziano assunse nuova forza nel Seicento. Forse è questo il vero miracolo di Sant’Oronzo Non sappiamo quanto ci sia di storia e quanto di leggenda. Non sappiamo se ogni racconto tramandato dai nostri nonni sia realmente accaduto. Ma sappiamo una cosa. Dopo quasi duemila anni, Lecce continua a parlare con il suo Patrono. Lo fa attraverso una statua. Attraverso una colonna romana. Attraverso una processione. Attraverso una preghiera. Attraverso una luce accesa. Attraverso una festa che ogni anno ritorna. E forse il vero miracolo non è che Sant’Oronzo abbia attraversato i secoli. Il vero miracolo è che una città abbia continuato a sentirlo vicino. Perché le feste patronali non sono soltanto celebrazioni. Sono il modo con cui una comunità racconta a se stessa chi è stata, chi è diventata e, forse, chi vorrebbe continuare ad essere. E quando a Lecce si accenderanno le prime luminarie, quando la banda comincerà a suonare e la folla riempirà Piazza Sant’Oronzo, per qualche giorno la città farà quello che fa da secoli: alzerà gli occhi verso il suo Santo. E gli parlerà.
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