“Saracena” DI CESARE BASILE,”La distanza tra noi e la riva” DI PALLIDA CAVTAT, “Like freshly mown grass” E “Backwoods” DI DEIS MOINES, “Sea songs” DI AUTORI VARI: UNA RECENSIONE MULTIPLA COMPARATA DELLE MIGLIORI NOVITA’ DISCOGRAFICHE

di Roberto Molle _______________
Due perdite importanti mi hanno segnato in questa estate infuocata.
Una mi ha fatto quasi passare la voglia di ascoltare musica, l’altra me l’ha fatta tornare, prepotentemente. La prima, molto personale, mi ha come svuotato di ogni interesse; la seconda, condivisa con altre migliaia di persone, mi ha ripreso prima che il filo si rompesse e mi lasciasse precipitare in qualche abisso schermato da ogni spiraglio sonoro. Ed eccomi, allora, a tirare le somme (dal punto di vista musicale) su un periodo strano e doloroso, che comunque ha lasciato il segno.
Alla fine di luglio se n’è andata una persona di famiglia, dopo un mese Glen Hansard.
Di Glen ho scritto su leccecronaca.it qualche giorno dopo il suo funerale: un pezzo nato di getto, sull’onda di una tensione emotiva fortissima e di un affetto antico nei confronti del musicista irlandese. Dopo un mese senza musica, il funerale di Glen nella St. Patrick’s Cathedral di Dublino è stato occasione di profonda riflessione. In chiesa, oltre ai familiari, erano presenti tantissimi amici e musicisti a rendergli omaggio con testimonianze e canzoni (Eddie Vedder ha interpretato una toccante versione di The Song of Good Hope dal primo album di Glen, “Rhythm and Repose”). L’emozione e la frustrazione per una perdita così importante erano palpabili nelle voci e sui volti di tutti loro, ma la musica ha un potere così grande da riuscire a mitigare ogni dolore e ad aiutare a elaborare, seppur lentamente, anche ferite che non si rimargineranno mai.
Ho trascorso i giorni seguenti immerso nell’ascolto di tutti i dischi di Glen con i suoi Frames, quelli da solista e quelli altrettanto importanti con Markéta Irglová nel side project The Swell Season; all’appello era mancato solo l’ultimo disco pubblicato un paio di mesi fa, quel “Don+T Settle Vol.2 Transmission West” (seconda parte di un concerto registrato nello storico studio radiofonico Funkhaus di Berlino) che un corriere gentile mi ha consegnato proprio stamattina.
Il disagio resta tutto, ma la musica è tornata a fluire nelle mie giornate. Sono stato un po’ in giro per concerti e il giradischi e il lettore CD sono tornati a girare; lo streaming è servito laddove il supporto fisico non era disponibile.
È tornata anche la voglia di scrivere di musica, grazie ad alcuni dischi interessanti che mi sono capitati tra le mani e all’ascolto. Alcuni sono usciti di recente, altri un po’ di tempo fa; uno solo, da qualche giorno. Come al solito, sono dischi lontani dalle classifiche, “banalmente” alternativi e bellissimi (per il sottoscritto, ovviamente…). Questi i titoli:
“Saracena” di Cesare Basile; “La distanza tra noi e la riva” dei Pallida Cavtat “Like Freshly Mown Grass” e “Backwoods” (meraviglia! Uscito su audiocassetta) di Des Moines; “Sea Songs: Music for Hotels vol. 3” di Autori Vari.
Ne vogliamo parlare?

SARACENA di CESARE BASILE
“Saracena” è un flusso continuo di memorie che trascina dentro immagini proiettate su schermi immaginifici. Il dialetto siciliano è così vicino a quello salentino da riuscire a tracimare dentro storie che scorrono lente sullo sfondo comune di mari inquieti e controre battute da soli implacabili. Le parole hanno i loro spigoli, ma i suoni riescono a levigarle dentro il monolite emotivo in cui sono incastonate. Sulle prime, quasi cantilene senza identità, poi, man mano, brani identitari di un sentire del Sud… di ogni Sud. Un disco sciamanico, capace di cauterizzare ferite con impasti di parole arse al fuoco di una poesia liberata da ogni costrizione estetica.
Otto canzoni che vivono la fiammata di un racconto sul crinale di un vulcano che si fa identità e riscatto per una terra ai confini del mondo. Cesare Basile, musicista catanese, è a tutt’oggi uno dei più importanti songwriter italiani, dedito a una forma-canzone assolutamente unica, tra retaggio punk, vocazione folk-blues e musica popolare siciliana. Le origini con la band alt-rock dei Candida Lilith, un giro lungo attraverso altre formazioni (Kim Squad, Quartered Shadows), poi il percorso solistico, toccato anche da collaborazioni internazionali (Hugo Race, John Parish).
La scelta finale del musicista di cantare in dialetto siciliano, raccontando mondi che restano cristallizzati in una terra misteriosa e bellissima, si fa condizione di impegno particolare. La sua non è musica che ascolti in auto o in cuffia al parco mentre fai jogging. Devi entrarci dentro, essere disposto a immergerti con dedizione per percepirne la profondità storica, diacronica e ancestrale.
“Saracena” è un disco di albe appena esplose, respiri mediterranei e afflati tuareg che si levano dentro tramonti insanguinati. C’è na casa rutta a Notu s’insinua arpeggiata e solenne su parole appese a uno scirocco impenitente. Kafr Qasim è ipnotica danza nel suo incedere di arabeschi cangianti, monca di versi e scura essenza di suoni. La voce di Cesare arriva sinuosa dentro Ciuri i Cutugni, avvolta di suoni e disturbi che inghiottono le parole in un continuum che svela la saldatura con Prisenti Assenti, brano che si nutre di riverberi e loop mentre le parole si fanno sincopi sullo sfondo del tempo. La prima metà di “Saracena” evapora di bellezza e, prima di potersene rendere conto, arriva il lato B del disco. Bbacilicò ha il profumo della terra bagnata dopo un temporale che rinfresca tra la macchia e gli ulivi, Caliti ciatu è suono di ciaramella svernato in una grotta controvento, nella solitudine di un eremita che non vuole più guardare il mondo nello stesso modo. U iornu do Signuri è mistico sentire fatto di atmosfere nebbiose e interludi poetici: preghiera laica che trasmuta in elegia dentro Cappeddu a mari, final song che riecheggia la tradizione dei cantori siciliani.
“Saracena” è un album cupo e introspettivo, esistenziale nel suo affondo di passato ma per nulla anacronistico nell’analisi dell’oggi, dell’Io e dell’Altro. Insieme a “Iri”, l’album in dialetto siciliano rilasciato qualche mese fa dall’altro catanese Marcello Cunsolo, “Saracena” è testimonianza di liberazione, identità e coraggio espressivo, fattori che si fondono a un grande respiro culturale, civile e artistico.

LA DISTANZA TRA NOI E LA RIVA di PALLIDA CAVTAT
“C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico: io vivo altrove, e sento che sono intorno nate le viole”.
Pascoli non è tra i poeti che nel tempo mi hanno fatto battere il cuore: il suo decadentismo fragile, retaggio di scuola ottocentesca, privo di quel mood nichilista presente in Montale (ad esempio), non mi ha mai conquistato; ma questi versi sono così rivoluzionari, contraddittori e coraggiosi da prestarsi a metafora e ossimoro perfetto anche se li si volesse accostare alla musica.
I Pallida Cavtat sono un trio di musicisti formato da Virginia Massi (voce, basso), Alberto Ruberti (chitarra, voce) e Lorenzo Paiano (batteria, synth). Tre salentini, giovanissimi, che si presentano come band alt-rock, e lì ti verrebbe da storcere il naso; poi vai oltre, scopri che tra le loro influenze citano Sonic Youth, Blonde Redhead, Pavement, Verdena e Yuppie Flu; qualcosa non torna: sono troppo giovani per certa (splendida) musica “antica”.
Da pochi giorni hanno pubblicato il loro primo album per NOS Records, dal titolo “La distanza tra noi e la riva”; aspettavo da un po’ di capirci meglio, li avevo intercettati l’anno scorso in alcuni video e mi sono sembrati subito interessanti. Virginia, Alberto e Lorenzo, tre musicisti dall’aria nerd alle prese con strumenti governati con leggiadria e idee incredibilmente chiare.
L’ascolto dell’album svela interessanti risvolti: vaggiti wave, noise gentile, rigurgiti post-punk, tutto filtrato attraverso uno sguardo adolescente e disincantato.
“La distanza tra noi e la riva” è spora cyber di memoria innestata su germogli adamantini. L’acerbo languore nella voce di Virginia riporta alla Hope Sandoval pre Mazzy Star, eterea singer degli Opal; il lirismo disperato di “Misery Is a Butterfly” nelle elettroniche dei fratelli Pace e i gorgheggi di Kazu Makino trovano sponda negli attacchi furiosi e nelle quieti di un imberbe shoegaze; i testi si nutrono di delicato ermetismo e la poesia scivola leggera in alcuni passaggi: “Guarda la scogliera / crolla sotto il peso / della gabbia dei fiori / delle mie libagioni / ti prego stai male / dammi il tuo dolore”.
I Pallida Cavtat sono il vecchio e il nuovo che si compendiano, la musica che influenza la musica attraverso un circolo virtuoso, sono la staffetta che tiene viva la fiamma del rock. “La distanza tra noi e la riva” è molto più di un disco di formazione: è una dichiarazione incontaminata d’intenti, una sfida della bellezza alle brutture del mondo, un sasso nello stagno dell’apatia delle piazze in estate, ingolfate di suoni alla deriva.

LIKE FRESHLY MOWN GRASS e BACKWOODS di DES MOINES
Dicembre 2025, Correggio. Nella città di Pier Vittorio Tondelli, Luciano Ligabue e Fabrizio Tavernelli ci arrivo in un pomeriggio freddino per la presentazione di un libro. Ospite di Fabrizio, prima dell’evento facciamo un giro nel centro storico per poi approdare al caldo interno di un bar. Il terzo uomo era già seduto fuori a un tavolino a sorseggiare una birra con una coperta sulle gambe. Questo è stato il primo impatto con un ragazzone emiliano di nome Simone Romei, con un moniker misterioso: Des Moines.
Di lì a poco avrebbe scaldato un bel po’ di gente, eseguendo con nonchalance l’intero “Pink Moon” di Nick Drake.
Insomma, Des Moines è un musicista sopra le righe, quello perfetto, che non ha certo il physique du rôle romantico e decadente del menestrello di Tanworth-in-Arden, ma che ha un cuore molto in sintonia con gli autunni rosso bordeaux e marrone cioccolato di quei luoghi.
Se può servire a inquadrare meglio il personaggio, potrei dire che si colloca da qualche parte tra il folk britannico anni ’60 (Nick Drake, Bert Jansch), il fingerpicking primitivo (John Fahey, Robbie Basho) e la tradizione americana.
Il ragazzo ha una bella storia alle spalle, fatta di produzioni indipendenti e collaborazioni importanti: Andrea Rovacchi (Julie’s Haircut), Egle Sommacal (Massimo Volume).
Nel corso degli anni, per promuovere i suoi dischi, ha tenuto numerosi concerti in giro per l’Italia, come opening act per artisti come Michael Chapman, Ryley Walker, Geoff Farina, Matt Elliott; ha partecipato a festival come Handmade Festival e Musica Nelle Valli e a tre tour tra Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca e Italia insieme al musicista olandese Joost Dijkema e al musicista svizzero Son Of Buzzi (Sebastian Bischoff), oltre a un breve tour italiano insieme al musicista spagnolo Isasa.
Dopo l’ascolto fulminante di “Pink Moon” a Correggio, contatti, scambi e apprezzamenti; infine la disponibilità del supporto fisico in CD del suo disco “Like Freshly Mown Grass” e quella di “Backwoods” in audiocassetta (sì! Proprio quell’oggetto lì), comprendente tre brani che avevano anticipato il disco un anno prima.
La musica di Des Moines è balsamo che profuma di muschio e funghi di bosco. Gli arpeggi di chitarra sorretti da un violino magico e un violoncello etereo accompagnano una voce calda che disegna ghirigori di parole. Le canzoni di “Like Freshly Mown Grass” sono lucciole nelle notti senza luna che guidano lungo i sentieri solitari dell’anima. Il british folk di Bert Jansch e John Renbourn e le scorribande west-coast di CSN&Y s’intrecciano nel suono e nel canto di Des Moines in magica armonia.
“Des Moines è piena di rotaie – e andai a finire in una vecchia locanda tristissima delle praterie vicino al deposito delle locomotive, e passai una giornata intera a dormire in un grande letto bianco duro e pulito, con scritte oscene incise nella parete accanto al cuscino e serrande gialle e malconce tirate giù sullo scenario fumoso dello scalo ferroviario. Mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l’unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero, lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d’albergo che non avevo mai visto, col sibilo del vapore fuori, lo scricchiolio del legno vecchio degli impianti, i passi al piano di sopra e altri rumori tristi – e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi. Non avevo paura; ero semplicemente qualcun altro, uno sconosciuto, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Ero a metà strada fra una costa e l’altra dell’America, al confine tra l’Est della mia giovinezza e il West del mio futuro, e forse è per questo che accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso.” — da “On the Road”, Jack Kerouac, 1957.

SEA SONGS: MUSIC FOR HOTELS vol. 3 di A.A.V.V.
Un anno fa un insolito cavallo di Troia aveva liberato nei miei spazi le note di un progetto ambizioso: la creazione di una doppia compilation di canzoni originali o riprese dal passato (dal più remoto a quello più prossimo) e “rinfrescate”, o meglio, “annichilite” dalla creatività di musicisti abbastanza sopra le righe. All’origine di tutto Vittore Baroni, critico musicale, musicista, albergatore e molto altro. Fulcro del progetto, l’Acapulco, il suo albergo dal nome evocativo (“Fun in Acapulco” è il film con Elvis Presley). La struttura, oltre a ospitare turisti, di volta in volta diventa sala mostre, spazio concerti e quinta naturale per performance teatrali.
Questo “Sea Songs: Music for Hotels vol. 3” chiude un trittico iniziato con “Return to Acapulco: Music for Hotels vol. 1”, seguito da “Summer Fun: Music for Hotels vol. 2”. Vittore ha raccolto un nutrito drappello di musicisti amici e, nelle tre evoluzioni del progetto, ha inteso realizzare musica che andasse a sonorizzare gli spazi di una struttura alberghiera, rielaborare canzoni dedicate all’estate e, in ultimo, omaggiare uno dei musicisti più geniali del ventesimo secolo: sir Robert Wyatt (Sea Song è l’intro del suo album “Rock Bottom”, considerato tra i migliori prodotti in ambito rock).
Salterei la lunga lista dei musicisti presenti nelle prime due compilation per un’escursione a volo d’uccello tra quelli presenti in “Sea Songs”. I contributi arrivano (oltre che da “Le Forbici di Manitù”, la band di cui fa parte anche Vittore Baroni) da parte di artisti di diverse generazioni e provenienze. I generi spaziano dal rock all’elettronica, dal pop al blues, a brani con elementi vocal jazz, new wave, punk, surf, rockabilly, industrial e altro ancora.
Equamente divisi tra cover e composizioni originali, non solo canzoni, tra cui classici intramontabili come La Mer di Trenet, The Dolphins di Fred Neil, Song to the Siren di Tim Buckley o Ocean di Lou Reed, ma anche colonne sonore, recitazioni e sperimentazioni strumentali.
Un cast di musicisti composito e imprevedibile, che ai musicisti attivi nella riviera della Versilia e dintorni (Luciano Federighi, Michela Lombardi e Andrea Garibaldi, Giuseppe Giannecchini con Ugo Cappadocia, Brunilde Galeotti, Eleband e Staindubatta) o nell’area toscana (Dome La Muerte E.X.P., Mirco Magnani, Gabriele Bartolucci, Xayde, The Garden of Love) vede affiancate vere leggende della scena (inter)nazionale, come il bassista e compositore Steve Piccolo, l’eclettico Maurizio Marsico, esponente di rilievo del panorama extra-rock italiano, e il musicista e compositore Teho Teardo.
In ordine sparso gli altri: Wide Hips 69, David Greenberger & Tyson Rogers, Spectral Unit, McCulloh, Polemica, 9, Ricky Rialto, Adriano Zanni, Elia Ulian, Teatro Satanico, Gianluca Becuzzi, Staindubatta, Stefano Saletti & Sale, Ignazio Lago, Luciano Federighi, Tommaso Ledi & Carlo De Martini, Simon Balestrazzi, Spirocheta Pergoli Redux, xoX, Monofonic Orchestra e Grey T Noise.
Nei due CD della compilation sono presenti trentuno brani a opera dei succitati artisti. Anche in questa occasione un ricco libretto (con approfondimenti e note) accompagna il progetto. Per l’acquisto del CD e per qualsiasi informazione si può contattare Vittore Baroni attraverso i social.
Category: Cultura


























