IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / IL GREMBIULE DELLA ZIA PINA

| 23 Agosto 2026 | 0 Comments

di Anna Maria Greco __________________

Qualche giorno fa stavo riordinando un cassetto della cucina.

Tra strofinacci e tovagliame è spuntato un vecchio mantile di cotone bianco, finemente ricamato, ancora meravigliosamente conservato. L’ho preso tra le mani.

Lu mantile. Così chiamavamo il grembiule nel nostro dialetto salentino.

È bastato toccarlo perché da quel cassetto affiorassero ricordi che non sapevo di aver conservato così bene. Ricordi di donne, di gesti, di parole ascoltate tanti anni fa. E oggi voglio condividerli con voi.

Quel mantile me lo aveva donato zia Pina, una zia materna di mio marito. Era appartenuto a mia suocera e faceva parte del suo corredo. Zia Pina lo aveva conservato con grande cura e, insieme ad altri pezzi di quel corredo, un giorno aveva voluto affidarlo a me come segno d’affetto.

Rivederlo ha riportato subito il mio pensiero a lei.

Zia Pina lu mantile lo indossava ogni giorno. Al mattino, dopo essersi vestita, era l’ultima cosa che indossava e, la sera, la prima che toglieva.

Ricordo che un giorno, incuriosita da quell’abitudine così naturale per lei, le chiesi:

«Zia, ma perché lo metti sempre? Io non lo indosso mai.»

Mi guardò quasi sorpresa. Mi spiegò che lo portava fin da ragazza e che non avrebbe saputo farne a meno. Quando, al mattino, annodava lu mantile alla vita, si sentiva ordinata, completamente vestita, pronta ad affrontare la giornata.

Era diventato quasi una seconda pelle.

Fu quella semplice domanda ad aprire un mondo.

Conobbi zia Pina quando avevo appena vent’anni. Da allora entrò nella mia vita con una presenza discreta ma costante. Le nostre case distavano pochi metri e, negli anni, gli incontri, le visite e le lunghe conversazioni diventarono parte della quotidianità.

Lei apparteneva a un’altra generazione. Era nata nel 1920 e aveva attraversato quasi un secolo di storia. Ci ha lasciati all’età di novantadue anni.

Era una donna molto intelligente e profondamente saggia. Nella sua giovinezza aveva conosciuto gli anni della guerra e, nel corso della sua lunga esistenza, aveva visto cambiare profondamente la società. Eppure non era rimasta ferma al passato: apprezzava la modernità e, nello stesso tempo, conservava con rispetto il mondo dal quale proveniva.

I suoi ricordi, però, arrivavano ancora più lontano. Attraverso i racconti delle donne venute prima di lei, custodiva memorie che affondavano le radici tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

Da quei racconti aveva appreso che anche le ragazze uscivano di casa con lu mantile annodato alla vita: faceva parte del loro modo di sentirsi vestite con ordine e decoro.

In quell’antica tradizione, lu mantile non era soltanto un indumento da lavoro. Era legato anche al pudore e alla rispettabilità della donna.

E persino lu mantile poteva comunicare.

Zia Pina mi raccontava che una ragazza corteggiata da un giovane che le piaceva poteva spostarlo discretamente verso destra. Bastava quel piccolo gesto per comunicargli che poteva farsi avanti.

Se invece lo spostava verso sinistra, il messaggio era un altro: meglio non insistere.

Ne rimasi affascinata.

Pensai a quelle ragazze e a un tempo in cui i gesti comunicavano ciò che le parole spesso non potevano dire.

Uno sguardo. Un movimento appena accennato. Un lembo di stoffa.

E il messaggio era arrivato.

Oggi i tempi sono cambiati, e con loro i modi di corteggiare e di manifestare un interesse. Eppure mi emoziona ancora pensare che, un tempo, per lasciare intendere un piccolo sì o un deciso no, potesse bastare lu mantile.

Io allora ascoltavo. Solo oggi comprendo fino in fondo quanto stessi ricevendo.

Ma lu mantile apparteneva anche al mondo che zia Pina aveva vissuto in prima persona e a quello che io stessa ho fatto in tempo a vedere.

Qui nel Salento accompagnava le donne dall’inizio alla fine della giornata: nei lavori nei campi, nella raccolta delle olive, nelle lunghe giornate dedicate al tabacco e quando, sedute insieme, infilavano una dopo l’altra quelle grandi foglie.

Le mani lavoravano e le voci intanto raccontavano.

Poi c’era la casa: il bucato, i fornelli, i bambini da accudire. E lu mantile era sempre lì.

Proteggeva il vestito, certo, ma era talmente parte dei gesti quotidiani che vi si asciugavano, quasi senza pensarci, le mani ancora bagnate o, durante il lavoro, il sudore dalla fronte. E magari, nel mezzo di una conversazione, quando un ricordo velava all’improvviso gli occhi, quello stesso lembo asciugava una lacrima.

Poi c’era l’orto.

Ed è qui che i racconti di zia Pina incontrano anche i miei ricordi, perché quel gesto l’ho visto anch’io tante volte.

Ricordo i lembi de lu mantile sollevati davanti al grembo. Dentro potevano finire un pezzo di pane ormai secco, gli scarti delle verdure o del fogliame da portare alle galline, ai galli e, quando c’erano, ai conigli.

E poco dopo quello stesso mantile poteva accogliere ciò che si raccoglieva: qualche ortaggio, gli agrumi appena staccati dall’albero e le uova del pollaio, adagiate piano tra le pieghe perché non si rompessero. Una mano teneva sollevato lu mantile, l’altra raccoglieva.

Gesti allora così normali che forse nessuno pensava di doverli ricordare.

E invece eccoli qui.

Ma lu mantile conosceva anche il dolore.

Zia Pina mi raccontava che, davanti a un lutto o a una disgrazia improvvisa, le donne potevano afferrarlo con entrambe le mani. Stringerlo. Portarlo al viso. Piangervi dentro.

Come se quella stoffa potesse soffocare un grido che il cuore non riusciva a trattenere.

Mi parlava anche delle madri raggiunte dalla notizia di un figlio caduto lontano, in guerra.

E io provavo a immaginarle.

Quelle stesse mani che avevano impastato il pane, lavato i panni, lavorato la terra e accarezzato i figli, ora stringevano forte lu mantile cercando qualcosa a cui aggrapparsi.

Quell’immagine non mi ha più lasciata.

Perché a quel punto avevo cominciato a capire: lu mantile non aveva accompagnato soltanto il lavoro delle donne.

Aveva accompagnato la vita.

Molti anni dopo avrei scoperto qualcosa che mi avrebbe riportata ancora una volta alle parole di zia Pina.

La parola grembiule deriva da grembo. E anticamente grembo poteva indicare anche il lembo della veste sollevato a formare una conca nella quale raccogliere qualcosa.

Quando l’ho scoperto, mi è tornato davanti agli occhi un gesto che conoscevo bene: le mani che sollevavano lu mantile e le uova adagiate piano tra le sue pieghe.

E ho pensato che forse l’immagine più bella fosse già dentro quella parola.

Un grembo di stoffa.

E quel grembo di stoffa io l’avevo visto davvero.

La rivedo ancora, zia Pina, percorrere i pochi metri che separavano le nostre case con lu mantile annodato alla vita.

Il martedì era il giorno del pane fatto in casa. Quando il fornaio glielo riportava appena sfornato, lei ne prendeva un panetto ancora caldo, lo avvolgeva in un canovaccio di cotone e lo adagiava tra i lembi de lu mantile raccolti davanti a sé. Poi veniva da noi.

Sapeva quanto quel pane caldo piacesse a noi e ai nostri figli.

La vedo ancora arrivare così, con quel piccolo fagotto custodito tra le pieghe de lu mantile e il profumo del pane appena sfornato che sembrava precederla.

Allora era uno dei tanti gesti della nostra quotidianità.

Oggi darei molto per vederla arrivare ancora una volta in quel modo.

E poi c’erano le tasche de lu mantile.

Quelle di zia Pina me le ricordo bene. Portava con sé il piccolo necessario della giornata: il fazzoletto, le chiavi di casa — che poteva annodare a un angolo di quel fazzoletto perché non andassero perdute — il rosario, qualche monetina. E quasi sempre delle caramelle per i bambini che avrebbe potuto incontrare lungo la strada.

Mi raccontava che le donne di un tempo, in quelle tasche, custodivano anche qualche soldo, la chiave del baule, una lettera da far arrivare a qualcuno lontano. Forse anche qualche segreto.

Ma lu mantile non serviva soltanto a custodire. Poteva diventare anche il tramite silenzioso del dare e del ricevere.

Tra una casa e l’altra, soprattutto nel vicinato, passavano piccoli doni spontanei, ciò che si aveva e si poteva condividere. E non di rado erano proprio le pieghe de lu mantile ad accoglierli e a portarli da una porta all’altra.

È ripensando a quei gesti che mi torna alla mente una parola che zia Pina pronunciava spesso: Provvidenza.

Per lei ciò che arrivava si accoglieva con gratitudine e, quando si poteva, si condivideva.

Non serviva avere molto. Serviva ricordarsi dell’altro.

Forse anche questo mi ha insegnato senza mai dirmelo.

Sono nata nel 1969 e ho fatto in tempo a vedere ancora vivo quel mondo.

Mia madre, mia nonna, zia Pina, le donne della mia infanzia: lu mantile era parte della loro quotidianità.

Non stavano conservando una tradizione. Stavano semplicemente vivendo.

Oggi lu mantile non è scomparso del tutto. È cambiato il modo di indossarlo. Molte donne lo mettono ancora in casa, soprattutto mentre cucinano, e poi lo tolgono. Eppure, nei centri storici dei nostri paesi salentini, può capitare ancora di incontrare qualche donna anziana che esce con lu mantile annodato alla vita.

Quando accade, il mio sguardo si ferma.

Per un istante rivedo mia madre, mia nonna. E soprattutto zia Pina.

Proprio come è successo qualche giorno fa davanti a quel cassetto.

Avevo cominciato soltanto per mettere un po’ d’ordine e mi sono ritrovata con un pezzo della mia storia tra le mani.

Ho guardato il cotone bianco, i ricami, i lacci. E sono tornate le donne della mia infanzia: la loro voce, le loro mani, i loro gesti. E soprattutto zia Pina, con la sua saggezza e la pazienza con cui raccontava.

Allora ascoltavo con curiosità. Oggi so che stavo ricevendo un’eredità.

Non fatta di cose. Fatta di memoria.

Una memoria che altre donne avevano affidato a lei e che lei, racconto dopo racconto, aveva affidato a me.

Ho ripiegato lentamente lu mantile e, prima di richiudere il cassetto, l’ho accarezzato ancora una volta.

Le sue tasche erano vuote. Eppure dentro avevo ritrovato mani, voci, fatiche, lacrime e piccoli gesti d’amore.

Se questo mio racconto avrà fatto riaffiorare il ricordo de lu mantile, di una mamma, di una nonna o di una zia, sarò felice di averlo condiviso con voi.

E lo sarò ancora di più se qualche giovane, leggendo, avrà conosciuto un po’ meglio le donne venute prima di noi.

Perché la memoria non è soltanto ciò che ricordiamo. È anche ciò che scegliamo di consegnare a chi viene dopo.

___________________

( 6 – continua )

Category: Costume e società, Cultura

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