A LEQUILE IN FIAMME L’ECOCENTRO / DURA PRESA DI POSIZIONE DEL COMITATO PREVENZIONE INCENDI SALENTO, CHE PARLA DI UNA “guerra che mina la salute e il futuro” SCATENATA IN UNA “strategia di desertificazione del territorio salentino”

| 3 Settembre 2026 | 0 Comments

Riceviamo e volentieri pubblichiamo (nella nostra foto, la minifestazione organizzata a Lecce il 1 agosto scorso dal Comitato Prevenzione Incendi Salento) _________________

Bruciano i rifiuti nel Salento.

A quattro giorni dal rogo che il 29 agosto scorso ha interessato la sede dell’azienda Ecotecnica alle porte di Lequile (che si occupa della raccolta e dello stoccaggio di rifiuti) e da quello sviluppatosi in contrada Castellino a Nardò (che pare abbia interessato un’azienda dedita alla stessa tipologia di attività) brucia un container di rifiuti RAEE anche nell’ecocentro di Ruffano (inevitabile il richiamo alla memoria di quello del 5 giugno scorso scoppiato nell’ecocentro di Francavilla Fontana).

Dopo i roghi estivi, che hanno devastato ampie aree rurali e zone di pregio naturalistico, i rifiuti. Dopo la terra, l’attentato alla salute dell’aria. Non è forse guerra, quella che mina la salute e il futuro di un territorio?

Cosa sta succedendo nel Salento?

Siamo di fronte a un bollettino catastrofico in cui ambiente e salute rischiano di rimanere in ginocchio a causa di un’Emergenza tutt’oggi non vista, negata dalle narrazioni ufficiali e istituzionali nella sua reale consistenza e quindi mai affrontata in quanto tale.

Una densa nube nera di fumo tossico ha invaso il Salento per giorni, richiamando con la sua forma apocalittica scatti di guerra dai paesaggi petroliferi e portando la popolazione locale all’incertezza e all’angoscia sulla propria sicurezza e sulle sorti della propria salute, oltre che ad accusare disturbi respiratori immediati.

Come può un incendio sviluppatosi in un bosco vicino, a quanto riferito dalle prime perizie e testimonianze, raggiungere e scavalcare in poco tempo il muro di un’azienda vicina, che dovrebbe essere dotata di sistemi tempestivi di sorveglianza e antincendio, oltre che di un piano sicurezza adeguato alla tipologia sensibile della propria attività?

E le Istituzioni?

Giungono a raccomandare alla cittadinanza con la premura di 40 ore di ritardo dallo sviluppo del rogo di Lequile il comportamento precauzionale da assumere in caso di roghi tossici: astenersi dall’organizzare e prendere parte ad eventi all’aperto, non usare acque provenienti da pozzi né irrigare gli orti o consumarne i prodotti nelle aree interessate dalla diffusione del fumo. In questo contesto ARPA (Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione dell’Ambiente) assume un ruolo cruciale, Cittadini e Cittadine sono in apprensione per conoscere i dati che si fanno attendere. Come se il perimetro del danno da fumi tossici fosse circoscrivibile in modo netto e definitivo.

Non possono non tornare alla mente i proclami istituzionali di chi appena qualche settimana fa ha fatto annunci  di lotta agli incendi e di potenziamento della macchina dello spegnimento, della sorveglianza e dell’intervento tempestivo per contenere l’Emergenza. Cosa non ha funzionato? Cosa non è stato applicato? Chi controlla l’attuazione delle previste prescrizioni?

I roghi di rifiuti di questi giorni non interessano aree abbandonate, ma luoghi di lavoro in attività, gestiti e regolarmente impiegati nella catena dello smaltimento autorizzato e degli appalti pubblici, in una Regione come la Puglia che ancora non ha chiuso il ciclo dei rifiuti, che ne ha affidato la gestione a un sistema di stoccaggio e smaltimento industriale privato e non ha attuato alcuna politica pubblica di Rifiuti Zero.

Impianti di gestione rifiuti presi di mira, perché? Inevitabili le congiunture su questa combinazione di eventi. Inevitabili gli interrogativi sul piano sicurezza aziendale e sul suo eventuale malfunzionamento che si aggiungono ai dubbi sull’opportunità dell’ubicazione di un centro di stoccaggio rifiuti nel mezzo di un paesaggio rurale e boschivo (al posto, per esempio, di una zona industriale).

Alla luce di quanto sta succedendo ci chiediamo: Istituzioni e forze dell’ordine vigilano regolarmente sul funzionamento di un sistema di protezione per le aree sensibili del territorio, che possono procurare problemi alla sicurezza pubblica e alla salute di un territorio?

Noi crediamo di no. Per questo è necessario e improrogabile il potenziamento immediato dei controlli a prevenzione nelle aree sensibili come gli ecocentri comunali della Provincia di Lecce e le aziende dedite allo stoccaggio di rifiuti e le stazioni di rifornimento carburanti richiamando l’Istituzione provinciale e la Prefettura al loro dovere istituzionale di coordinamento congiunto e interprovinciale del territorio, effettivo, tempestivo e fuor di proclama pubblico.

La Puglia perde salute e paesaggio a vista d’occhio. L’emergenza paesaggistica implica danni ambientali ed economici incalcolabili nel medio e lungo periodo. Un paradosso, per una Regione che ha investito pressoché totalmente nella vocazione turistica e nel marketing del territorio.

La sottile linea rossa delle nuove politiche industriali, pianificate nei decenni dalle politiche e dalle legislazioni pubbliche dei governi locali, sempre favorevoli ai nuovi business dell’economia, lasciano intravedere l’attuazione lenta di una strategia di desertificazione del territorio, salentino in particolare, che da qualche anno gode della protezione tributaria alle politiche di conversione energetica nazionali. Sono dettagli se la loro attuazione passi dall’accoglienza di progetti industriali di ampia scala che distruggono salute e fisionomia del territorio a solo vantaggio di nuove generazioni di speculatori, che nulla lasciano alla nostra terra né in termini di partecipazione alle nuove economie di investimento (come gli impianti di energie rinnovabili attuati in barba alle leggi e senza criterio e controllo) né in termini di produzione di energia per i fabbisogni locali né sotto forma di compensazioni e ristori.

La mania dell’ampliamento delle infrastrutture viarie, gli incendi che producono smisurate emissioni di CO2 per mesi nella stagione estiva, il via libera al fotovoltaico selvaggio ora travestito da agrivoltaico e ai resort di lusso, gli incentivi agli impianti agricoli intensivi idrovori e monocolturali, gli impianti eolici ad alto impatto ambientale e paesaggistico, i progetti di costruzione di data center, centrali nucleari e altre mostruose visioni industriali che predano i territori ed estraggono ed esauriscono risorse senza calcolarne le conseguenze, chiamano la necessità di fare spazio, tabula rasa, attivando un processo di accaparramento delle terre (land grabbing) che è sotto gli occhi di tutti e che, per chi ha frequentazione con studi e letture geopolitici, è una vecchia tecnica del peggiore colonialismo predatorio moderno, tipico delle economie capitaliste.

Pretendiamo politiche di inversione di rotta da parte delle nostre Istituzioni, di contrasto alla desertificazione. Pretenderemo che i governi locali si assumano la responsabilità di aver contribuito all’inquinamento strutturale e al degrado fuori controllo in cui viviamo. Il territorio deve tornare ai suoi abitanti, tutelato, presidiato e curato nel suo valore paesaggistico, a garanzia dello sviluppo di economie locali in un ambiente florido e sano. _________________

LA RICERCA nel nostro ultimo articolo di ieri

L’APPROFONDIMENTO nel nostro articolo del 1 agosto scorso

Category: Costume e società, Cronaca, Politica, Riceviamo e volentieri pubblichiamo

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